L’Italia che ha “reinventato” il Calcio.

Dio salverà anche la Regina, ma non crediamo farà lo stesso con la Nazionale inglese di calcio.

Sono passati pochi minuti dall’ultimo rigore della serie che chiuderà l’Europeo di calcio, consegnandolo meritatamente agli Azzurri di Mancini, quando i sudditi “in mutande” di Sua Maestà si producono in una esibizione di dubbio gusto, sfilando platealmente dal collo la medaglia riservata agli sconfitti.

E lasciano lo stadio prima della premiazione dei vincitori.

Ci vuole stile nella vittoria, figurarsi nella sconfitta.

L’Inghilterra non riporta a casa il calcio, anzi: a riportarlo a casa è una Italia solida e plasmata sulle idee di Roberto Mancini, nelle quali la versatilità del collettivo e la capacità di adattamento all’avversario vanno ben oltre, quanto a importanza, al tasso tecnico individuale.

Eppure in questa avventura continentale itinerante la Nazionale ha scoperto anche individualità di tutto rispetto, che non pensavamo potessero emergere con questa prepotenza: tolti Jorginho e Verratti, già consacrati a livello internazionale, questo è stato l’Europeo di Donnarumma, Spinazzola, Barella e Locatelli, solo per citare quelli con la carta d’identità elettronica, sorretti da un monumentale Federico Chiesa, un Insigne senza fronzoli e col “tiraggiro” che fa male, e dell’accoppiata di centrali d’esperienza, Bonucci e Chiellini.

Vince l’Italia del calcio, 53 anni dopo l’ultimo trionfo europeo; vince anche sulle macerie della mancata qualificazione mondiale, costretta a ricostruire una identità annacquata dagli interessi superiori delle squadre di club e dalla apparente crisi di talento.

Vince e convince proprio nel momento più difficile, in una Nazione piegata dall’emergenza Covid, con le cicatrici visibili nel proprio tessuto economico e sociale.

Vince, convince e, come sempre accade, la religione laica del pallone annuncia con le campane a festa che l’Araba Fenice rinasce dalle proprie ceneri, dimostra di avere nel DNA il successo, contro tutti, contro ogni evidenza, seppur in apparente inferiorità di mezzi rispetto ad altre corazzate finanziario-calcistiche.

Vince e convince giocando bene e manifestando superiorità quasi per tutto l’Europeo, rispolverando la difesa granitica solo, e per fortuna, contro i maestri spagnoli del tiki-taka.

Vince e convince con un uomo capace di restare in piedi sulle rovine, senza proclami e con l’etica del lavoro come mantra: Roberto Mancini e la sua squadra di ex-doriani, soprattutto grandi amici, che sembrano venire fuori da un dipinto del Futurismo rivisitato di Schifano.

Parliamo di Gianluca Vialli, Attilio Lombardo, Chicco Evani e Fausto Salsano.

Una bella storia, una medaglia sul petto, una Coppa riportata a casa.

La nostra.

Una storia soddisfacente quanto l’Impresa di Alessandria e più dolce del Christmas Pudding la mattina di Natale, unita alla sensazione di aver fatto felici, come effetto collaterale, numerosi sudditi di Sua Maestà di sangue scozzese e irlandese.

E poi, last but not least (per dirla all’inglese) il suono melodioso e vincente di due parole: “Campioni d’Europa”.

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