Buon compleanno, Pirata.

Le braccia levate al cielo e gli occhi socchiusi, la bandana slacciata che finisce sull’asfalto, per scrollarsi di dosso la fatica e il sudore: l’istantanea di Marco Pantani che amiamo di più è questa, quando ogni montagna smetteva di soffrire sotto i colpi dei suoi pedali e i saltelli da capriolo lasciavano spazio al rapporto rilassato del dominatore, pronto a godere del boato della folla assiepata da giorni in prossimità dell’arrivo. Facciamo fatica a guardare il ciclismo da quel maledetto 14 febbraio, quel San Valentino che ci vide, innamorati della bellezza, traditi dalla morte improvvisa del campione assoluto.

Facciamo fatica a vedere i passisti-scalatori che vincono i grandi Giri, mentre noi aspettiamo che arrivi un camoscio glabro a scattare, due, tre volte, fino a sfiancare gli avversari, nutrendosi di salite e di pendenze assassine, inarrivabili per i comuni mortali. Viene voglia di spegnere la televisione durante l’assalto al Mortirolo o all’Alpe d’Huez. Senza Pantani sembrano tappe di trasferimento, percorsi “neutralizzati”.

Aspettavamo anche ore, guardando i gregari spaesati che provavano a fare l’andatura, spesso per dovere di firma, perché tanto poi “scatta Pantani”, lo stesso, con qualunque media e a qualsiasi distanza dal traguardo. Marco aveva l’istinto del campione assoluto e una fretta di mollare gli avversari pari solo all’irrequieta insofferenza per la vita da predestinato.

Non è facile reggere la pressione quando il tuo destino è racchiuso in migliaia di chilometri al giorno e l’altare della gloria nella vittoria sfiora la polvere del pavimento dopo una sconfitta. Puoi chiamarti anche Pantani, ma sei un uomo, con le sue debolezze e il cuore fragile come il cristallo. E nell’eterna lotta fra il bene e il male, anche i cavalieri più navigati lanciano assalti che i loro scudi non potranno mai reggere.

In quelle provette manipolate, nell’assenza di scrupoli di faccendieri e finti amici, in quella meravigliosa debolezza di un supereroe con la bicicletta, c’è tutta l’essenza della vita.

Marco non ha retto, ma chi ha cercato di addossargli ogni colpa si è schiantato contro l’umanità del Mito e la vendetta della storia, che torna sempre e non perdona le semplificazioni. Scatta, Pantani, e come al solito si lascia alle spalle il fango che schizza dalle ruote dei suoi nemici e dei finti amici.

Noi non giudichiamo, ma come automi rimettiamo in loop le immagini delle sue imprese, un balsamo per l’anima e per “l’amor che move il sol e l’altre stelle”.

Quello per lo sport.

Buon compleanno, Marco.

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