Il valore della vittoria

Non bastano oltre seimila km di distanza dalla loro patria sotto attacco, gli atleti ucraini fanno sventolare con orgoglio la bandiera giallo- azzurra sulle piste paralimpiche di Zhangjiakou, in un lungo fil rouge che unisce Kiev e Pechino nella resilienza che accomuna sport e vita, lotta e sopravvivenza.

Nella 6 km con disabilità visive il podio è stato tutto ucraino. La medaglia d’oro Vitali Lukianenko ha dedicato la gara ai “ragazzi che proteggono le nostre città”. Dal presidente del Comitato paralimpico ucarino, Valery Sushkevych l’orgoglio per queste vittorie che “sono il segno che l’Ucraina, era, è e rimarrà un Paese”. Parole che danno una speranza e che ricordano a tutti quanto forte sia la spinta emotiva dello sport, capace di unire i popoli ed infondere energia, speranza, forza a chi in quei momenti confonde la gioia col dolore, le lacrime con il sudore nel difendere la propria vita, la propria casa, la propria terra.

E non sia una caso l’exploit ucraino, seconda forza del medagliere paralimpico: un popolo fiero come quello ucraino ha chiaro l’obiettivo finale da raggiungere, che valga una medaglia d’oro o la difesa di tutto ciò che si ha.

Carlo Galati

La figlia di Chernobyl che ha conquistato il mondo

Ci sono racconti di vita speciali per definizioni che diventano straordinari se inseriti in un determinato contesto. La storia di Oksana Masters non è soltanto un racconto di vita sportiva ad altissimi livelli. In un periodo geopolitico e storico, quale quello attuale, assume peraltro un valore del tutto particolare. Quella di Pechino 2022 è la sua sesta Paralimpiade, tra Giochi estivi e invernali, e l’oro conquistato nella 6 km di Sci di Fondo la proietta a quota 11 medaglie. Canottaggio, Biathlon e ciclismo, passando per lo sci di fondo. In sostanza, una carriera leggendaria per chi, a 8 anni d’età, era paragonabile a un bambino di tre, per crescita fisica e soli 16 kg di peso corporeo.

Oksana Masters è nata vicino a Chernobyl nel 1989 e ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze del disastro nucleare che devastò la cittadina ucraina tre anni prima. Oksana è infatti nata con sei dita per ciascun piede, cinque dita palmate su ogni mano e senza pollice, ma anche con una gamba, la sinistra, di circa 17 centimetri più corta dell’altra, un solo rene e varie altre malformazioni congenite. Abbandonata dai genitori naturali ha vissuto in tre diversi orfanotrofi prima di essere adottata, all’età di 7 anni, da una professoressa di Buffalo, Gay Masters. Arrivata negli Stati Uniti d’America, Oksana ha dovuto affrontare diversi interventi chirurgici e l’amputazione di entrambi gli arti inferiori ma soprattutto si è dovuta rendere conto del fatto che tutto ciò che aveva vissuto fino allora non rappresentasse minimamente la normalità. Una non normalità che vive ogni giorno e il cui segno è indelebilmente apposto nella storia dello sport.

Carlo Galati

Errore olimpico

Un’inversione di rotta in meno di 24 ore. Questa è la decisione da parte del CIO di escludere gli atleti russi e bielorussi dalle Paralimpiadi in programma a Pechino dal 4 al 13 marzo, si era pensato che avrebbero potuto partecipare come “neutrali”. Ed invece a poche ore da quella che sarà una cerimonia di apertura di giochi olimpici, ci troviamo di fronte ad una decisione assurda, proprio alla luce della sua stessa natura.

Lo sport è inclusione per definizione, strumento e veicolo di pace, a maggior ragione se svolto all’interno di un contesto a cinque cerchi, non può e non deve sottostare a quelle logiche non inclusive che per natura non le appartengono.  

