Il (non) Djoko degli Slam

Non vogliamo entrare nei meandri della questione dal punto di vista giuridico. I fatti sono che non c’è obbligo vaccinale per giocare agli Us Open o per assistervi, esiste obbligo invece, per entrare negli Stati Uniti. Questa è la legge: dura lex sed lex. Appurato questo, il tema è però un altro e si rifà alla credibilità del tennis, inteso come sport professionistico e relative classifiche: ci spieghiamo meglio utilizzando come metro, gli Slam. Djokovic ha saltato gli Australian Open perché non vaccinato. Gli è stato permesso di giocare in Francia, al Roland Garros; ha vinto Wimbledon ma senza punti (e senza russi e bielorussi) e salterà New York. Questi sono i fatti.

Ora la domanda è: che credibilità ha tutto ciò? E’ difficile spiegare e far comprendere che il giocatore papabile numero 1 al mondo, per un motivo o per un altro, salti due Slam su quattro, e che nonostante abbia vinto uno dei restanti due, non gli venga riconosciuto nessun punto per quella vittoria. Questo perché la mancata vaccinazione impedisce ai non vaccinati di entrare in quegli Stati in cui vige l’obbligo all’ingresso e perché le ripicche tra Wimbledon e ATP hanno portato all’esclusione dei russi dall’erba inglese e quindi, per l’ATP, che a pagare siano tutti gli altri. Djokovic in primis. Per carità non stiamo qui a volerci ergere a legislatori e puntare il dito sulle scelte degli stati sovrani ma il risultato è che il russo Medvedev, numero 1 al mondo, non ha potuto giocare Wimbledon, mentre il serbo Djokovic non ha potuto difendere i 2000 punti conquistati l’anno prima. Se a questo aggiungiamo le questioni australiane e newyorchesi del serbo, il dado è tratto.

Ed è un dado che non mostra mai una faccia consapevolmente corretta nell’analisi di una stagione che ha degli evidenti passaggi a vuoto, e che restituiscono un feedback di valori che rappresentano solo una parte di ciò che è stato e non mostrano ciò che sarebbe potuto succedere. A perdere in questa questione, anzi, in queste questioni, è ancora una volta il tennis e per certi versi la sua governance, che si trincera dietro le leggi dello Stato ma che niente dice in difesa di ciò che dovrebbe tutelare. A pagare infatti sono i tifosi e sono i giocatori, che per un motivo o per un altro, dalla questione vaccini a quella boicottaggio, vedono uno sport monco delle sue eccellenze. Viviamo tempi complessi, anche nel tennis.

Carlo Galati

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