Arrivederci, Lord Gianluca

L’addio di Sinisa suonava già come un triste presagio.

La generazione di fenomeni passati dal miracolo blucerchiato, i ragazzi terribili capaci di parlare e lanciare messaggi anche fuori dal campo, si sono ritrovati persino a combattere contro un nemico comune.

E hanno perso, dopo aver lottato strenuamente, a testa alta, con l’orgoglio di chi ha fatto del sudore e del sacrificio una ragione di vita.

Gianluca Vialli aveva fatto della propria vita un capolavoro, passando dal campo alla panchina, per approdare alla dirigenza calcistica, restando uomo di campo, dispensatore di consigli, uomo vero in un mondo del calcio pieno zeppo di maschere e banalità.

Il grande male lo aveva reso più saggio, consapevole del suo ruolo di uomo pubblico e di quanto la sua esperienza potesse diventare un esempio su come affrontare l’appuntamento con una morte quasi certa.

Lo ha fatto con orgoglio e con una profondissima dignità, facendoci commuovere con quell’abbraccio londinese a Roberto, fratello di gol e scorribande, di professione allenatore degli Azzurri.

Piangeva, Gianluca.

Piangeva perché sapeva che quella gioia sarebbe potuta essere una delle ultime di una carriera che lo ha visto alzare tutte le Coppe delle competizioni UEFA.

Ci piace pensare che adesso invece sorrida, in quel fazzoletto di Cielo color diamante che accoglie anche Sinisa e Pelé: un grande centrocampo, un attacco atomico.

Riposa in pace, Campione.

L’inarrestabile declino del calcio

Una diapositiva che non avrebbe bisogno di ulteriori commenti. Due istanti, separati da pochi attimi, che raccontano di quanto il calcio, lo sport più amato, quello che per definizione popolare, non è “solo uno sport”, sia nella fase di una matura decadenza, per certi versi inarrestabile. Una decadenza guidata da chi il giocattolo lo maneggia e gestisce: Gianni Infantino.

Al cospetto di chi ha plasmato il calcio a propria immagine, di chi lo ha saputo trasformare da semplice sport in qualcosa di poetico, la decenza lascia il passo all’immoralità del moderno modo di intendere quello che è oggi questo calcio. Un qualcosa che non devia il proprio corso, ormai compromesso, neanche di fronte alla salma di Pelé, uno che solo a nominarlo vengono i brividi.

Foto, selfie e risatine. Questo è quello che ha mostrato il padrone del calcio: l’uomo che decide cosa e quando, ma che non può prendersi tutto. Non si prenderà la passione, non si prenderà l’ispirazione che giganti come Pelé hanno trasmesso al mondo. Si prenderà i soldi e tanti e saranno quelli che distruggeranno tutto. In maniera tremendamente irreversibile.

Carlo Galati

L’abbraccio dello sport

Ci siamo. È in questi momenti che si tirano le somme di ciò che è stato, guardando a ciò che potrebbe essere, con stati d’animo diversi in base alle personali attitudini verso il futuro. È il momento in cui bisogna guardarsi indietro e capire cosa è stato per leggere cosa sarà; riguardare, come nel nostro caso, le foto di un 2022 che per tanti versi sarà un anno indimenticabile.

Anno in cui ci hanno lasciato icone dello sport, ricordarne qualcuna significherebbe fare torto ad altre, un anno in cui c’è chi ha vinto, chi ha sofferto. E c’è chi si è abbracciato. Ed è proprio questo abbraccio olimpico, quello tra il russo Ilia Burov e l’ucraino Oleksandr Abramenko, della finale di freestyle alle Olimpiadi di Pechino, a rappresentare l’immagine più forte di questo 2022. Una foto che per certi versi, è irripetibile.

Una foto che rappresenta il frame precedente di un mondo che probabilmente non vedremo più, perlomeno non a breve, e che colpisce in pieno volto chi non sa cogliere nei valori dello sport i valori della vita. Ripartire da qui, da questa foto. Dal grande abbraccio che lo sport può dare al mondo e agli uomini, elevandoli dalla miseria d’animo che ne attanaglia chi ha in mano le sorti di popoli e nazioni intere. Auguri a loro, auguri a noi.

Carlo Galati

‘O Rey vola nel Paradiso dei Campioni

Il Re è morto, viva il Re?

Impossibile.

Edson Arantes do Nascimento è volato in cielo, lasciando un vuoto incolmabile in quell’Olimpo degli dèi del calcio al quale possono iscriversi pochissimi artisti del pallone.

