Sacrificio mondiale

Una settimana di questo strano mondiale di calcio in Qatar, è passata, andata via piuttosto velocemente rispetto ad una manifestazione lenta e scarna di contenuti calcistici; una settimana invece ricca di immagini forti di gesti forti. Una settimana in cui ci siamo riscoperti se non più poveri, sicuramente più deboli nella consapevolezza che tutto si può barattare o comprare. Anche i diritti.

E non vogliamo appartenere a quella categoria di indignados per partito preso o per presunta convenienza. Ne prendiamo atto, come tante altre cose della vita. Prendiamo atto del fatto che poi forse il sostegno alla comunità LGBT non è poi così importante. Prendiamo atto del fatto che i diritti delle donne iraniane (e non solo), che lottano per la propria indipendenza dal regime, è un qualcosa di sacrificabile in nome della tranquillità della manifestazione e di una presunta moralità qatariota.

Conosciamo le logiche del mondo e siamo consapevoli che non si sarebbe potuto fare altrimenti. Domani, però, quando tutto sarà finito, risparmiateci la morale, risparmiateci le infinite solfe su quello che si deve fare/pensare/ dire in nome dell’inclusione a comando. E non perché non sia giusto, anzi. Condividiamo tutte queste battaglie. Ma sono state messe da parte per un mese ma queste cose non possono essere congelate e scongelate a piacimento. O ci credi sempre, o mai. Gli ipocriti del calcio, mai.

Carlo Galati

Nessuno tocchi Antony

A vederlo in dirette sembrava uno di quei bug della Play, quando i giocatori cominciano a fare cose senza senso nei videogame si “incantano” e fanno cose senza senso. Oppure quando, sempre con il joystick in mano, si esagera con i numeri per innervosire l’amico-avversario. Questa volta però, durante Manchester United-Sheriff (3-0), era tutto vero: niente Play, niente bug e niente joystick.

L’autore è Antony terzino sinistro del ManU che stoppa palla e ruota su se stesso con il pallone incollato all’interno sinistro. Due giri completi, in realtà totalmente inutili visto che l’attaccante dei Red Devils non è pressato, tecnicamente non è neppure un dribbling. Semplicemente un virtuosismo estetico fine a se stesso, ma che ha fatto impazzire i social e il suo allenatore che lo ha pubblicamente ripreso e messo in panchina. Ma vivaddio cos’e il calcio se non divertimento?

Che male c’è ad aver fatto eseguito un gesto tecnico, per la sana voglia di divertisi e divertire il pubblico che ha apprezzato, sia quello all’Old Trafford che a casa? Ecco il perché di uno sport che sta diventando tutt’altro: perché ha perso le sue radici di divertimento, riconducendo sempre il tutto alla concretezza raggiunta ad ogni costo anche sul 3-0 di una partita finita. Ed è proprio per questo che diciamo, evviva, evviva, evviva. Evviva Antony e le sue giocate per alcuni da circo, per altri (molti) da artista del pallone.

Carlo Galati

Benzema, l’oro del calcio mondiale

L’ultimo francese a vincere il Pallone d’oro era stato Zinedine Zidane, nel 1998, al termine di una stagione che lo vide campione del mondo con la sua nazionale nel mondiale di casa. Il massimo della grandeur. Dopo 24 anni sono proprio le mani di Zizou a segnare il passo, consegnando a Karim Benzema quel testimone tanto meritato quanto atteso.

E lo ha fatto vincendo la quinta Champions da leader maximo dei blancos in incredibili rimonte. A cominciare da quella che ribaltò il Psg, grande favorito, messo alla porta agli ottavi nonostante il tridente delle meraviglie, a prima vista, composto da Messi, Neymar e Mbappé. Al Real invece è bastato un Benzema al picco della sua carriera, elegante e spietato che ha concluso la stagione da capocannoniere di Liga e pure di Champions, dove ha affondato Chelsea, City e in finale il Liverpool.

