Postcards from Tokyo #8

La tempesta (d’Oro) perfetta

A Tokyo i quindici minuti che non ti aspetti: doppio oro azzurro, con Tamberi nell’alto e Jacobs nei 100 metri.

I piazzamenti, le finali, i tanti giovani sui quali la Federazione ha costruito in questi anni sulle macerie delle ultime due Olimpiadi: tutto bello, tutto giusto, ma nessuno poteva immaginare l’istantanea di Marcell Jacobs e Gianmarco Gimbo Tamberi che si abbracciano, tricolore in mano, dopo aver sbancato Tokyo in quindici minuti che resteranno nella storia dell’Atletica e dello sport italiano.

Due ori in due specialità nobili dell’atletica, salto in alto e cento metri piani uomini.

I 100 metri, la palestra privata dei colossi made in USA, Gran Bretagna e Giamaica, il tappeto rosso calpestato da Carl Lewis e Usain Bolt, oggi vengono scartavetrati da un ragazzone italiano, capace di abbattere il record europeo due volte, prima in semifinale e poi nella finale, dominata con un 9.80 stratosferico, impronosticabile, dolcissimo.

E sull’altra pedana Gimbo, il saltatore che accarezza il cielo, baciato troppe volte dalla sfortuna e perseguitato dagli odiatori seriali della rete per la sua estrosa gestione dell’immagine pubblica.

Due ragazzi campo e fatica, due lavoratori dello sport che hanno costruito questo successo con abnegazione e pazienza.

Increduli loro, increduli noi.

Quel tricolore che sventola due volte in pochi minuti, sul campo della Regina dei Giochi, è il suggello su una spedizione fino ad ora contraddistinta da alti e bassi, con tante medaglie e pochi Ori, comunque prodiga di segnali di vitalità e di programmazione in discipline che ci si ricorda esistano solo ogni quattro anni.

E non è finita.

Anche se questi due ce li sogneremo la notte, c’è da giurarci.

Un lampo, anzi due, illuminano la notte giapponese: Gimbo e Marcell, meravigliosi gemelli d’Oro di una Italia che vince anche dove conta di più, quando gli altri non se lo aspettano, facendoci impazzire di gioia.

E di orgoglio tricolore.

Postcards from Tokyo #5

Il teorema di Federica

L’immortale, la Divina, la fucina di medaglie di vari materiali preziosi, ha compiuto nella umida mattina giapponese l’ennesima impresa.

Quinta finale olimpica consecutiva nei 200 stile libero, acciuffata col terzo posto nella sua semifinale, dopo una batteria che l’aveva vista quindicesima su sedici concorrenti ammesse.

Aggrappata al turno successivo e prematuramente data per “finita”, anche stavolta, la miranese si presenta ai blocchi per scrivere la storia e lo fa nel modo più bello: nuotando, con quel suo incedere a scatti, frullando l’acqua in corsia uno, inusuale e defilato tappeto rosso verso la gloria.

Lei è Federica, però, e se ne frega della corsia. Piange, avvisa tutti che in finale si divertirà, perché la finale era l’unico obiettivo, e trasmette al mondo l’amarezza per la sua penultima vasca in un 200 olimpico.

Forte come una Dea del Mare, elegante come una sirena, meravigliosamente umana quando mostra a favore di telecamera le proprie debolezze.

Un’altra Pellegrini non nascerà mai più e bisognerebbe dedicarle, in vita, un monumento: grazie alla campionessa totale, grazie alla donna che ha conquistato 58 medaglie preziose in competizioni internazionali, grazie alla primatista del mondo plurima, migliaia di ragazzini hanno scelto una piscina come palestra e il nuoto, lo sport, come stile di vita.

Basterebbe questo, invece c’è molto altro dietro e dentro Federica: c’è la campionessa che lascia un segno indelebile nello sport mondiale e lo fa da vincente.

Col tricolore nel cuore e la quinta finale olimpica da onorare, Federica dimostra per l’ennesima volta il proprio personale “teorema”, quando al crescere dei disfattisti e dei detrattori, aumentano le sue probabilità di centrare un altro obiettivo vincente.

Adesso mettiamo la sveglia alle 3,30 e divertiamoci.

Con Federica.

L’Italia che ha “reinventato” il Calcio.

Dio salverà anche la Regina, ma non crediamo farà lo stesso con la Nazionale inglese di calcio.

Sono passati pochi minuti dall’ultimo rigore della serie che chiuderà l’Europeo di calcio, consegnandolo meritatamente agli Azzurri di Mancini, quando i sudditi “in mutande” di Sua Maestà si producono in una esibizione di dubbio gusto, sfilando platealmente dal collo la medaglia riservata agli sconfitti.