Pelé è stato il tutto, campione col sorriso di un calcio passato nei suoi anni dal bianco e nero al colore; un passaggio che valeva per tutti, tranne per lui, iridescente e vivido funambolo carioca, brasiliano nell’animo, nel cuore, nei nobili piedi.

‘O Rey resterà testimone iconico di più epoche, campione assoluto capace di vincere tre Mondiali, nel 1958, nel 1962 e nel 1970, divertendosi e divertendo, con quell’allegria scanzonata così difficile da ritrovare nei giocatori pur bravissimi dell’era tecnologica e iper-comunicativa.

Danzava, ondeggiava, scartava.

E segnava, tanto: 1281 gol in 1363 incontri, con una media di 0,92 realizzazioni a partita.

Inutile sporcare tanta bellezza con i mille paragoni su chi sia stato il migliore di sempre.

È lo stesso Pelé che abbiamo visto e rivisto, col braccio incollato al petto, in “Fuga per la Vittoria”, fortunata pellicola hollywoodiana, accanto ad attori del calibro di Sylvester Stallone, Michael Caine o Max Von Sidow.

A proprio agio, davanti alle telecamere come sul campo, pur fra le serpentine che il gioco e la vita ti costringono a fare fra gli ostacoli.

‘O Rey ha provato a dribblare, senza riuscirci, anche il terribile tumore al colon che oggi, ottantaduenne, lo strappa alla vita terrena: ha combattuto, fino allo sfinimento, ha chiesto e ottenuto l’affetto e l’amore dei propri cari, mentre tutto il mondo e gli amanti della bellezza hanno pregato per lui, come se fosse un fratello, un amico, un compagno di giochi.

Le preghiere oggi diventano lacrime, emozioni e quel brivido che corre lungo la schiena rivedendo le immagini del più grande con la maglia che lo ha consacrato alla storia: adeus, brasileiro de pés de ouro e sorriso contagiante.

Os mais velhos estarão lá para sempre.

Dal Messico a Messi, l’Argentina si riprende il calcio

Non deve essere semplice vivere nel mito di Diego. Esserne indicato da tutti come l’erede naturale, giocare con il fardello di dover sempre competere con l’eterno spirito del calcio, un peso che può schiacciarti o renderti immortale, come solo il d10 del calcio è riuscito a essere. Leo Messi dopo una rincorsa durata un’intera vita, è riuscito ad arrivare lì dove merita di stare: nel ristretto club della mitologia sportiva.

Lo ha fatto dimostrando di essere, così come Diego, un trascinatore, un capitano capace di caricarsi sulle proprie spalle le aspettative di un popolo che guardava a lui come l’unico in grado di riuscire dove tanti avevano fallito prima, nell’ultima occasione della sua vita, facendo quello per cui era nato: far rivivere il mito, alzando quella coppa, 36 anni dopo.

E come Diego ha praticamente vinto da solo un mondiale in cui, gli altri, sono stati degli utili comprimari a servizio del genio assoluto, così come fu quella nazionale argentina del 1986. A differenza di Diego, ha vinto tutto quello che c’era da vincere, lasciando dietro di se il vuoto: non ha più nulla da dimostrare, nulla da chiedere e non deve più dare nulla a nessuno, saldando tutti i debiti che la storia gli aveva attribuito e lasciando un credito infinito nello sport e nella storia dell’Argentina, sedendo una volta per tutte accanto al più grande di sempre.

Carlo Galati

Un’aquila è nel cielo

Ci sono uomini che pensi non possano lasciarci mai.

Sinisa era uno di questi, fiero e coraggioso anche di fronte al male supremo, quello che ti entra dentro e ti devasta, distruggendo il fisico, lo spirito e ogni certezza.

Il sorriso, quello sguardo severo che riservava ai suoi calciatori, figli, allievi, cadetti della premiata accademia Mihajlovic del pallone, hanno lasciato il posto negli ultimi mesi alla faccia sorpresa del Sinisa mortale, quello che si accorge che persino lui, l’inossidabile guerriero, può perdere addirittura la guerra, non solo una battaglia.

E il guerriero ci ha provato, sino all’ultimo, a prendere in giro la morte: da una corsia d’ospedale alla panchina, dal campo a casa, senza un cedimento, che fosse uno, all’autocommiserazione.

Persino un esonero col Bologna, perché non si dicesse mai che il leone resta in sella perché malato.

Un uomo integrale, un maestro per i suoi ragazzi, un motivatore straordinario, come quello che prende il Catania ultimo in classifica e lo porta alla salvezza, passando da una incredibile vittoria in casa della Juve, da fanalino di coda.

