Nel deserto del Bahrein rifioriscono due rose Rosso Ferrari

I test lo avevano detto, in maniera equivocabile, ma novecento giorni senza vittorie inviterebbero alla prudenza anche gli inguaribili ottimisti.

Nel deserto dorato del Bahrein Leclerc centra il “Grande Slam”: pole position, primo posto e giro più veloce, con una Ferrari affidabile e bellissima, capace di portare sul podio anche Carlos Sainz, nonostante un fine settimana complicato per lui. Segnali orribili sul fronte Red Bull, con Verstappen e Perez che trovano lo “zero” fermando le monoposto a pochi chilometri dalla bandiera a scacchi e denotando problemi di affidabilità non pronosticabili alla vigilia.

Le peggiori Mercedes degli ultimi anni si ritrovano, inaspettatamente, terza e quarta, limitando i danni e restando aggrappate a un Mondiale da possibile protagonista, nonostante il “budget cap” tolga loro il vantaggio di spendere e spandere senza limiti per lo sviluppo delle monoposto.

La notizia, però, è a tinte rosso Ferrari.

La scuderia di Maranello “è” la Formula 1, è parte fondamentale di questo circo fatto di motori, sviluppo e alta tecnologia; e ai piedi di quel podio, in fondo, sorridono tutti, dentro e fuori il team guidato da Mattia Binotto.

Sorridono perché una Ferrari competitiva aiuta a rendere meno noioso quel rosario di Gran Premi che ritrova finalmente il pubblico e il fattore umano, grazie a monoposto che hanno sempre più bisogno di un pilota capace di portarle al massimo.

E attira investitori e visibilità.

Risuona l’inno di Mameli e il Mondiale ritrova una protagonista, anzi due.

Sarà battaglia, fino alla fine, ne siamo certi; ma sapere che a combattere ci saranno di nuovo due superman con il cavallino rampante marchiato a fuoco sulla pelle, in un solo istante fa ritornare la voglia, parafrasando il Maestro Battiato, di “vivere ad alta velocità”.

I Dragoni tinti d’Azzurro

L’Italia interrompe la “striscia infame” di sconfitte nel Sei Nazioni e lo fa giocando un partita magistrale e vincendo dove non aveva MAI vinto, in Galles.
Difesa, dominio sul punto d’incontro, ottima touche, disciplina, precisione dalla piazzola e il “crack” Capuozzo.

Il paradigma di questo cambio di passo è proprio questo mingherlino con il fisico del calabrone che non sa di non saper volare e lo fa lo stesso.

Dopo anni passati a costruire fisici bionici e armadi a quattro ante tutto muscoli, scopriamo che si può vincere anche con l’estro, con la fantasia, con l’agilità dell’estremo che risolve la partita a un minuto dalla fine.

Adesso dite pure che non conta nulla o che ci hanno fatto vincere, dimostrando di non avere idea di cosa sia il rugby e quali leggi lo governino.

C’è ancora tanto da lavorare, ma tutti quelli che ci volevano a giocare con Romania e Georgia, adesso facciano un giro su se stessi e tornino a parlare di altro.


Bravi tutti oggi, adesso azzerare, placcare e ripartire.
Anche contando su una grande under 20 e con la consapevolezza di aver recuperato un po’ di credibilità a livello internazionale; perché non si vince al Millennium, non si vince a Cardiff con un movimento morto e senza futuro.

Piantiamo, con orgoglio, un seme nei verdi campi dei Maestri gallesi e brindiamo con questi ragazzi che hanno risvegliato in tutti noi l’orgoglio di tifare Italia.

Sofia, freccia (e miracolo) d’Argento.

Ventuno giorni e poche ore sono il tempo che separa l’aliena Sofia Goggia dal suo ultimo infortunio, una microfrattura della testa del perone e lesione parziale del legamento crociato del ginocchio sinistro.

Una diagnosi che avrebbe consigliato a un comune mortale un intervento chirurgico e poi riposo, tanto riposo, e fisioterapia per diverse sedute, con la cautela di chi non voglia finire di nuovo sotto i ferri.

Sofia, però, ha un appuntamento con la storia, perché ha costruito la stagione su quella discesa libera delle Olimpiadi; la gara nella quale conta mollare tutto, fare velocità, divorare le curve e scendere in picchiata verso il traguardo.

A quell’appuntamento non vuole mancare e decide che dall’infortunio non solo si possa guarire in ventuno giorni, ma ci si possa anche presentare al cancelletto di partenza nella gara più importante della vita, lanciarsi a tutta velocità e portare a casa un argento che vale oro, anzi platino.

La freccia tricolore, l’orgoglio d’Italia, illumina la notte e serve un caffè caldo dolcissimo a chi ha deciso di puntare la sveglia per seguire questa ragazzona dal sorriso contagioso e dalla granitica forza di volontà.