E lasciano lo stadio prima della premiazione dei vincitori.

Ci vuole stile nella vittoria, figurarsi nella sconfitta.

L’Inghilterra non riporta a casa il calcio, anzi: a riportarlo a casa è una Italia solida e plasmata sulle idee di Roberto Mancini, nelle quali la versatilità del collettivo e la capacità di adattamento all’avversario vanno ben oltre, quanto a importanza, al tasso tecnico individuale.

Eppure in questa avventura continentale itinerante la Nazionale ha scoperto anche individualità di tutto rispetto, che non pensavamo potessero emergere con questa prepotenza: tolti Jorginho e Verratti, già consacrati a livello internazionale, questo è stato l’Europeo di Donnarumma, Spinazzola, Barella e Locatelli, solo per citare quelli con la carta d’identità elettronica, sorretti da un monumentale Federico Chiesa, un Insigne senza fronzoli e col “tiraggiro” che fa male, e dell’accoppiata di centrali d’esperienza, Bonucci e Chiellini.

Vince l’Italia del calcio, 53 anni dopo l’ultimo trionfo europeo; vince anche sulle macerie della mancata qualificazione mondiale, costretta a ricostruire una identità annacquata dagli interessi superiori delle squadre di club e dalla apparente crisi di talento.

Vince e convince proprio nel momento più difficile, in una Nazione piegata dall’emergenza Covid, con le cicatrici visibili nel proprio tessuto economico e sociale.

Vince, convince e, come sempre accade, la religione laica del pallone annuncia con le campane a festa che l’Araba Fenice rinasce dalle proprie ceneri, dimostra di avere nel DNA il successo, contro tutti, contro ogni evidenza, seppur in apparente inferiorità di mezzi rispetto ad altre corazzate finanziario-calcistiche.

Vince e convince giocando bene e manifestando superiorità quasi per tutto l’Europeo, rispolverando la difesa granitica solo, e per fortuna, contro i maestri spagnoli del tiki-taka.

Vince e convince con un uomo capace di restare in piedi sulle rovine, senza proclami e con l’etica del lavoro come mantra: Roberto Mancini e la sua squadra di ex-doriani, soprattutto grandi amici, che sembrano venire fuori da un dipinto del Futurismo rivisitato di Schifano.

Parliamo di Gianluca Vialli, Attilio Lombardo, Chicco Evani e Fausto Salsano.

Una bella storia, una medaglia sul petto, una Coppa riportata a casa.

La nostra.

Una storia soddisfacente quanto l’Impresa di Alessandria e più dolce del Christmas Pudding la mattina di Natale, unita alla sensazione di aver fatto felici, come effetto collaterale, numerosi sudditi di Sua Maestà di sangue scozzese e irlandese.

E poi, last but not least (per dirla all’inglese) il suono melodioso e vincente di due parole: “Campioni d’Europa”.

Una (bella) storia italiana

In finale con l’Italia vanno anche questi due: Roberto Mancini e Gianluca Vialli, gemelli in campo, calciatori di grande stile, oggi artefici, ciascuno nel proprio ruolo, del “miracolo” di una Italia del calcio raccolta in frantumi e trasformata in pietra preziosa.
Nella gioia liberatoria di Vialli a fine partita, nella sua storia, nella sua sofferenza silenziosa, c’è qualcosa da raccontare che va oltre la solita narrazione un po’ banale del pallone dei grandi.

C’è la vita che da e toglie, le luci della ribalta e quelle della sala operatoria, i titoli dei giornali e i silenzi della solitudine, quella di chi combatte una battaglia fuori dal campo di gioco.

Roberto e Gianluca, Gianluca e Roberto.


E poi undici ragazzi in campo, a loro immagine e somiglianza.


In finale.

I leoni di Belgrado

L’Italia profana il tempio del basket, a Belgrado, domina la Grande Serbia e stacca un biglietto per Tokyo che nessuno avrebbe mai pensato neppure di stampare.

I ragazzi azzurri entrano sul parquet senza un briciolo di paura o timore reverenziale, affidandosi alla sfrontatezza di Nico Mannion, di Polonara, di Fontecchio e di ogni “leone” chiamato a dare minuti, muscoli e ritmo.

