Postcards from Tokyo #9

La donna coraggio che continua a volare

Pazienza e determinazione, determinazione e pazienza: cambiate pure l’ordine degli addendi, il risultato non cambierà. E il risultato ha un nome ed un cognome, Vanessa Ferrari, una piccola grande donna che con la grazia di una ballerina e la forza di un ginnasta ha coronato il sogno di una vita, la medaglia olimpica.

Con un esercizio che oltre ad essere impeccabile dal punto di vista atletico è anche uno spettacolo dal punto di vista artistico, Vanessa ha illuminato il mondo con la sua eleganza rendendo incredibilmente reale il sogno di una farfalla che è finalmente sbocciata, spiccando il volo.

Ne ha fatta di strada, ha dovuto attendere, fermarsi e ripartire a causa di infortuni, due su tutti al tendine di Achille, nel 2010 e nel 2017 che ne hanno minato le certezze forse più dei due quarti posti conquistati in due Olimpiadi consecutive. L’ultima chiamata, senza Simone Biles ai nastri di partenza, era l’occasione da non mancare e così è stato. Medaglia d’argento: poteva essere del metallo più pregiato ma è comunque il lampo di qualcosa che forse non doveva arrivare ed è arrivato lo stesso, qualcosa che non doveva accadere ed è accaduto. Con la grazia che solo chi sa volare può avere.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #8

La tempesta (d’Oro) perfetta

A Tokyo i quindici minuti che non ti aspetti: doppio oro azzurro, con Tamberi nell’alto e Jacobs nei 100 metri.

I piazzamenti, le finali, i tanti giovani sui quali la Federazione ha costruito in questi anni sulle macerie delle ultime due Olimpiadi: tutto bello, tutto giusto, ma nessuno poteva immaginare l’istantanea di Marcell Jacobs e Gianmarco Gimbo Tamberi che si abbracciano, tricolore in mano, dopo aver sbancato Tokyo in quindici minuti che resteranno nella storia dell’Atletica e dello sport italiano.

Due ori in due specialità nobili dell’atletica, salto in alto e cento metri piani uomini.

I 100 metri, la palestra privata dei colossi made in USA, Gran Bretagna e Giamaica, il tappeto rosso calpestato da Carl Lewis e Usain Bolt, oggi vengono scartavetrati da un ragazzone italiano, capace di abbattere il record europeo due volte, prima in semifinale e poi nella finale, dominata con un 9.80 stratosferico, impronosticabile, dolcissimo.

E sull’altra pedana Gimbo, il saltatore che accarezza il cielo, baciato troppe volte dalla sfortuna e perseguitato dagli odiatori seriali della rete per la sua estrosa gestione dell’immagine pubblica.

Due ragazzi campo e fatica, due lavoratori dello sport che hanno costruito questo successo con abnegazione e pazienza.

Increduli loro, increduli noi.

Quel tricolore che sventola due volte in pochi minuti, sul campo della Regina dei Giochi, è il suggello su una spedizione fino ad ora contraddistinta da alti e bassi, con tante medaglie e pochi Ori, comunque prodiga di segnali di vitalità e di programmazione in discipline che ci si ricorda esistano solo ogni quattro anni.

E non è finita.

Anche se questi due ce li sogneremo la notte, c’è da giurarci.

Un lampo, anzi due, illuminano la notte giapponese: Gimbo e Marcell, meravigliosi gemelli d’Oro di una Italia che vince anche dove conta di più, quando gli altri non se lo aspettano, facendoci impazzire di gioia.

E di orgoglio tricolore.

Postcards from Tokyo #7

Marcell, il brivido della velocità

L’Italia si è scoperta un Paese per velocisti e lo ha fatto attraverso lo schiaffo dirompente di un 9’’94 sui cento metri alle Olimpiadi. Un ciclone su Tokyo dal nome Marcell Jacobs.

Era dai tempi di un signore di Barletta che di nome faceva Pietro e di cognome Leggenda, dai suoi meravigliosi duecento metri alle Olimpiadi di Mosca, che non avevamo un sogno di medaglia nelle gare sprint. Perché se non ve ne foste accorti, di questo parliamo: di un tempo corso in batteria, record italiano, che può valere un posto sul podio della gara regina per eccellenza, un appuntamento a cui nessuno vuole mancare. Saranno 100 metri di passione prima in semifinale e poi in finale.