Siamo stati tutti lì, col fiato sospeso e il cuore in gola, indecisi se puntare alla medaglia o sperare soltanto che Sofia tagliasse il traguardo indenne, come si fa quando si aspetta che i figli tornino a casa a notte fonda, sani e salvi.

Lei, invece, dimentica il ginocchio malandato e in due minuti scarsi di velocità e tecnica aggiorna i manuali di fisiatria, sfiora l’oro e “trascina” sul podio con il suo contagioso entusiasmo un’altra azzurra, una splendida Nadia Delago alla sua prima partecipazione olimpica, conquistando un bronzo che, come quello di Sofia, ha il sapore gradevole della vittoria.

Fate largo sul binario di Yanqing: passa Sofia Goggia, aliena tricolore, campionessa quasi bionica di velocità sugli sci.

Lo slalom della Regina

Dave Ryding vince a Kitzbühel: primo inglese nella storia.

Li abbiamo visti vincere ovunque i sudditi di Sua Maestà: sui campi di calcio come nei bacini del canottaggio, dentro una monoposto di formula 1, in piscina, sui campi da rugby e persino fra le pinte di birra dei campionati di freccette.

All’appello mancava la neve, non proprio l’elemento naturale di un’isola con poche montagne e altitudini non proibitive, quasi fastidiosi cavalcavia se messe a confronto con i rilievi alpini o le vette dei Paesi nordici.

Ci ha pensato un giovanotto classe 1986, Dave Ryding, l’unico capace di non deragliare sulla neve soffice e fresca di Kitzbühel, in piedi sulle rovine di inforcate e errori clamorosi, in una gara ad eliminazione che ha mietuto vittime eccellenti.

Il veterano Ryding si è piazzato lì, ha piantato la bandiera con la croce di Sant’Andrea sul podio virtuale e non l’ha più ammainata, mentre gli uomini della neve, austriaci, svizzeri, francesi e italiani, litigavano coi paletti e con le cunette, gestendo quando non si doveva o inforcando nel tentativo di forzare il ritmo.

Un’ecatombe che non toglie nulla alla manche straordinaria dell’atleta britannico, bravo a interpretare al meglio un tracciato difficile e un fondo friabile come gli scones, i tipici biscotti inglesi della colazione.

Ogni tanto lo sport ci racconta una fiaba, recitando filastrocche che nascono da grandi sacrifici, caparbietà e voglia di non mollare: la fiaba di Dave Ryding, quasi trentaseienne, come quella degli uomini del suo staff in lacrime, increduli e felici, a cantare God save the Queen su un podio di ghiaccio, al gusto di pudding e salsa gravy.

Djoko, partita, incontro

Novak Djokovic lascia l’Australia e gli Australian Open a seguito di un provvedimento dei giudici della Corte Federale, a causa del suo mancato vaccino e del pasticcio brutto che lo ha trasformato in una icona no-vax, forse persino oltre le sue iniziali intenzioni.

In quella “bolla” nella quale vivono i tennisti, ancora più bolla per il numero uno con tanti zeri nel conto in banca e uno staff pagato anche per pensare al suo posto, nessuno si era preoccupato della legge australiana.

Neppure gli organizzatori degli Open, convinti che nessuno potesse negare un posticino nella terra dei canguri al testimonial del tennis degli dèi.

Hanno fatto male i conti. Tutti.

Li hanno fatti talmente male da contribuire con una comunicazione fra il demenziale, il grottesco e il criminale, a intaccare l’immagine di Nole, finito a fare l’immaginetta per la minoranza anti-vaccinista mondiale, per giunta quella dell’ala complottista. La malattia, vera o presunta, le immagini del presunto malato a un evento, i certificati, la presunzione di poter riscrivere le regole in una Nazione che sui confini nazionali non ha mai scherzato: tutto questo non è da numero uno e lo sappiamo.

È già tanto che questa partita sia arrivata al quinto set, ma la vittoria di Nole avrebbe gettato nel ridicolo le autorità australiane, improvvidamente forti con i deboli (tutti coloro i quali si presentano alla frontiera senza i titoli per entrare) e debole con i forti (il tennista multimiliardario).

Ne avremmo fatto volentieri a meno.

L’unica divinità che vorremmo rivedere in campo è il Nole tennista, non la fotocopia di Gesù di Nazareth descritta dal pittoresco genitore serbo in conferenza stampa o l’osannato mentore di qualche “scappato di casa” convinto che col vaccino moriremo tutti in pochi mesi, cadendo come mosche.

