E tu, dov’eri quando Ayrton è morto?

È una delle domande a cui forse tutti sappiamo e sapremo dare sempre una risposta. Uno di quei momenti che hanno fermato non solo la vita di un uomo per sempre, ma in piccola parte anche la vita di tanti altri, fosse solo per un piccolissimo interminabile istante.

Erano le 14:17, gran premio di San Marino, corso ad Imola, curva del Tamburello. Il piantone dello sterzo a terra, i soccorsi, le lenzuola bianche a coprire gli occhi delle telecamere che non volevano essere indiscreti. Volevamo tutti sapere, non per morbosità, ma per affetto. Poi la radio che faceva rimbalzava notizie confuse, fino a quella definitiva; erano circa le 19 quando la sentenza arrivò definitiva. Ayrton è morto.

E con lui, un pezzo di chi gli ha voluto bene

Carlo Galati

L’ossessione di Charles

L’ossessione della vittoria, del primato non è qualcosa che puoi inventarti: o ce l’hai dentro quel fuoco, che arda e ti consuma, o non lo puoi accendere. Ci si nasce così. Ci si nasce con l’ossessione della vittoria e del primato.

C’è nato, per fortuna nostra e di chi ama la Ferrari, Charles Leclerc, monegasco di nascita italiano d’adozione. Non vorremmo tanto soffermarci sulla vittoria a Melbourne e sul primato in classifica mondiale dopo tre gare e con un distacco già importante, in termini di punti sugli altri piloti. No. Parliamo d’altro.

Dopo averne ottenuti due nelle prime due gare, il ventiquattrenne aveva già il giro record, e tendenzialmente si capiva che nessuno avrebbe potuto toglierglielo, e in un primo team radio Leclerc si sente chiedere al suo team se aveva bisogno di fare il giro veloce. La risposta è stata: “No, va bene così, è già il tuo”. Ma il leader del Mondiale voleva la certezza del giro veloce. E invece che gestire, sicuro anche dalla sua Ferrari, pur sapendo che non erano in discussione la vittoria, voleva avere la certezza del giro veloce. L’ha ottenuta battendo se stesso e il suo giro. Il messaggio è chiaro: l’ossessione della vittoria passa in primis dal battere sempre se stessi. Nella speranza che il mondiale di F1, quest’anno, viva su questa lotta.

Carlo Galati

Nel deserto del Bahrein rifioriscono due rose Rosso Ferrari

I test lo avevano detto, in maniera equivocabile, ma novecento giorni senza vittorie inviterebbero alla prudenza anche gli inguaribili ottimisti.

Nel deserto dorato del Bahrein Leclerc centra il “Grande Slam”: pole position, primo posto e giro più veloce, con una Ferrari affidabile e bellissima, capace di portare sul podio anche Carlos Sainz, nonostante un fine settimana complicato per lui. Segnali orribili sul fronte Red Bull, con Verstappen e Perez che trovano lo “zero” fermando le monoposto a pochi chilometri dalla bandiera a scacchi e denotando problemi di affidabilità non pronosticabili alla vigilia.

Le peggiori Mercedes degli ultimi anni si ritrovano, inaspettatamente, terza e quarta, limitando i danni e restando aggrappate a un Mondiale da possibile protagonista, nonostante il “budget cap” tolga loro il vantaggio di spendere e spandere senza limiti per lo sviluppo delle monoposto.

La notizia, però, è a tinte rosso Ferrari.

La scuderia di Maranello “è” la Formula 1, è parte fondamentale di questo circo fatto di motori, sviluppo e alta tecnologia; e ai piedi di quel podio, in fondo, sorridono tutti, dentro e fuori il team guidato da Mattia Binotto.

Sorridono perché una Ferrari competitiva aiuta a rendere meno noioso quel rosario di Gran Premi che ritrova finalmente il pubblico e il fattore umano, grazie a monoposto che hanno sempre più bisogno di un pilota capace di portarle al massimo.

E attira investitori e visibilità.

Risuona l’inno di Mameli e il Mondiale ritrova una protagonista, anzi due.

Sarà battaglia, fino alla fine, ne siamo certi; ma sapere che a combattere ci saranno di nuovo due superman con il cavallino rampante marchiato a fuoco sulla pelle, in un solo istante fa ritornare la voglia, parafrasando il Maestro Battiato, di “vivere ad alta velocità”.

Mai finale fu più bello

La gara l’avete vista tutti, inutile stare qui a raccontarla, perderemmo tempo. È difficile infatti trovare delle parole che riescano a raccontare una gara chiusa e poi riaperta, vinta da Hamilton e poi da Verstappen. Ad Abu Dhabi è andata in scena la sana follia del motorsport.

Il regno di Lewis Hamilton è caduto all’ultimo giro di una gara di cui si parlerà nei secoli a venire, proprio mentre l’inglese stava volando verso l’ottavo titolo, quello con cui avrebbe staccato Michael Schumacher. E invece la magia di questo campionato aveva in serbo un ultimo, clamoroso, colpo di scena: il ribaltone all’ultimo giro. Che non sarebbe stato possibile senza l’incidente di un pilota sin qui nell’anonimato, ma di cui ora tutti ricorderanno il nome, Nicholas Latifi.

E ricorderemo tutti che al termine di questo mondiale combattuto in pista e fino all’ultimo fuori pista, con parole e gesti anche eccessivamente sopra le righe, l’ormai ex numero 1 del mondo ha reso omaggio con signorilità al suo successore, dimostrando l’inglese, di essere il campione che è. Cosa sarebbe accaduto al contrario? Non lo sapremo mai ma lasciateci qualche dubbio in proposito. La strada per essere campioni passa anche lontano dalla pista. Avrà modo di imparare, Max. Only che champions.

Carlo Galati