Intollerabile gesto di tristi burocrati che non vedono nello sport quel messaggio di pace che dovrebbero vedere, che non sanno che rispondere discriminando, di fronte alla grande fame di unità e fratellanza. Non stiamo qui di certo a negare la fondatezza delle sanzioni nei confronti della Russia ma non è corretto che a pagare sia chi nello sport, e nello sport paralimpico, ha trovato un momento di riscatto personale da una vita che non ha sicuramente mostrato loro il suo volto migliore ma che, grazie alla volontà di competere, ha offerto un riscatto a questi atleti. Poteva essere l’occasione giusta magari di vedere su un podio un atleta russo e uno ucraino abbracciarsi sotterrando, in nome del sacro fuoco di Olimpia, le trucide barbarità che la guerra porta con sé; avremmo potuto gioire di immagini forti come la storia che quella storia, così terribile, magari avrebbero potuto contribuire a cambiare. Quanti gesti in tal senso? Quante occasioni ha avuto lo sport per unire. Tantissime, alcune di queste ve le abbiamo descritto in questa pagine: dalla tregua di Natale durante la prima guerra mondiale, alle imprese di Bartali al Tour del France che evitarono nel 1948 una guerra civile ormai prossima, ai pugni di Mohamed Alì che cambiarono il corso della storia afroamericana.

E’ un’occasione persa, è uno squallido piegare quanto di più puro esista, la voglia di competere alle olimpiadi, alle logiche sanzionatorie di una guerra che non è mai giusta, che non è mai corretta, che non ha e non avrà scusanti, ma che fa aumentare sempre di più il caro prezzo che soprattutto gli innocenti pagheranno. Come nel caso degli atleti russi e bielorussi.

Il saluto di Pechino con lo sguardo verso l’Italia

La fine di un’Olimpiade è sempre un momento che ha l’amaro retrogusto di un bellissimo ed emozionante viaggio che finisce. È la conclusione di due settimane che portano con se la ragionevole consapevolezza che qualcosa di grande sia successo, una dolce pausa di due settimane dall’ incessante fluire del mondo che guarda alla fiamma olimpica come unica luce in un momento di oggettivo buio per l’umanità. Pechino ha mostrato al mondo il suo volto più bello, fatto di precisa organizzazione e di tecnologia al servizio dello sport.

Per lo sport italiano Beijing 2022 è stata una spedizione vincente, fatta di 17 medaglie: per numero, solo dietro a Lillehammer del 1994. Ma non è stato solo questo. La cerimonia di chiusura delle 24esime Olimpiadi segnano anche il conto alla rovescia verso il sogno italiano del 2026 che vedrà Milano e Cortina dividersi l’onore e l’onore di ospitare quanto di più grande ci sia nel mondo dello sport, accendendo quella torcia olimpica che si spera possa essere simbolo di rinascita totale. L’impresa sarà grande così come l’impegno. La strada è tracciata, il viaggio che aspetta tutti quelli che hanno a cuore lo sport nel nostro Paese sarà lunga e non priva di ostacoli. Ne varrà di sicuro la pena.

Carlo Galati

Amos, Stefania e le pietre d’oro

La prima volta che l’Italia si accorse del curling era il 2006, Olimpiadi di Torino. Si gareggiava in casa e tutto andava bene, tutto era meraviglioso. Quella stessa Italia che lo ha guardato quasi con diffidenza all’inizio, raccontandolo con snobismo. Per anni si è parlato di scope, di pentole, di posture particolari. Bocce sul ghiaccio, si diceva. In realtà il curling è molto di più, ce lo hanno spiegato Stefania Constantini e Amos Mosaner, vincendo l’oro olimpico a Pechino.

Stefania e Amos due ragazzi che per arrivare a lanciare le loro pietre sulla pista bianca e dritta di Pechino hanno affrontare le curve di uno sport cinico e spietato. Uno sport che è fatto di strategia e precisione, dove si gioca, si vince e si perde in totale simbiosi e dopo duri allenamenti. Insomma non proprio una roba per dopolavoristi.

Un successo colto nel 2022 che travasa le glorie dell’anno appena passato, dal vaso delle vittorie. Uno sport che ha visto la nostra coppia battere i canadesi che di iscritti alla federazione ne hanno oltre un milione, contro i nostri 400 scarsi. Insomma un miracolo tutto italiano, il solito miracolo sportivo che questa volta ha gli occhi decisi di Stefania e Amos capaci di teleguidare le pietre diventate ormai miliari per lo sport italiano.

Carlo Galati

Arianna Fontana, regina Olimpiade

“E il conto delle medaglie non è finito così come la sua luce olimpica, iniziata a Torino e che si spera possa arrivare fino a Milano/Cortina per una degna conclusione di una storia ancora da scrivere”.