Nessuno pensava di poter prendere a schiaffi il gigante Marjanovic o Teodosic, eppure in quella nuvola d’argento dalla quale ci guardano Pozzecco, Galanda o Marconato, gli eroi di Atene 2004 (ultima partecipazione ai Giochi dell’Italbasket) si nasconde la tempesta perfetta che ribalta ogni pronostico. S

egniamo tutto, difendiamo tutto, sembriamo serbi dalla linea dei tre punti e mettiamo i liberi come veterani, gestendo anche le piccole crisi, portando il punteggio a +25, prima di cominciare a giocare col cronometro e a guardare dentro gli occhi di un quintetto serbo stralunato, colpito al cuore e ferito nell’orgoglio.

Nei magnifici vent’anni di Mannion e nelle sue mani di ghiaccio dalla lunetta c’è tutta la splendida alchimia di una serata da raccontare ai nipoti, per dire loro che la palla a spicchi non è una scienza perfetta, ma lo diventa se fai meglio degli altri quello che hai preparato nelle ore che precedono il match. C’è anche Meo Sacchetti, naturalmente, in questa vittoria: la sua freddezza durante i time-out, quando chiede ai suoi di concentrarsi dul loro gioco e non pensare agli avversari, perché che siano bravi si sa già.

E allora andiamo a Tokyo, diciassette anni dopo Atene, a sentire il profumo del sushi e dei Cinque Cerchi, con la stessa faccia tosta mostrata a Belgrado.

Ci andranno questi ragazzi, quelli che hanno dimostrato di avere il Tricolore tatuato nel cuore, quelli che non hanno sentito la fatica dell’Eurolega o il peso del sogno americano, quelli sui quali nessuno avrebbe puntato un soldo di cacio e che hanno fatto saltare il banco.

102-95, 24 punti di Mannion, 22 di Fontecchio, 21 di Polonara.

Mettetevi comodi: a Tokyo ci andiamo noi.

La grandeur italiana

L’Italia che sconfigge il Belgio non è la solita cinica Italietta che alza muri e si difende a oltranza: è una squadra che gioca al calcio, e lo fa bene, diverte e tiene in mano il pallino del gioco.

Una difesa solida, con Chiellini che cancella dal campo Lukaku, capace di offendere solo dagli undici metri; un centrocampo di qualità e di quantità regolato sulle frequenze del metronomo Jorginho; un‘attacco leggero, senza l’ariete da area di rigore, ma capace di regalare schemi e trame di gioco che non vedavamo da anni a queste latitudini.

Una bell’Italia, costruita a immagine e somiglianza del proprio allenatore, forgiata nel fuoco e fusa con l’acciaio, capace di vincere con due gol straordinari per bellezza e gesto atletico, grazie allo scugnizzo del “tiraggiro” e a un Barella che inventa una serpentina in stile Diego Armando.

Un’Italia che vince e convince, ben oltre il risultato striminzito che ci ha costretti a una sofferenza immeritata negli ultimi minuti di gioco.

Questi ragazzi hanno ridato un senso all’Italia pallonara, dopo anni di disamore per l’Azzurro e allenatori più simili a impiegati del catasto che a direttori d’orchestra.

Ci risvegliamo orgogliosi della nostra squadra e con il Tricolore in mano, pronto a sventolare ancora martedì, quando a Wembley ci toccherà la Spagna, storico avversario in ogni manifestazione continentale e mondiale.

E stavolta le Furie Rosse non partono favorite: abbiamo matato i numeri uno del ranking, il Belgio di Lukaku e De Bruyn, non possiamo certo aver paura della compagine lusitana meno dotata di talento degli ultimi dieci anni.

È inutile nascondersi: l’obiettivo è di arrivare a destinazione, passo dopo passo, fino alla fine.

Per scrivere la storia.

L’erba di Matteo è sempre più verde

“È solo servizio e dritto”.

Anche Ivanisevic lo era, se dovessimo limitarci a dare credito agli innumerevoli soloni del tennis da divano spuntati fuori come i funghi alle prime vittorie dei ragazzi terribili d’Italia.

Matteo, però, non appartiene a questa categoria. Il servizio che funziona conferisce solidità al suo gioco, il dritto è devastante, ancor di più con le traiettorie rasoterra disegnate dai ciuffi d’erba idel Queen’s; eppure anche il rovescio di Matteo comincia a funzionare, sotto il peso della ripetitività tattica dei suoi avversari, che lo “allenano” sul colpo potenzialmente più debole.

Matteo ha brucato l’erba dal primo turno, aggrappandosi al servizio nei momenti difficili e studiando la superficie, come fanno i grandi quando si avvicinano a Wimbledon.

La testa di serie numero 1 del torneo ha rispettato i pronostici, arrivando in finale senza aver perso un set.

Alla faccia dei detrattori, dei gufi e del tafazzismo italico, sempre pronto a farsi del male quando il tricolore sventola più alto di tutti.