Certo, la strada è ancora lunga ma percorrerla con la fiera velocità di un uomo che l’Italia non ha mai avuto, ci regala il sogno di essere protagonisti, in quei 10 secondi scarsi, che si vivono in apnea e si ricordano per la vita. Abbiamo sempre visto gli altri essere protagonisti, abbiamo tifato per atleti dalle nazionalità più o meno esotiche. Adesso è il nostro turno. Forza Marcell, la storia è lì: dista solo 100 metri e poi altri 100.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #6

Ragazze d’oro dal cuore d’oro

Quell’oro che serviva. Un primo posto necessario a fare quel piccolo ma importante passo in avanti nel medagliere e rompere così un digiuno fatto di tanti piazzamenti. E’ la prima medaglia d’oro del canottaggio femminile nel doppio di coppia pesi leggeri, arrivato ventun anni dopo il trionfo del quattro di coppia a Sydney 2000. A riuscire in questa impresa sono due ragazze della provincia italiana, Valentina Rodini e Federica Cesarini, che da oggi siedono al tavolo degli dei dello sport.

Una vittoria ottenuta sul bacino del Sea Forest Waterway che non hanno paura di consegnare agli annali del canottaggio, elevandola a gara della vita: Valentina e Federica in 6’47”54 si sono imposte davanti a Francia (+0”14) e Olanda (+0”49). Una medaglia preziosa e attesa con una dedica particolare. Il primo pensiero è stato rivolto a Filippo Mondelli, fiero alfiere del canottaggio italiano, morto a 26 anni per un tumore, lo scorso 29 aprile. Era il pilastro del 4 di coppia, i suoi compagni di squadra purtroppo non sono riusciti a portarlo con loro sul podio. Ci hanno pensato queste due ragazze :”Abbiamo portato Pippo con noi sul gradino più alto del podio“. Lo hanno portato anche in barca con loro e ci piace pensare che i 0,14” di vantaggio sulla Francia possa in qualche modo essere un segno del destino, l’incollatura regalata da chi ha sicuramente guarda e gioito dall’alto per questa vittoria.

E’ una bella storia olimpica, una bella storia di sport che bisogna raccontare attraverso le luci della ribalta che i Giochi concedono, amplificati ovviamente dal bagliore di un oro che rende tutto maledettamente bello e un po’ malinconico.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #5

Il teorema di Federica

L’immortale, la Divina, la fucina di medaglie di vari materiali preziosi, ha compiuto nella umida mattina giapponese l’ennesima impresa.

Quinta finale olimpica consecutiva nei 200 stile libero, acciuffata col terzo posto nella sua semifinale, dopo una batteria che l’aveva vista quindicesima su sedici concorrenti ammesse.

Aggrappata al turno successivo e prematuramente data per “finita”, anche stavolta, la miranese si presenta ai blocchi per scrivere la storia e lo fa nel modo più bello: nuotando, con quel suo incedere a scatti, frullando l’acqua in corsia uno, inusuale e defilato tappeto rosso verso la gloria.

Lei è Federica, però, e se ne frega della corsia. Piange, avvisa tutti che in finale si divertirà, perché la finale era l’unico obiettivo, e trasmette al mondo l’amarezza per la sua penultima vasca in un 200 olimpico.

Forte come una Dea del Mare, elegante come una sirena, meravigliosamente umana quando mostra a favore di telecamera le proprie debolezze.

Un’altra Pellegrini non nascerà mai più e bisognerebbe dedicarle, in vita, un monumento: grazie alla campionessa totale, grazie alla donna che ha conquistato 58 medaglie preziose in competizioni internazionali, grazie alla primatista del mondo plurima, migliaia di ragazzini hanno scelto una piscina come palestra e il nuoto, lo sport, come stile di vita.

Basterebbe questo, invece c’è molto altro dietro e dentro Federica: c’è la campionessa che lascia un segno indelebile nello sport mondiale e lo fa da vincente.

