L’inarrestabile declino del calcio

Una diapositiva che non avrebbe bisogno di ulteriori commenti. Due istanti, separati da pochi attimi, che raccontano di quanto il calcio, lo sport più amato, quello che per definizione popolare, non è “solo uno sport”, sia nella fase di una matura decadenza, per certi versi inarrestabile. Una decadenza guidata da chi il giocattolo lo maneggia e gestisce: Gianni Infantino.

Al cospetto di chi ha plasmato il calcio a propria immagine, di chi lo ha saputo trasformare da semplice sport in qualcosa di poetico, la decenza lascia il passo all’immoralità del moderno modo di intendere quello che è oggi questo calcio. Un qualcosa che non devia il proprio corso, ormai compromesso, neanche di fronte alla salma di Pelé, uno che solo a nominarlo vengono i brividi.

Foto, selfie e risatine. Questo è quello che ha mostrato il padrone del calcio: l’uomo che decide cosa e quando, ma che non può prendersi tutto. Non si prenderà la passione, non si prenderà l’ispirazione che giganti come Pelé hanno trasmesso al mondo. Si prenderà i soldi e tanti e saranno quelli che distruggeranno tutto. In maniera tremendamente irreversibile.

Carlo Galati

L’abbraccio dello sport

Ci siamo. È in questi momenti che si tirano le somme di ciò che è stato, guardando a ciò che potrebbe essere, con stati d’animo diversi in base alle personali attitudini verso il futuro. È il momento in cui bisogna guardarsi indietro e capire cosa è stato per leggere cosa sarà; riguardare, come nel nostro caso, le foto di un 2022 che per tanti versi sarà un anno indimenticabile.

Anno in cui ci hanno lasciato icone dello sport, ricordarne qualcuna significherebbe fare torto ad altre, un anno in cui c’è chi ha vinto, chi ha sofferto. E c’è chi si è abbracciato. Ed è proprio questo abbraccio olimpico, quello tra il russo Ilia Burov e l’ucraino Oleksandr Abramenko, della finale di freestyle alle Olimpiadi di Pechino, a rappresentare l’immagine più forte di questo 2022. Una foto che per certi versi, è irripetibile.

Una foto che rappresenta il frame precedente di un mondo che probabilmente non vedremo più, perlomeno non a breve, e che colpisce in pieno volto chi non sa cogliere nei valori dello sport i valori della vita. Ripartire da qui, da questa foto. Dal grande abbraccio che lo sport può dare al mondo e agli uomini, elevandoli dalla miseria d’animo che ne attanaglia chi ha in mano le sorti di popoli e nazioni intere. Auguri a loro, auguri a noi.

Carlo Galati

Dal Messico a Messi, l’Argentina si riprende il calcio

Non deve essere semplice vivere nel mito di Diego. Esserne indicato da tutti come l’erede naturale, giocare con il fardello di dover sempre competere con l’eterno spirito del calcio, un peso che può schiacciarti o renderti immortale, come solo il d10 del calcio è riuscito a essere. Leo Messi dopo una rincorsa durata un’intera vita, è riuscito ad arrivare lì dove merita di stare: nel ristretto club della mitologia sportiva.

Lo ha fatto dimostrando di essere, così come Diego, un trascinatore, un capitano capace di caricarsi sulle proprie spalle le aspettative di un popolo che guardava a lui come l’unico in grado di riuscire dove tanti avevano fallito prima, nell’ultima occasione della sua vita, facendo quello per cui era nato: far rivivere il mito, alzando quella coppa, 36 anni dopo.

E come Diego ha praticamente vinto da solo un mondiale in cui, gli altri, sono stati degli utili comprimari a servizio del genio assoluto, così come fu quella nazionale argentina del 1986. A differenza di Diego, ha vinto tutto quello che c’era da vincere, lasciando dietro di se il vuoto: non ha più nulla da dimostrare, nulla da chiedere e non deve più dare nulla a nessuno, saldando tutti i debiti che la storia gli aveva attribuito e lasciando un credito infinito nello sport e nella storia dell’Argentina, sedendo una volta per tutte accanto al più grande di sempre.

Carlo Galati

Perugia, il mondo è tuo

La pallavolo italiana vive la sua stagione più bella, quella dei grandi successi, di quelle vittorie che segnano non solo indelebilmente il presente ma marcano il futuro ispirando giovani e giovanissimi che allo sport si stanno approcciando e alla pallavolo probabilmente si avvicineranno anche grazie a queste vittorie. Dopo aver conquistato con la nazionale europeo e mondiale è Perugia a mettere il sigillo in cera lacca sul volley italiano vincendo in Brasile il mondiale per club.

E lo fa battendo in finale Trento, formazione guidata da capitan Michieletto che aveva vinto le precedenti cinque finali a cui aveva partecipato; insomma se ci fosse ancora bisogno dell’ulteriore riprova di quanto forte sia questo movimento, eccola qui. La corazzata umbra partiva con tutti i favori del pronostico e si è imposta in rimonta, 3-1 (20-25; 25-23; 27-25; 25-19) prolungando così la propria imbattibilità stagionale: venti vittorie consecutive, di cui undici in campionato e tre in Champions League, oltre alla conquista della Supercoppa Italiana.

