Davis, vicini a ciò che poteva essere e non è stato

Inutile negarlo: la delusione è tanta. Ci abbiamo creduto tutti, come giusto che fosse, dopo aver visto Lorenzo Sonego vincere in tre ore di pura battaglia su Denis Shapovalov; pensavamo che la finale su un’Australia forte ma battibile, fosse lì, che bastasse allungare il passo per finirci dentro. Riportare la Davis in Italia era più che un sogno; erano due break ottenuti, uno per set, nel decisivo doppio. Non sono bastati.

Eh già perché poi, passato il primo momento di euforica depressione, il ragionamento che ne consegue è più legato all’oggettiva situazione di difficoltà con cui l’Italia ha affrontato queste sfide decisive, senza i propri due top player, e tenuti in vita da un Lorenzo Sonego superlativo nell’andare oltre il ranking, nel paradosso costante di non conoscerlo (o facendo finta) e quindi vincere i match.

Ma il rimpianto è comunque grande: senza la Russia, senza Alcaraz, Nadal, Zverev, Kyrgios, le congiunture astrali sembravano poter indicare, 46 anni dopo, la strada verso quel successo che avrebbe messo un bel punto esclamativo nella parola rinascita. Certo resta l’amarezza ma anche la consapevolezza che il gruppo Italia, inteso come squadra, nello sport forse più individualista che c’è, esiste. Resta (anche) questo; di sicuro un patrimonio da non disperdere. Questa la sfida più grande.

Carlo Galati

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