Adesso la finale, contro Norrie, uno che sull’erba vale una classifica decisamente migliore del suo #41.

Andiamo, Matteo: servizio, dritto, punto.

Fino a Wimbledon, passando per il Queen’s.

Pilato da record, Italia infinita

L’Italia che non riapre le piscine sbanca Budapest e mette una sedicenne sulla vetta del mondo nei 50 metri rana: è Benedetta Pilato, astro nascente della Nazionale più vincente dell’ultimo decennio.

La stessa squadra azzurra che celebra l’argento placcato oro dell’eterna Federica Pellegrini, gli ori di Simona Quadarella e, le medaglie di Paltrinieri e Detti, le staffette finalmente ultra-competitive, solo per citare una parte degli allori continentali dell’edizione pandemica 2021 degli Europei.

La favola del nuoto italiano non vive solo di ricordi, ma ha una capacità incredibile di rigenerarsi e sfornare nuovi campioni, giovani o giovanissimi come Benedetta Pilato: faccia da bambina, rana possente, naturale, scapigliata.

E veloce, velocissima.

29 secondi e trenta centesimi per far sapere al mondo che a Tokyo dovranno fare i conti con una ragazzina terribile, senza ciccia, ma con qualche brufolo.

È l’Italia del nuoto, una magnifica macchina da medaglie intergenerazionale, la “summa” di un movimento che funziona e che vince, grazie alla programmazione, al sacrificio e alla valorizzazione del talento.

Benedetta, Simona, Federica, Greg, Gabriele e i loro e le loro fratelli e sorelle.

E non è ancora finita.

Tokyo a Cinque Cerchi, coming soon.

“Martello” Berrettini, è finale a Madrid

Il giocatore finito, il sopravvalutato, quello che non vale la Top Ten, l’uomo dalle caviglie di cristallo, quello che vince solo i 250, sempre e solo nei giudizi di certi sapientoni, prende a pallate una mina vagante del Circuito, come Ruud, e approda alla sua prima finale in carriera in un Master 1000.

Berrettini non è solo il migliore fra gli Italiani e quello con la migliore classifica, ma è sempre più un tennista completo, versatile e capace di esprimersi al meglio su ogni superficie, compresa la terra rossa che non dovrebbe essere il suo terreno preferito.

Solidissimo al servizio, devastante di dritto, prende le misure al norvegese Ruud dopo qualche game, lo schiaccia oltre la linea di fondo campo e lo “finisce” piazzando il suo migliore colpo a velocità supersonica dove l’avversario non può arrivare.

Adesso troverà Zverev, partendo sfavorito secondo i pronostici.

Doveva perdere con Garin, non aveva scampo contro Ruud, adesso è la vittima sacrificale di Sasha: continuate a “gufare”, la finale si gioca domani e non c’è tempo per gioire per la prima finale in un Master 1000.

C’è tempo solo per lottare.

E provare a vincere.

Mourinho, il figliuol prodigo

Il calcio ha bisogno degli antipatici per sopravvivere.

Per questo l’avvento di Mourinho sulla panchina tradizionalmente più bollente della serie A, nella Città peggiore per fare calcio, nella piazza dai mille giornalismi e dalle decine di trasmissioni radiofoniche monomaniacali 24 ore su 24, è una buona notizia.

Lo è perché negli stadi italiani svuotati dalla pandemia sembrano rimaste solo le urla disumane ad ogni falletto o spintarella, con ventidue ragazzotti viziati che precipitano a terra tarantolati e dolenti.

E allora ben venga lo Special One, con le sue fissazioni e l’ironia sprezzante, le sue guerre personali con i giornalisti, le mani in faccia ai calciatori pigri e indolenti.

Non sappiamo quanto durerà nella Babele Capitale e non sappiamo se supererà indenne la prima conferenza stampa.

Quello che sappiamo è che non vediamo l’ora di vedergli calcare ancora un rettangolo di gioco, mentre con un italiano maccheronico mastica la propria idea di calcio e la dispensa alla folla con l’aria del messia.

Il nostro calcio cloroformizzato, in attesa delle riforme strutturali e del ritorno sugli spalti dei tifosi, non può che trarre beneficio dai personaggi sopra le righe, dagli Ibrahimovic come dai Mourinho, a patto di perdonare loro qualche errore veniale.

L’avventura romana di José “espulso” dal calcio inglese ci fa venire in mente gli occhi lucidi ed eccitati del nano Gimli ne “Il Signore degli Anelli”, pronto a lanciarsi nell’ennesima impari battaglia: “Certezza di morte, scarse possibilità di vittoria. Che cosa aspettiamo?”

Welcome back home, José.