Se non è un dominio non sapremmo come altro definirlo. Di sicuro il giusto viatico per programmare qualcosa di più grande che manca ancora al movimento pallavolistico italiano. Parigi è vicina, Perugia però è già realtà.

Carlo Galati

Dolorosamente inaccettabile

Impossibile razionalizzare, troppo forte il dolore misto a stupore e rabbia. Tanto forte da offuscare tutto. Solo il 16 ottobre scorso Davide Rebellin aveva messo fine alla sua carriera da ciclista, arrivando a 51 anni con la stessa voglia di gareggiare e vincere. Di quella adrenalina che gli procurava questo sport che per lui significava vita. Anche, appunto, a 50 anni quando non puoi più vincere, ma sei lì ad alimentarti di quella linfa che ti fa andare avanti.

Rebellin ha vinto un po’ tutto in carriera. Era un grande interprete delle Classiche, soprattutto Classiche del Nord. 3 volte la Freccia Vallone, la Liegi-Bastogne-Liegi, l’Amstel Gold Race. Rebellin che ha vinto quando aveva 20 anni, quando ne aveva 30, anche quando ne aveva 40 e rotti, considerando che il suo ultimo successo è datato 2018, quando aveva 47 anni. Fece la storia nel 2004 precisamente dal 18 aprile al 25 aprile. Comincia con l’Amstel Gold Race in cui riesce a battere Boogerd proprio all’ultimo, dopo aver seminato Bettini e Di Luca. A metà settimana domina il Mur de Huy, vincendo la Freccia Vallone su Di Luca e Scarponi. E infine completa l’opera qualche giorno più tardi alla Liegi, vincendo anche la Doyenne su Boogerd e Vinokourov. Una tripletta storica: le tre Classiche delle Ardenne vinte nella stessa stagione, nella stessa settimana. Nessuno ci era riuscito prima.

E non sappiamo se mai qualcuno ci riuscirà, quello che sappiamo però è che quella rabbia non passerà mai: non si può morire così, non si deve morire così. Come Scarponi, come Rebellin, rincorrendo in sella ad una bici il sogno di una vittoria, che si costruisce negli allenamenti in mezzo al traffico, in mezzo ai camion, rischiando tanto ed in alcuni casi tutto. E’ vero, se vuoi tutto, devi essere pronto a rinunciare a tutto, lo sport e il ciclismo come esempio di vita dedita al sacrificio, con un limite: mai oltre la vita. E’ dolorosamente inaccettabile.

Carlo Galati

Davis, vicini a ciò che poteva essere e non è stato

Inutile negarlo: la delusione è tanta. Ci abbiamo creduto tutti, come giusto che fosse, dopo aver visto Lorenzo Sonego vincere in tre ore di pura battaglia su Denis Shapovalov; pensavamo che la finale su un’Australia forte ma battibile, fosse lì, che bastasse allungare il passo per finirci dentro. Riportare la Davis in Italia era più che un sogno; erano due break ottenuti, uno per set, nel decisivo doppio. Non sono bastati.

Eh già perché poi, passato il primo momento di euforica depressione, il ragionamento che ne consegue è più legato all’oggettiva situazione di difficoltà con cui l’Italia ha affrontato queste sfide decisive, senza i propri due top player, e tenuti in vita da un Lorenzo Sonego superlativo nell’andare oltre il ranking, nel paradosso costante di non conoscerlo (o facendo finta) e quindi vincere i match.

Ma il rimpianto è comunque grande: senza la Russia, senza Alcaraz, Nadal, Zverev, Kyrgios, le congiunture astrali sembravano poter indicare, 46 anni dopo, la strada verso quel successo che avrebbe messo un bel punto esclamativo nella parola rinascita. Certo resta l’amarezza ma anche la consapevolezza che il gruppo Italia, inteso come squadra, nello sport forse più individualista che c’è, esiste. Resta (anche) questo; di sicuro un patrimonio da non disperdere. Questa la sfida più grande.

Carlo Galati

Sacrificio mondiale

Una settimana di questo strano mondiale di calcio in Qatar, è passata, andata via piuttosto velocemente rispetto ad una manifestazione lenta e scarna di contenuti calcistici; una settimana invece ricca di immagini forti di gesti forti. Una settimana in cui ci siamo riscoperti se non più poveri, sicuramente più deboli nella consapevolezza che tutto si può barattare o comprare. Anche i diritti.

E non vogliamo appartenere a quella categoria di indignados per partito preso o per presunta convenienza. Ne prendiamo atto, come tante altre cose della vita. Prendiamo atto del fatto che poi forse il sostegno alla comunità LGBT non è poi così importante. Prendiamo atto del fatto che i diritti delle donne iraniane (e non solo), che lottano per la propria indipendenza dal regime, è un qualcosa di sacrificabile in nome della tranquillità della manifestazione e di una presunta moralità qatariota.

