Il totem di Assago

È andata come in pochi speravano ma in tanti temevano. Ha vinto la Grecia di Giannis Antetokounmpo il dio greco della pallacanestro che tutti si aspettavano devastante ma che invece ha trovato pane per i suoi denti contro un’Italia tenace, dura e compatta, ma perdente: 81-85 lo score finale.

L’Italia sprofonda per tre volte a -15 a cavallo fra terzo e quarto periodo. I numeri non mentono. È uno svantaggio pesante, comprensibile per le difficoltà nell’attaccare una squadra scafata, pesante e fisica, e la concomitante presenza di un due-volte MVP che spande l’intera anima sul parquet. Eppure, quel -15 non rispecchia realmente la partita. Gli Azzurri sono squadra, gruppo, spirito. Hanno energia, trasmessa anche dallo splendido sold-out del Forum. E la pelle d’oca si alza di centimetri quando, nei secondi finali, Simone Fontecchio Stefano Tonut si ritrovano tra le mani il pallone del possibile aggancio per forzare l’overtime. 

Il ferro di Assago risuona per due volte consecutive, risucchiando altrettanti “nooo” disperati dai 12.000 che colmano gli spalti. Ma la strada è ancora lunga e le speranze intatte. La Grecia è passata ma guardare avanti con fiducia si può.

Carlo Galati

Una Cocciaretto azzurra allo Us Open

Erano ben 18 gli italiani ai nastri di partenza delle qualificazioni dello UsOpen, grandi speranza di un battaglione compatto e portabandiera dei colori azzurri in quello che è l’ultimo Slam dell’anno e che sarebbe potuto essere un tripudio tricolore con l’ufficializzazione della lingua italiana come lingua ufficiale del tennis. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di 18 sconfitte; percorso netto, purtroppo.

Gli ultimi a mollare il colpo sono stati Maestrelli, Cobolli, Agamenone, Arnaldi e Seppi, con il primo impegnato in una sfida epica con il portoghese Nuno Borger risoltasi a favore di quest’ultimo solo all’ultimo e decisivo tie break.

A ridare luce a questa oscura tornata di qualificazioni ci ha pensato Elisabetta Cocciaretto che ha battuto Whitney Osuigwe in due set accedendo al main draw che dunque vedrà altri dieci italiani ai nastri di partenza, cinque uomini (Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego e Fognini) e cinque donne (Trevisan, Giorgi, Paolini, Bronzetti e Cocciaretto). Quando si parla di parità di genere, il tennis è già molto avanti, sperando che, questa volta, il nostro piccolo battaglione possa avanzare quanto più compatto possibile.

Carlo Galati

Il (non) Djoko degli Slam

Non vogliamo entrare nei meandri della questione dal punto di vista giuridico. I fatti sono che non c’è obbligo vaccinale per giocare agli Us Open o per assistervi, esiste obbligo invece, per entrare negli Stati Uniti. Questa è la legge: dura lex sed lex. Appurato questo, il tema è però un altro e si rifà alla credibilità del tennis, inteso come sport professionistico e relative classifiche: ci spieghiamo meglio utilizzando come metro, gli Slam. Djokovic ha saltato gli Australian Open perché non vaccinato. Gli è stato permesso di giocare in Francia, al Roland Garros; ha vinto Wimbledon ma senza punti (e senza russi e bielorussi) e salterà New York. Questi sono i fatti.

Ora la domanda è: che credibilità ha tutto ciò? E’ difficile spiegare e far comprendere che il giocatore papabile numero 1 al mondo, per un motivo o per un altro, salti due Slam su quattro, e che nonostante abbia vinto uno dei restanti due, non gli venga riconosciuto nessun punto per quella vittoria. Questo perché la mancata vaccinazione impedisce ai non vaccinati di entrare in quegli Stati in cui vige l’obbligo all’ingresso e perché le ripicche tra Wimbledon e ATP hanno portato all’esclusione dei russi dall’erba inglese e quindi, per l’ATP, che a pagare siano tutti gli altri. Djokovic in primis. Per carità non stiamo qui a volerci ergere a legislatori e puntare il dito sulle scelte degli stati sovrani ma il risultato è che il russo Medvedev, numero 1 al mondo, non ha potuto giocare Wimbledon, mentre il serbo Djokovic non ha potuto difendere i 2000 punti conquistati l’anno prima. Se a questo aggiungiamo le questioni australiane e newyorchesi del serbo, il dado è tratto.

Ed è un dado che non mostra mai una faccia consapevolmente corretta nell’analisi di una stagione che ha degli evidenti passaggi a vuoto, e che restituiscono un feedback di valori che rappresentano solo una parte di ciò che è stato e non mostrano ciò che sarebbe potuto succedere. A perdere in questa questione, anzi, in queste questioni, è ancora una volta il tennis e per certi versi la sua governance, che si trincera dietro le leggi dello Stato ma che niente dice in difesa di ciò che dovrebbe tutelare. A pagare infatti sono i tifosi e sono i giocatori, che per un motivo o per un altro, dalla questione vaccini a quella boicottaggio, vedono uno sport monco delle sue eccellenze. Viviamo tempi complessi, anche nel tennis.