Col tricolore nel cuore e la quinta finale olimpica da onorare, Federica dimostra per l’ennesima volta il proprio personale “teorema”, quando al crescere dei disfattisti e dei detrattori, aumentano le sue probabilità di centrare un altro obiettivo vincente.

Adesso mettiamo la sveglia alle 3,30 e divertiamoci.

Con Federica.

Postcards from Tokyo #4

Devi soffrire, dobbiamo soffrire

Devi soffrire! Dietro quest’espressione urlata del maestro Fabio Galli a Daniele Garozzo durante la finale di fioretto contro Cheung Ka Long alle Olimpiadi di Tokyo 2020, c’è un mondo di significati non tutti immediatamente riconoscibili.

C’è la consapevolezza, in primis, che senza sacrificio, dolore, fame nulla si può ottenere. Devi soffrire, come punto di partenza che segna la strada verso l’arrivo, la vittoria. “No pain, no gain” dicono gli anglosassoni nell’esprimere fondamentalmente lo stesso identico concetto. Eh no, in inglese non fa più figo.

Quel “devi soffrire” è anche l’esegesi di un legame tra allenatore ed atleta, che non si può comprendere a fondo. C’è una vita di rapporti dietro, di lavoro per arrivare lì in quel momento, in quel modo. C’è la voglia di aiutare il proprio atleta ricordandogli quello che c’è stato nel percorso, urlandogli “non sei da solo”.

E infine c’è lo sport, nella sua più brutale e nuda essenza: non esiste gioia senza sacrificio, non esiste vittoria senza duro lavoro. Soffrire per vincere.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #3

La ricercatrice d’oro

Avere la testa, avere le gambe. Non è un sillogismo banale nel caso di Anna Kiesenhofer, neo campionessa olimpica di ciclismo su strada. Atleta part-time, l’austriaca è una ricercatrice ed è questo il lavoro che le dà da vivere, non il ciclismo; almeno non fino ad oggi. Laureata in matematica a Vienna tra il 2008 e il 2011, Master a Cambridge (2011-2012) e il Dottorato al Politecnico della Catalogna nel 2016, anno in cui ha iniziato a praticare ciclismo in modo più professionale dopo essersi cimentata nel triathlon e nel duathlon, ora è una ricercatrice alla Ecole Polytechnique Federale di Losanna dove studia le equazioni differenziali parziali non lineari che sorgono nella fisica matematica. Insomma, cosa volete che sia una fuga di 138 km in solitaria a confronto?

Unica rappresentante del suo Paese, Anna ha preparato tutto da sola: «Ho studiato la prova maschile e deciso la mia tattica di gara. Non ho allenatori, tecnici, preparatori, né nutrizionisti che mi seguono, mi occupo io in prima persona dei miei allenamenti, di ciò che mangio e di come gestirmi in corsa. Non avevo la radio quindi non ero sicura del vantaggio che avevo, in più non sapevo se gli aggiornamenti che ricevevo erano affidabili».

 La storia di Anna Kiesenhofer è la storia di un’atleta che con coraggio ha dimostrato quanto possa essere reale il concetto di Dual Career, conciliare studio/lavoro e sport ad alti livelli. Certo, probabilmente non potrà girare per il mondo da professionista della bicicletta e forse non lo vuole neanche, non vuole lasciare e non lascerà quei numeri che l’hanno aiutata ad arrivare dov’è arrivata, vincendo quello che tutti sognano, vincendo quello che non tutti possono avere. Il messaggio che ha dato a tutti è stupenda intriso della magia e dello spessore che un’Olimpiade sa dare, scavando verso il proprio significato più profondo. Un significato che questa splendida ricercatrice matematica di 30 anni ha colto nella propria essenza, regalandosi un oro olimpico che solo lei sa quanto vale.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #2

Il volo Dell’Aquila sul primo oro azzurro

Ritrovarsi sul tetto del mondo, volando sul cielo olimpico senza troppo preavviso, conquistando una ribalta inaspettata. Questo è quello che è successo a Vito Dell’Aquila primo campione olimpico della spedizione azzurra alle XXXIIesime Olimpiadi di Tokyo, nel Taekwondo categoria -58 kg.