Avevo concluso così, qualche giorno fa nel raccontare l’impresa della nona medaglia olimpica di Arianna Fontana conquistata nella staffetta mista dello short track. Una medaglia che l’aveva avvicinata alla leggenda e che e ad un solo passo da Stefania Belmondo, in questa speciale classifica. Vi possiamo adesso svelare che quel “conto delle medaglie non ancora finito”, faceva riferimento alla storia da scrivere in quella che è la Sua gara: quei 500 metri che l’avevano già vista trionfare a Pyeongchang, solo 4 anni fa. E’ necessario un upgrade, in primis nel titolo del nostro pezzo. Ha difeso il titolo, in una gara tiratissima, con un sorpasso da antologia sull’olandese, poi seconda, Suzanne Schulting; finta all’esterno, passaggio sul cordolo interna. Roba che solo i geni di questo sport e della velocità applicata al ghiaccio riescono non solo a pensare, ma a vedere e mettere in pratica.

Ha difeso quel titolo che era già suo, dando l’ennesima dimostrazione che non esiste appagamento nei grandi campioni, ma che anzi, vincere aiuta a vincere, stimolando una sorta di circolo vizioso sa cui si esce vincitori o…vincitori. Perché chi mostra questa attitudini ha già vinto o continua a farlo. Come Arianna che adesso ha nel mirino le tredici di Edoardo Mangiarotti che di medaglie ne ha “soltanto” tre in più. Le possibilità ci sono e come detto qualche giorno fa, Milano/Cortina, quell’Olimpiade, la nostra Olimpiade, non è lontana. Esaltarsi i quel contesto raggiungendo lì l’obiettivo sarebbe il massimo. Adesso però è il momento di fermarsi, respirare e alzarsi in piedi a battere le mani ad una campionessa che ha le stigmate per diventare la più grande di sempre.

Carlo Galati

Arianna Fontana, signora Olimpiade

Ha iniziato a vincere medaglie olimpiche quando di anni ne aveva 15, si gareggiava a Torino nel 2006 e comincio lì ad iscrivere il suo nome nella storia dello sport italiano. Non aveva nemmeno idea di quello che poteva essere quell’inizio scintillante di carriera, anche perché da adolescente hai pochi punti di riferimento e solo tanta voglia di divertirti. Arianna Fontana, di medaglie ne ha vinte nove, grazie all’argento conquistato a Pechino oggi, nella staffetta mista dello short track, 16 anni dopo i giorni magici dell’Olimpiade italiana.

Come lei quasi nessuno, in Italia e non solo. Stefania Belmondo ha vinto 10 medaglie olimpiche in cinque edizioni diverse delle Olimpiadi invernali, il suo stesso numero di partecipazioni e una medaglia in più. Poi c’è Edoardo Mangiarotti, che nella scherma ha vinto ben 13 medaglie nei Giochi estivi. E poi possiamo fare solo i nomi di Valentina Vezzali e di un altro fantastico schermidore azzurro, Giulio Gaudini, che hanno vinto lo stesso numero di medaglie. Abbiamo citato protagonisti davvero mitologici dello sport azzurro, atleti che hanno scritto la leggenda dello sport italiano in più di un secolo di storia, a cui oggi si aggiunge lei.

E il conto delle medaglie non è finito così come la sua luce olimpica, iniziata a Torino e che si spera possa arrivare fino a Milano/Cortina per una degna conclusione di una storia ancora da scrivere.

Carlo Galati

Il valore di un’Olimpiade

Non so perché ma esiste una strana concezione che tende a considerare l’edizione invernale delle Olimpiadi, quasi una manifestazione inferiore rispetto a quella considerata più “classica” e rinomata in tenuta estiva. Eppure i riti sono gli stessi: a partire dall’emozione della cerimonia d’inaugurazione fino alla dedizione che gli atleti mettono nel preparare un avvenimento che solo una piccolissima parte di sportivi eletti hanno la possibilità di rappresentare. Ed uguali sono le sensazioni nel vedere accendersi il braciere olimpico, ardere il sacro fuoco.