Carlo Galati

Born(a) to be wild

Il numero 152 del mondo non può vincere un Master 1000, battendo tra gli altri, Nadal, Norrie e Tsitsipas. Ma Borna Coric non lo sa e vince lo stesso. Questo splendido paradosso è andato in scena a Cincinnati dove il croato a dispetto di classifica, pronostici, avversari, varie ed eventuali, ha trionfato in un 1000, battendo il record di Roberto Carretero che trionfò ad Amburgo nel 1996 quando si trovava al numero 143 della classifica mondiale.

Insomma un bel successo per un giocatore che, come nelle più romantiche storie di sport, ha assaporato i bassifondi del suo sport, come l’eliminazione al primo turno al Challenger di Iasi in Romania (?!), ad opera di Nicholas Ionel, numero 279 del mondo. Non propriamente un top 10 e nemmeno uno che ci si possa avvicinare. Eppure, ancora una volta, il tennis ha mostrato il suo vero volto, quello della forza mentale che sovrasta in tante occasioni gli aspetti tecnici del gioco.

Coric da oggi è il numero 29 del mondo, guadagnando ben 123 posizioni in una settimana. Roba da non crederci se non fosse reale. Come reale è il fatto che in due settimane abbiano vinto due 1000 giocatori non appartenenti al gruppo dei soliti noti: Carreno Busta ieri, Coric oggi. Quanto è bello? Certo, un’occasione persa per i nostri portabandiera; ma questa è un’altra storia.

Carlo Galati

Crippa e i leggendari 10mila

Il terzo oro italiano da Monaco arriva al termine di una gara che ha lasciato tutti senza fiato. Una vera e propria volata di duecento metri per conquistare una vittoria storica. Yeman Crippa è il nuovo campione europeo dei 10mila. L’azzurro, già vincitore del bronzo nei 5mila, nato in Etiopia e adottato nel 2001 assieme ai suoi cinque fratelli da una coppia milanese, ha superato ai 200 metri dall’arrivo il norvegese Mezngi e fissato il cronometro sul tempo di 27’46″13. Folle.

Per intensità non ha nulla da invidiare alle vittorie di Tamberi e Jacobs, emozionanti e adrenaliniche nello spazio di un salto o di 100 metri corsi col fiato in gola. Eppure erano i diecimila metri, una gara che potrebbe essere considerata noiosa; niente di più falso. È stata persino più intensa perché inattesa, non preventivabile a priori. Non così.

Crippa con questa vittoria associa il proprio nome a quelli di grandissimi della specialità, Cova, Mei e Antibo che questa gara l’avevano vinta in passato. Un solco importante all’interno del quale Yeman ha voluto inserirsi con la determinazione giusta per affiancarsi ad altre leggende italiane della specialità, diventando leggenda a sua volta.

Carlo Galati

GimbORO

È inutile girarci troppo attorno: quando conta fare il risultato, al netto dei problemi di varia natura e forma, i campioni vengono fuori, lasciando nella storia, il proprio marchio. Ci aveva pensato qualche giorno fa Marcell Jacobs, ci ha pensato Gianmarco Tamberi. E non sembri un caso che i loro destini siano incrociati nelle strade che portano al successo, oro chiama oro; vittoria chiama vittoria.

Così è stato a Tokyo, così è a Monaco dove si è arrivati passando per la delusione mondiale di Eugene, perché anche quelle servono. Nessuna strada che porta alla vetta non è lastricata di difficoltà e amarezze che i veri campioni sanno trasformare in carburante per raggiungere la vittoria. Tamberi non ha solo vinto ma ha dato l’ennesima dimostrazione di saper trovare, in un costante moto perpetuo, nuove energie per saltare in alto…e ancora più in alto.

Per la precisione fino a 2 m e 30, misura che non è quella del suo personale in stagione (2,32) ma che vale molto di più. Vale un oro che sa di rivincita e che, come accaduto per Jacobs, zittisce tutti quelli che pensano che la vittoria, una volta ottenuta, debba essere sempre una costante, non conoscendo le regole dello sport. Regole conosciute a Gimbo che guarda e passa con l’ennesimo oro al collo.

Carlo Galati

Jacobs, un lampo d’oro nel cielo di Monaco

Il campione olimpico di una disciplina è, per un quadriennio, il punto di riferimento per tutti. Le sue mosse vengono analizzate con il lanternino, gli avversari ne studiano i segreti, tutti ne parlano. La vita sportiva, e non solo, di Marcell Jacobs dopo Tokyo è stata quasi vivisezionata; ci potrebbe stare se consideriamo che prima dell’oro olimpico non in molti ne conoscevano le virtù. Quello che non ci sta è la critica selvaggia di chi non ha neanche il rispetto per un campione. Olimpico per di più.