Una stagione da ricordare, un pallone d’oro che rompe equilibri stantii e che regala una nuova prospettiva ad un premio che era stato giustamente o meno, egemonizzato dai soliti noti. Karim ha battuto anche loro, in rimonta, come la sua annata, arrivando anche stavolta a quella vittoria tanto desiderata.

Carlo Galati

Il Nottingham Forest è tornato

È nato nel 1979, proprio mentre il Nottingham Forest conquista la prima di due irripetibili Coppe dei Campioni: Steve Cooper non sarà Brian Clough, leggendario allenatore dei tricky trees, ma siede sulla stessa panchina e dopo 23 anni ha riportato quella squadra in Premier League.

È il sogno di una città intera e della sua orgogliosa gente passata dalla massima gloria europea al declino verso gli inferi del calcio professionistico inglese; era retrocesso in seconda divisione nel 1999 e non era più riuscito a risalire, subendo anche l’onta di scivolare in League 1 nel 2005, da cui era riuscito a risalire solo nel 2008. Poi 13 stagioni in Championship in cui non era mai andato oltre il 3° posto, centrato nel 2010.

Eppure la nobiltà calcistica non è qualcosa che gli arabi o i magnati, più o meno identificati o identificabili, possono comprare al mercato sfruttando la pesante moneta di chi ha la sfacciataggine di voler comprare tutto. Quel romantico ideale di sogno trova in quella maglia la sua più reale versione, nel ricordo di ieri nella gioia di oggi.

Carlo Galati

The importance of being Ancelotti

È tutto vero. Ancelotti è il primo nella storia della Champions League a fare poker in panchina. Ha staccato Bob Paisley, che col Liverpool ne ha conquistate tre (1977, 78 e 81), battendo proprio i Reds (per altro per la seconda volta, la prima col Diavolo ad Atene nel 2007), e Zinedine Zidane, che tra il 2016 e il 2018 fece tris col Madrid. Insomma un intreccio di destini incrociati che raccontano una storia magistralmente incredibile.

La storia di un uomo che di Champions ne ha sollevate anche due da giocatore. Per giocare la finale di Parigi, che arriva dopo il successo in Supercoppa di Spagna e nella Liga, unico a vincere nei cinque maggiori campionati europei, il suo Real è venuto a capo di un percorso molto complicato, probabilmente il peggiore possibile. Negli ottavi ha fatto fuori il Psg di Messi e Mbappé, ai quarti il Chelsea campione in carica, in semifinale il Manchester City di Guardiola. E poi, da sfavorito, ha messo k.o. il Liverpool. Un’impresa. Non c’è altro da dire, per un allenatore che in Italia dopo il Milan è stato maltrattato da chi non ne ha capito le potenzialità. Non stupiamoci del perché alcuni risultati non arrivino; ma questo è un altro discorso.

Oggi è il giorno in cui godersi il giusto trionfo che merita il miglior allenatore che il calcio italiano abbia mai avuto. Ode a Carletto.

Carlo Galati

Da Wembley a Como, il lungo viaggio della Cremonese

Il ricordo che abbiamo della Cremonese è molte volte legato a quel concetto di calcio romantico così in voga nella costante contrapposizione al calcio di oggi: il pane e salame di provincia contrapposto al Dom Perignon. Eppure molte volte è una visione errata; quanto squadre hanno avuto l’onore di alzare un trofeo a Wembley, per antonomasia luogo di nobilita calcistica? Quante italiane? Una di queste è la Cremonese.

Era il 1992, era la squadra allenata dal compianto Gigi Simoni che, in quello che era il torneo Anglo-Italiano batté il Derby County 3-1. Era la Cremonese di Turci, Giandebiaggi, Maspero, Florijancic, di una squadra di provincia che arrivò in A e li è stata per tre anni, fino al 7-1 subito col Milan il 12 maggio 1996. Poi l’oblio chiamato anonimato e Serie C.