Ventenne di Mesagne, provincia brindisina, che al Taekwondo aveva già regalato Carlo Molfetta, anche lui campione olimpico a Londra nel 2012, nonostante la giovane età ha dimostrato un’esperienza impressionante nel corso di tutta la giornata, dal primo turno alla finale. Ha rischiato sempre poco e si è guadagnato con pieno merito un successo indiscutibile sotto ogni punto di vista.

Una medaglia vinta a Tokyo ma che ha dietro una storia di allenamenti iniziati a 8 anni nella palestra del maestro Roberto Baglivo e continuata nell’arma dei Carabinieri di cui è membro del gruppo sportivo dall‘età di 17 anni. Una sintesi di sacrificio, impegno e dedizione applicata ad un’arte marziale che ha nel volo il proprio tratto distintivo. Il volo dell’Aquila.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #1

Il viaggio dei fijiani

Sono passate poche ore dall’accensione del sacro fuoco di Olimpia e abbiamo già la prima storia da raccontare che viene da Tokyo: viaggiare su un cargo carico di pesce congelato e raggiungere la XXXIIesima Olimpiade. E’ questa la missione portata a termine dal Team Fiji. La squadra olimpica del Pacifico, è stata costretta a muoversi in questo modo a causa del Covid che ha chiuso fino alla fine di luglio quasi tutti i voli di linea che la collegano al resto del mondoNon avendo alternativa, il Comitato olimpico locale ha trovato come soluzione far salire la squadra su un volo merci, gli unici a poter raggiungere lo Stato, di quelli che trasportano principalmente pesce congelato.

Il numero limitato della delegazione fijiana, una cinquantina di persone tra atleti e accompagnatori, ha permesso di sfruttare la parte della carlinga adibita al trasporto di passeggeri. Prima di imbarcarsi, tutti hanno inoltre dovuto trascorrere 96 ore in isolamento, oltre ad effettuare i test previsti dalle linee guida stabilite dai funzionari di Tokyo. Li abbiamo visti sfilare poche ore fa, possiamo dire che la missione è compiuta: quando il fine giustifica i mezzi. In tutti i sensi.

Carlo Galati

“Il Cio non abbandona mai gli atleti”

Ci siamo. Tra poche ore le prime gare della XXXII Olimpiade, vedranno il via. Un via sofferto, incerto, attraversato da dubbi sovrastato da nubi. Abbiamo pensato e riflettuto: come raccontare il percorso fatto fino a qui? Come spiegare il perché di questi Giochi, in questo momento storico? Poi abbiamo ascoltato le parole di Thomas Bach, presidente del Cio, intervenuto alla 138esima riunione del comitato tenutasi a Tokyo, e abbiamo deciso che niente andava aggiunto.

“Guardando a oggi, alla vigilia dei Giochi, può sembrare che arrivare fino a qui sia stata una navigazione tranquilla; purtroppo è una disamina lontana dalla verità. Negli ultimi 15 mesi abbiamo dovuto prendere decisioni quotidiane su basi molto incerte. Avevamo dei dubbi. Ogni giorno deliberavamo, discutevamo, c’erano notti insonni, come tutti gli altri al mondo. Non sapevamo cosa ci avrebbe riservato il futuro.

All’inizio dello scorso anno per lo scoppio della pandemia, insieme ai nostri partner giapponesi, abbiamo dovuto affrontare una scelta: cancellazione o rinvio, non c’era niente in mezzo. La cancellazione sarebbe stata la via più semplice per noi. Avremmo potuto sfruttare economicamente il premio assicurativo che avevamo in quel momento e pensare a Parigi 2024. Ma in realtà, la cancellazione non è mai stata un’opzione per noi. Il Cio non abbandona mai gli atleti.”

Poche parole, incisive e significative come lo sport, che attraverso l’Olimpiade chiede quella tregua ad un nemico che non ha interlocutori. basandosi solo sulla sua immensa grandezza. Lo sport è vita. Buona Olimpiade.

Carlo Galati