La storia di Peter Norman e di una calda notte del 1968

L’immagine più celebre dell’Olimpiade di Città del Messico: 16 ottobre 1968, cinquant’anni esatti fa, tre uomini sul podio del destino, il podio dei 200 metri piani. Uno è bianco, non conta. Forse. C’era la sua mano bianca dietro quei due pugni sul podio guantati di nero, la protesta sollevata in alto nella sessantottina notte più calda dell’atletica.

Ci sono voluti decenni per allargare l’immagine, per farsi una domanda, per non vedere solo Tommie Smith e John Carlos nell’istantanea che è diventata un simbolo: la loro vittoria senza esultanza, lo sguardo spento verso terra, il braccio sollevato, il pugno chiuso fasciato di pelle nera per simboleggiare la rabbia razziale. Tre uomini appunto. Ma il terzo chi è?

Il terzo è Peter Norman Atleta australiano, nel momento della protesta si mostrò solidale con la rivendicazione dei due corridori, appuntandosi alla maglia lo stemma del Progetto Olimpico per i diritti umani e salendo così sul secondo gradino del podio. 
Rientrato in patria dopo la gara, dovette affrontare le durissime ripercussioni di un Paese intero, in un momento di forti tensioni e restrizioni dovute all’apartheid contro gli aborigeni. Rifiutò sempre di condannare il gesto di Smith e Carlos in cambio di una riabilitazione nazionale. 
Isolato, screditato ed escluso per sempre dalle gare agonistiche nonostante le continue qualificazioni, non ottenne mai un lavoro fisso, nemmeno come insegnante di ginnastica. 

La storia adesso ne ha riconosciuto il valore, dando a quella protesta ancora più forza di quanto già ne avesse; perché genuina, perché vera, perché pagata a caro prezzo. Più di tutti, per la (vera) libertà di tutti.

Carlo Galati

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