Adesso dopo 27 anni il ritorno tra i grandi, il ritorno in Serie A, dopo la vittoria di Como ed una squadra di giovanissimi guidati da Pecchia in panchina e da un certo Ariedo Braida in tribuna, che avranno la voglia di continuare a stupire. Come quella notte a Wembley.

Carlo Galati

Carletto V, l’imperatore europeo

Che fosse già uno degli allenatori più importanti e vincenti della storia del calcio italiano e non solo, prescinde da ogni risultato presente e futuro. È una certezza che affonda le proprie radici nei decenni e in ciò che è già stato vinto da Carlo Ancelotti; la stima nei suoi confronti comincia dai numeri più che dai sentimenti. Ora lui è il primo ad avere vinto il campionato nelle cinque nazioni calcisticamente più importanti d’Europa (le nominiamo attraverso le sue squadre: Milan, Chelsea, Psg, Bayern e Real Madrid) e diventa, pertanto, quello che già era, cioè ciò che scrivevamo all’inizio: uno dei più grandi allenatori nella storia del calcio e dello sport.

Non ha avuto bisogno di diventare cattivo o falso, e nemmeno mediatico o guru. Ha dimostrato che si può essere buoni senza essere fessi, e onesti senza essere sconfitti. In tanti gli hanno dato tanto, i suoi giocatori intendiamo, perché sapevano e sanno di potersi fidare. Quando ha vissuto stagioni meno gloriose, ad esempio a Napoli, qualcuno ha osato dargli del bollito. Osato, appunto. Perché seppur senza quell’altra da predestinato, con il lavoro ha costruito le sue fortune e le sue squadre. Si tessano le lodi di Carletto V, unico vero imperatore del calcio europeo.

Carlo Galati

De Zerbi, l’uomo oltre l’allenatore

In momenti del genere è difficile trovare le giuste parole evitando che si scade nella banalità del male…o del bene, ma tant’è è comunque difficile anche per chi di parole vive, che nelle parole trova il giusto rifugio per sentimenti che vanno oltre tutto. Anche oltre la ragione.

Ma c’è chi quelle parole le ha trovate, misurandole, trasmettendo a tutti il vero significato dell’essere uomini ed essere sportivi, due cose che dovrebbero viaggiare insieme ma non facili da abbinare: parliamo di Roberto De Zerbi, allenatore italiano dello Shakhtar Donetsk che ha così descritto le ultime ore vissute in Ucraina.

“Mercoledì notte abbiamo sentito cadere le bombe, ma anche stanotte. Ci tranquillizzano dicendo che ai civili non succede niente. O meglio, che ai civili stranieri non dovrebbe succedere niente. Ma nessuno si è mai trovato in questa situazione. Siamo rimasti solo noi in hotel, io e i giocatori brasiliani. Non c’è nessuno del club. Io mi attacco ai valori che mi ha dato mio padre, quindi sto con i ragazzi più giovani per far vedere che ci siamo. Per me è una cosa giusta. Non so se questo ci faccia stare bene, abbiamo paura. Ma non possiamo permetterci di mettere la paura davanti alla vita. Sono preoccupato da morire per i giocatori ucraini. Qualcuno è da solo, qualcuno può essere chiamato alle armi, anche ragazzi di 18/20 anni. Noi torneremo nel loro Paese, loro saranno comunque in mezzo ai guai. La cosa che mi fa diventare pazzo è non poterli aiutare in nessun modo. Chi non sa di calcio, di un gruppo, di cosa voglia dire la responsabilità magari mi prende per c…, ma a me dispiace vedere così i miei ragazzi”

Ogni ulteriore parola sarebbe inutile e non aggiungerebbe null’altro a questa grande manifestazione di valori e principi umani. Quell’umanità che si sta perdendo.

Carlo Galati