Con ancora le emozioni negli occhi di Tokyo, lo sport italiano, solo qualche mese dopo quell’ubriacatura di medaglie, guarda sempre verso la via della seta, alla ricerca di metalli più o meno preziosi e l’Italia tutta si stringe intorno a questi ragazzi che dall’altra parte del mondo coronano il proprio sogno, rappresentando tutti noi che da qui li guardiamo ed in loro riponiamo la speranza di un piccolo grande momento di gioia da conservare anche noi nel remoto del nostro cuore. Vederli oggi sfilare a Pechino col tricolore sulle spalle, e quello più grande orgogliosamente tra le mani di Miche Moioli, che ha sostituito la sorella in armi, Sofia Goggia, per i motivi che conosciamo, ci ha trasmesso tanta gioia, in tempi piuttosto bui che schiariscono di fronte al fuoco di Olimpia rappresentando il valore supremo dello sport. Non esiste, maggiore o minore, esiste l’Olimpiade, quei bellissimi cinque cerchi che non smetteranno di essere mai un punto fermo.

Carlo Galati

Sogni di Goggia

I bergamaschi si sa, hanno la tempra dura. E’ gente decisa che parla poco, che lavora tanto. E no, non è un luogo comune ma la realtà dei fatti. Per usare uno slogan molto in voga in questo momento storico, è gente che non molla mai, che guarda oltre le difficoltà della vita. Il Covid ha provato a sferzare il loro animo, colpendo, nei primi giorni di pandemia, proprio quella gente che ha lottato e nonostante tutto a testa alta è andata avanti. Sofia Goggia è figlia di quella terra, di quei luoghi e di quelle montagne. Ha la forza di rialzarsi sempre ad ogni caduta, anche la più dolorosa, anche quella che ne ha precluso i mondiali di Cortina, quella stessa Cortina che l’ha esaltata nella vittoria per poi darle il dolore più grande. Una caduta ed una parziale lesione del crociato. Per altri, sarebbe stato un ko; sarebbe significato dire addio alle olimpiadi e ai sogni di gloria. Per Sofia no.

Intendiamoci, da quello che dicono i medici ci vorrà un quasi miracolo, per un infortunio grave che, però, non necessita di intervento chirurgico. Ed è già un’ottima cosa. Come ottima è la tenacia che la Goggia, supportata dal suo staff, metterà in pista per provare un recupero che avrebbe l’odore del miracolo. Lì dove altri avrebbero mollato, lei rilancerà. Lì dove in molti si sarebbero rassegnati al destino cinico e barbaro, lei sarà capace di non arrendersi, di provare a scrivere una pagina di storia dello sport anche solo per ridisegnare le curve di un sogno. E che non sia solo un sogno di gloria, ma un sogno di Goggia. Ancora uno.

Carlo Galati

Lo slalom della Regina

Dave Ryding vince a Kitzbühel: primo inglese nella storia.

Li abbiamo visti vincere ovunque i sudditi di Sua Maestà: sui campi di calcio come nei bacini del canottaggio, dentro una monoposto di formula 1, in piscina, sui campi da rugby e persino fra le pinte di birra dei campionati di freccette.

All’appello mancava la neve, non proprio l’elemento naturale di un’isola con poche montagne e altitudini non proibitive, quasi fastidiosi cavalcavia se messe a confronto con i rilievi alpini o le vette dei Paesi nordici.

Ci ha pensato un giovanotto classe 1986, Dave Ryding, l’unico capace di non deragliare sulla neve soffice e fresca di Kitzbühel, in piedi sulle rovine di inforcate e errori clamorosi, in una gara ad eliminazione che ha mietuto vittime eccellenti.

Il veterano Ryding si è piazzato lì, ha piantato la bandiera con la croce di Sant’Andrea sul podio virtuale e non l’ha più ammainata, mentre gli uomini della neve, austriaci, svizzeri, francesi e italiani, litigavano coi paletti e con le cunette, gestendo quando non si doveva o inforcando nel tentativo di forzare il ritmo.

Un’ecatombe che non toglie nulla alla manche straordinaria dell’atleta britannico, bravo a interpretare al meglio un tracciato difficile e un fondo friabile come gli scones, i tipici biscotti inglesi della colazione.

Ogni tanto lo sport ci racconta una fiaba, recitando filastrocche che nascono da grandi sacrifici, caparbietà e voglia di non mollare: la fiaba di Dave Ryding, quasi trentaseienne, come quella degli uomini del suo staff in lacrime, increduli e felici, a cantare God save the Queen su un podio di ghiaccio, al gusto di pudding e salsa gravy.