In questo 2022 ha prima vinto il mondiale indoor poi ha dovuto saltare i mondiali outdoor per un problema muscolare che ne rendeva impossibile la potente falcata, depotenziando l’immenso arsenale in suo possesso. Una scelta da fare in vista degli Europei che, per i giochi del calendario dovuto allo stop per pandemia del 2020, ha visto slittare tutto di un anno sovrapponendo gli eventi. Ha avuto ragione lui: Marcell Jacobs ha vinto l’oro.

E se in molti, strappandosi le vesti, ne avevamo già messo in dubbio le potenzialità, derubricandolo a lampo nel nulla, il lampo ha dato un segnale forte, ancora una volta, correndo veloce e fermando il cronometro a 9,95. Tanto basta per zittire tutti, dimostrando di essere il campione che è e che sarà.

Carlo Galati

Auguri Jannik, 21 candeline e il mondo davanti

Sembra trascorso un lasso di tempo indefinito, pur nella sua oggettiva semplicità di misurazione, eppure sono passati “solo” 3 anni da quando, un giovanissimo ragazzo di San Candido, paesino in provincia di Bolzano, fece irruzione nel mondo del professionismo, vincendo a soli 17 anni il primo titolo della sua carriera, il Challenger di Bergamo. Quel ragazzo si chiama Jannik e oggi di anni ne compie 21.

Nel frattempo ha vinto tornei del circuito Atp, passando dal trionfo alle Next Gen, conquistando i quarti di finale in tre Slam su quattro, mancando l’appuntamento a New York lì dove si recherà dopo Cincinnati (giocherà con Kokkinakis proprio oggi), per provare a raggiungere quell’ulteriore target da mettere in bacheca insieme ai sei trofei Atp, di cui sopra. Insomma, non proprio malissimo se consideriamo anche gli avversari battuti ma soprattutto, il percorso.

Ha diviso gli italiani quando ha annunciato la sua separazione da Riccardo Piatti per abbracciare un nuovo team di lavoro, capitanato adesso da Darren Cahill, facendo rifiorire in alcuni sensazioni che sembravano sopite e lanciando il tennis nel mondo del gossip sportivo italiano: mediaticamente un gran successo. E quindi: auguri Jannik, splendido 21enne con una storia ancora tutta da scrivere sul campo da tennis e non solo. L’Italia ti guarda e ti ammira, rendila felice.

Carlo Galati

Popovici, un marziano su Roma

David Popovici, 18 anni da compiere a settembre, segnatevi questo nome, il nome del nuovo re del nuoto mondiale, nella disciplina più iconica, i 100 metri stile. In un tripudio di medaglie azzurre agli europei di nuoto di Roma, sono 20 finora, di cui 9 d’oro, splende la stella di questo ragazzo che con il tempo di 46″ 86 ha spostato i limiti umani, chiamati record del mondo.

Il ragazzo romeno vive e si allena a Bucarest e nella sua vita esistono solo due parole: “Sacrificio e allenamento”. Costantemente a dieta, in palestra e in acqua sei giorni su sette, non ha intenzione di trasferirsi negli Usa, come pure gli è stato proposto, perché in Romania ha tutto quello che gli serve: l’acqua, il suo coach e un’alimentazione sana sono lì a casa sua.

Per lui lo sport, tutto, è divertimento: “Confermo. Stancarsi molto fino quasi a voler vomitare e avere problemi di acido lattico e sangue alla testa, questo è divertimento. Non è divertente al momento ma mezz’ora dopo, quando il dolore non è più insopportabile, è divertente. Ti senti come se ne fosse valsa la pena”. Ecco perché campioni si nasce, perché il talento è la base ma senza la testa non si scrive la storia. Nello sport e non soltanto.

Carlo Galati

Serena e quella luce in fondo al tunnel

Difficile ricordare una carriera sportiva più longeva, una carriera che ha attraversato tre decenni in due differenti secoli. Era il 1997 quando due giovani giocatrici afroamericane con le treccine colorate, fecero il loro ingresso nel circuito professionistico femminile. Serena e Venus, con il padre Richard a formare una trimurti che ha rivoluzionato il mondo del tennis, non soltanto femminile. Serena dopo 25 anni ha detto basta, “vedendo la luce in fondo al tunnel”.

Sono 23 gli Slam vinti, uno in meno rispetto a Margaret Smith Court, ma uno in più rispetto a Rafael Nadal. Ma non solo quello, perché l’impatto che Serena ha avuto sul tennis va ben oltre il campo, travalicando l’aspetto agonistico per atterrare nelle cose del mondo. La sua forza e la sua potenza sono state voci contro il razzismo; ha usato il suo essere icona per sfilare come modella, rompendo alcuni canoni che sembravano cristallizzati. È donna ed imprenditrice. E mamma.

Ecco, la famiglia è e sarà la sua nuova priorità, com’è giusto che sia per una donna che ha dato tanto al tennis e tanto ha ricevuto, associando il proprio nome a quello dello sport che l’ha resa grande. Adesso è tempo di guardare avanti, raggiungendo quella luce che è luce di vita, oltre il tennis.

Carlo Galati