E se il Governo vuole fare davvero la cosa giusta, solleciti la propria Federerazione tennis a gestire meglio situazioni potenzialmente a rischio deflagrazione: in fondo se Nole ha preso quell’aereo, pur con tutte le sue colpe, è anche perché qualcuno gli aveva detto di prenderlo.

Gioco, partita, incontro.

Addio a Galeazzi, cantore dello Sport.

La prua dell’Italia davanti alla Germania, nel concitato finale del “due con” di Seoul ‘88, l’amore sconfinato per il Canottaggio, che gli aveva regalato, da atleta, anche il titolo nazionale nel 1967, il competente e appassionato eloquio tennistico, l’amore per lo sport in generale: sono frammenti dell’esistenza di Giampiero Galeazzi, uno degli ultimi tedofori dell’olimpismo giornalistico, fatto di professionisti per i quali voce, competenza e “scuola” contavano più dei like sui profili social o le frequentazioni gossippare dei salotti buoni.

Giampiero ci lascia.

Lascia lo sport, svuotando il teleschermo della sua immagine ingombrante da gigante buono, ma non lo fa per sempre.

“Per sempre” non esiste quando si lascia una traccia indelebile del proprio percorso terreno, nella vita quotidiana come nelle professioni che garantiscono una ribalta.

Bisteccone, come veniva affettuosamente chiamato, dialogava da pari a pari, da sportivo a sportivo, con Carmine e Giuseppe Abbagnale, Beniamino Bonomi e Antonio Rossi, gigioneggiava con Peppiniello Di Capua, timoniere dell’armo storico delle olimpiadi coreane, come con Adriano Panatta, suo amico e compagno di telecronache.

Galeazzi era la Coppa Davis, anche in anni nei quali la massima aspirazione, per la crisi italica di talento, era una vittoria al quinto di Paolino Canè.

La voce graffiata, come un cantante rock, il timbro grave e robusto da baritono, l’allegria sconfinata di chi ama quello che fa, resteranno scolpite nella pietra preziosa della memoria sportiva della nostra Nazione, associata a un Tricolore che sventola e a una medaglia d’oro, in quella magica alchimia che riunisce l’impresa sportiva all’aedo che l’ha cantata.

Ciao, Giampiero.

Hai messo la prua, stavolta per sempre, davanti a tutti.

Il morso del Cobra

Nell’anno incredibile dello sport italiano mancava una vittoria epica, un’impresa d’altri tempi, una storia di grande fatica da raccontare ai nipoti.

Ci ha pensato un trentunenne di Desenzano del Garda, un ciclista, uno che forse non è “nato” campione, ma che quest’anno ha centrato prima il titolo europeo e oggi ha consacrato la propria carriera nell’Inferno del Nord, nella Classica delle Classiche, caracollando fra pavé e fango.

La Parigi-Roubaix è tua, Sonny.

In quella maschera di fango che si presenta alle porte del mitico velodromo, insieme al più dotato (sulla carta) Van der Poel e a Vermeersch, c’è l’alfa e l’omega del ciclismo, la poesia delle sfide impossibili, il bianco e nero delle immagini di repertorio delle imprese che lasciano il segno.

E c’è Sonny, nell’anno di grazia 2021, che corre col cuore e con la testa, perché non sbaglia nulla e controlla gli avversari da consumato finisseur, cosciente di essere il più veloce del terzetto uscito indenne da cadute, salti di catene, forature e condizioni ambientali da tregenda.

Le stesse condizioni che hanno negato l’impresa a un altro Italiano, Gianni Moscon, cavaliere in fuga solitaria pronto a fare l’impresa, frenato da una doppietta di sfortuna, foratura e caduta.

C’è Sonny con quel Tricolore che quest’anno scardina ogni pronostico, fa impazzire gli Inglesi, tormenta i sonni dei Belgi, annichilisce i favoriti della vigilia in ogni disciplina.

Piange come un bambino sporco di fango sul traguardo di Roubaix e sa di averla fatta grossa: un ciclista è un ciclista, può diventare protagonista con la vittoria di un giorno a un campionato europeo, ma se taglia il traguardo per primo, dopo sei ore di battaglia, nell’Inferno del Nord, quel ciclista diventa leggenda.

Il ciclismo italiano esulta e riporta la Classica a casa, ventuno anno dopo Andrea Tafi.

Roubaix, Francia settentrionale, Anno del Signore 2021.

Due grandi cuori (azzurri) nella pallavolo

Dopo le Donne, anche gli Uomini centrano il titolo continentale.

È valanga azzurra.

Al quinto set, come tutti i thriller che si rispettino. Contro la Slovenia che ha liquidato i favoriti padroni di casa della Polonia.