Conosciamo le logiche del mondo e siamo consapevoli che non si sarebbe potuto fare altrimenti. Domani, però, quando tutto sarà finito, risparmiateci la morale, risparmiateci le infinite solfe su quello che si deve fare/pensare/ dire in nome dell’inclusione a comando. E non perché non sia giusto, anzi. Condividiamo tutte queste battaglie. Ma sono state messe da parte per un mese ma queste cose non possono essere congelate e scongelate a piacimento. O ci credi sempre, o mai. Gli ipocriti del calcio, mai.

Carlo Galati

Djokovic e la stagione che gli tolse e diede tutto

A guardare indietro, ripercorrendo la stagione, partendo da quel mese di gennaio in cui l’Australia lo mise al bando, decisa com’era a seguire le leggi che, valide per tutti, misero Novak Djokovic nella condizione di non essere ospite gradito. Stessa sostanza ad agosto, quando gli Stati Uniti non permisero il suo ingresso, dovendo così bypassare tutta la stagione americana. Il tutto attraversando il successo di Wimbledon, (senza punti) e la perdita dello scettro di numero 1 al mondo. Insomma, una stagione se non negativa, di sicuro indimenticabile.

Indimenticabile perché, nonostante tutto e potremmo dire, nonostante tutti, il serbo ha saputo nuovamente lasciare il segno da campione nel torneo dei campioni, le Atp Finals, dominate dall’inizio alla fine. Torneo vinto non solo in finale su Ruud, ma già nel round robin quando ha battuto Medvedev in una partita dura, durissima, ma senza senso. Per gli altri. Non per lui che ha vinto quel match e lanciato il messaggio chiaro del più forte che vince sempre, anche quando apparentemente non conta.

Ma vincere per Djokovic conta, sempre. Ed è così che è riuscito a vincere il torneo dei maestri, diventandolo lui per la sesta volta ed eguagliando un record che era tutto svizzero. Perché quando hai vinto tutto, vuoi vincere ancora. Non basta la retorica vittoria su se stessi, quando vuoi arrivare dove nessuno è mai arrivato, scalando la montagna dell’ignoto per piantare la propria bandiera nella cima più alta. Il 2023 ci dirà questo.

Carlo Galati

Nakashima si prende Milano

Gli occhi di tutti erano su Musetti. Impossibile ipotizzare il contrario: giocatore favorito, italiano in Italia. Insomma sembrava una bella storia già scritta, doveva solo essere raccontata dal campo. Fin qui tutto bene, se non fosse che alla fine il campo di storia ne ha raccontata un’altra, quella di Brandon Nakashima.

Un po’ sotto traccia, senza essere particolarmente spettacolare ma terribilmente concreto nel suo gioco da fondo campo, ha costruito, giorno per giorno, la sua vittoria alle NextGen Atp Finals riuscendo ad entrare nel cuore dei tifosi dell’Allianz Cloud, orfani del giocatore di Carrara prima e di Stricker e Draper poi, anche loro divenuti beniamini del pubblico dei più giovani soprattutto.

Ha vinto meritatamente Nakashima, mettendo il suggello ad una stagione che lo ha visto giocare gli ottavi di Wimbledon, lasciando il passo a quel Nick Kyrgios che poi sarebbe arrivato fino in fondo. E anche lui, successore tra gli altri nell’albo d’oro della manifestazione, di Tsitsipas, Sinner e Alcaraz, può ambire al grande salto nel mondo dei grandi. Già dalla prossima stagione.

Carlo Galati

Il giorno in cui l’Italrugby scrisse la storia

Credo che un giorno così non ritorni mai più. E a dirlo non è una canzone o una semplicistica esemplificazione della realtà. No, è la storia e la storia per definizione non può ripetersi. Può ripresentarsi sotto altre forme ma le prima volte come questa non si dimenticheranno mai. È il giorno in cui l’Italia del rugby ha battuto l’Australia per 28-27, il giorno dei giorni.

Già perché dopo anni a interrogarsi sul perché questa squadra non decollasse, a chiedersi come mai un bacino di passione come quello azzurro non riuscisse a supportare un movimento sportivo boccheggiante, a corto di risultati e di fiducia, a febbraio uno spiraglio di luce con la vittoria in Galles. Poi di nuovo il buio con la sconfitta in Georgia. Ma quella volta, quella sconfitta era diversa rispetto alle altre: una sconfitta che rappresentava la ripartenza.

Una ripartenza guidata da Crowley in panchina e da capitan Lamaro in campo, vittoriosi con Samoa, stupefacenti con l’Australia anche grazie a Capuozzo, un giocatore che non c’è mai stato nella storia azzurra, un giocatore capace di spezzare equilibri cambiando passo come pochi. Adesso sguardo rivolto al Sud Africa sperando che un giorno così possa essere vissuto di nuovo. Un nuovo inizio per il rugby italiano.

Carlo Galati