Con una squadra consapevolmente imbottita di giovani e giovanissimi, rendendo la vittoria europea ancora più dolce: questa squadra, forgiata nel fuoco dal proprio demiurgo in panca, Fefè De Giorgi, potrebbe aprire un ciclo e batte un colpo tanto inaspettato, quanto emozionante.

L’Italia che vince anche a briscola in un 2021 di platino, riconquista il primato in uno dei tre sport nazionali, la pallavolo: quella che a livello giovanile riempie palazzetti e pomeriggi dei giovani italiani, quella che vinceva tutto, quella dei Bernardi e della generazione di fenomeni.

E siamo anche i primi, nella storia, a vincere l’Europeo sia nel maschile che nel femminile, nella medesima edizione.

E lo fa puntando sugli incoscienti diciannove anni di Michieletto, su qualche quasi sconosciuto pescato dal cilindro, su otto esordienti, otto, sulla forza del collettivo che trova per strada anche il talento cristallino del singolo.

Un’Opera complessa, per solisti e orchestra, che stasera contro la Slovenia diventa un misto fra la Cavalleria Rusticana e la Cavalcata delle Valchirie.

Cinquanta minuti di applausi, una medaglia d’oro che brilla, un Tricolore che sale sul pennone più alto.

Fermate qui il 2021 dello sport.

Non vogliamo scendere.

Postcards from Tokyo #15

4×100, Italia d’Oro e d’Alta Velocità

La solidità di Patta, l’esplosività di Jacobs, la curva di Desalu, il talento lanciato di Tortu: shakerare nella notte giapponese, sul bancone dorato delle Olimpiadi più incredibili della storia, e il cocktail è micidiale.

Il quinto Oro nell’Atletica è il termometro del movimento, la cartina al tornasole, l’assicurazione sul futuro glorioso della velocità azzurra e dell’Atletica.

Nell’anno del lockdown, mentre gli statunitensi lottavano contro l’azzeramento delle sponsorizzazioni e la crisi dei talenti, alle nostre latitudini si è lavorato a testa bassa, puntando sui successi a livello giovanile della nostra atletica e sulla valorizzazione di gente come Jacobs e Tamberi, sulla maturità agonistica dei marciatori, sull’entusiasmo di una Nazionale giovane.

E forte.

La 4×100 che mette il muso davanti a tutti è da “orgasmo” sportivo, quanto e come i 100 metri di Marcell, con quella sfrontata dimostrazione di forza e di geometrica potenza: quattro cambi quasi perfetti e quella frazione lanciata dell’enfant prodige deluso, ma concentrato proprio sulla staffetta, magnifica ossessione.

Battuto l’inglese, sul filo di lana, ai rigori, tutti gli altri lontanissimi, ad osservare impotenti le terga del quartetto veloce più bello del mondo, con il Tricolore moltiplicato per quattro a sventolare ancora sul pennone di questi Giochi, fra un Inno di Mameli e l’altro a ricordarci che questo è il decimo squillo, il quinto nell’Atletica.

È bellissima, e dolcissima, la notte azzurra di Tokyo, nell’Olimpiade dei record, nella quale tradiscono solo gli sport di squadra, tranne una: la storica 4×100 metri piani di Patta, Jacobs, Desalu e Tortu.

Postcards from Tokyo #13

Antonella, Oro di Puglia

Dopo Stano, un’altra faticatrice nata e cresciuta nel tacco dello Stivale: è la pugliese Antonella Palmisano, atleta trentenne che ha dominato la venti chilometri di Marcia e centrato l’ennesimo oro della incredibile spedizione azzurra dell’Atletica.

Stesso allenatore di Stano, stessa infanzia condita con l’olio buono e piccante di Puglia, stessa maturità agonistica a schiantare avversari lasciati lontani, senza la necessità di “sporcare” la tecnica di marcia per andare più forte.

Guardi in faccia Antonella e ti vengono in mente Maurizio Damilano, Abdon Pamich, Sandro Bellucci, Annarita Sidoti, Giuliana Salce, Ileana Salvador, Elisa Rigaudo, Eleonora Anna Giorgi, Giorgio Rubino, Ivano Brugnetti, Michele Didoni, Giovanni De Benedictis.

E forse dimentichiamo qualcuno.

La marcia, insomma, quel mondo incredibile nel quale la fatica non è tutto, perché bisogna anche dimostrare perfezione nel gesto atletico e doti strategiche in gare, spesso, ad eliminazione.

La marcia generosa, praticata da gente generosa, per una Italia dell’Atletica che ha sbancato Tokyo, contro ogni pronostico, ben al di là di ogni previsione.

Oggi sul gradino più alto c’è la marciatrice di Mottola, la ragazza con il fiore portafortuna in testa, cucito dalla madre, per far capire al mondo che non sappiamo solo soffrire, ma anche vincere, tanto e bene.