Ci mancherà come possono mancare i personaggi mai banali di un mondo banale come spesso è quello del calcio: lui, Sinisa, con la schiena dritta in campo, fuori dal campo, in panchina, davanti alle telecamere, sempre sincero, con la scorza dura di chi deve proteggere un grande cuore.

Adesso Sinisa, come le aquile, vola lassù in cielo, per insegnare agli Angeli come si può, per il gusto del paradosso, essere persone vere.

Perugia, il mondo è tuo

La pallavolo italiana vive la sua stagione più bella, quella dei grandi successi, di quelle vittorie che segnano non solo indelebilmente il presente ma marcano il futuro ispirando giovani e giovanissimi che allo sport si stanno approcciando e alla pallavolo probabilmente si avvicineranno anche grazie a queste vittorie. Dopo aver conquistato con la nazionale europeo e mondiale è Perugia a mettere il sigillo in cera lacca sul volley italiano vincendo in Brasile il mondiale per club.

E lo fa battendo in finale Trento, formazione guidata da capitan Michieletto che aveva vinto le precedenti cinque finali a cui aveva partecipato; insomma se ci fosse ancora bisogno dell’ulteriore riprova di quanto forte sia questo movimento, eccola qui. La corazzata umbra partiva con tutti i favori del pronostico e si è imposta in rimonta, 3-1 (20-25; 25-23; 27-25; 25-19) prolungando così la propria imbattibilità stagionale: venti vittorie consecutive, di cui undici in campionato e tre in Champions League, oltre alla conquista della Supercoppa Italiana.

Se non è un dominio non sapremmo come altro definirlo. Di sicuro il giusto viatico per programmare qualcosa di più grande che manca ancora al movimento pallavolistico italiano. Parigi è vicina, Perugia però è già realtà.

Carlo Galati

Dolorosamente inaccettabile

Impossibile razionalizzare, troppo forte il dolore misto a stupore e rabbia. Tanto forte da offuscare tutto. Solo il 16 ottobre scorso Davide Rebellin aveva messo fine alla sua carriera da ciclista, arrivando a 51 anni con la stessa voglia di gareggiare e vincere. Di quella adrenalina che gli procurava questo sport che per lui significava vita. Anche, appunto, a 50 anni quando non puoi più vincere, ma sei lì ad alimentarti di quella linfa che ti fa andare avanti.

Rebellin ha vinto un po’ tutto in carriera. Era un grande interprete delle Classiche, soprattutto Classiche del Nord. 3 volte la Freccia Vallone, la Liegi-Bastogne-Liegi, l’Amstel Gold Race. Rebellin che ha vinto quando aveva 20 anni, quando ne aveva 30, anche quando ne aveva 40 e rotti, considerando che il suo ultimo successo è datato 2018, quando aveva 47 anni. Fece la storia nel 2004 precisamente dal 18 aprile al 25 aprile. Comincia con l’Amstel Gold Race in cui riesce a battere Boogerd proprio all’ultimo, dopo aver seminato Bettini e Di Luca. A metà settimana domina il Mur de Huy, vincendo la Freccia Vallone su Di Luca e Scarponi. E infine completa l’opera qualche giorno più tardi alla Liegi, vincendo anche la Doyenne su Boogerd e Vinokourov. Una tripletta storica: le tre Classiche delle Ardenne vinte nella stessa stagione, nella stessa settimana. Nessuno ci era riuscito prima.

E non sappiamo se mai qualcuno ci riuscirà, quello che sappiamo però è che quella rabbia non passerà mai: non si può morire così, non si deve morire così. Come Scarponi, come Rebellin, rincorrendo in sella ad una bici il sogno di una vittoria, che si costruisce negli allenamenti in mezzo al traffico, in mezzo ai camion, rischiando tanto ed in alcuni casi tutto. E’ vero, se vuoi tutto, devi essere pronto a rinunciare a tutto, lo sport e il ciclismo come esempio di vita dedita al sacrificio, con un limite: mai oltre la vita. E’ dolorosamente inaccettabile.

Carlo Galati

Davis, vicini a ciò che poteva essere e non è stato

Inutile negarlo: la delusione è tanta. Ci abbiamo creduto tutti, come giusto che fosse, dopo aver visto Lorenzo Sonego vincere in tre ore di pura battaglia su Denis Shapovalov; pensavamo che la finale su un’Australia forte ma battibile, fosse lì, che bastasse allungare il passo per finirci dentro. Riportare la Davis in Italia era più che un sogno; erano due break ottenuti, uno per set, nel decisivo doppio. Non sono bastati.

Eh già perché poi, passato il primo momento di euforica depressione, il ragionamento che ne consegue è più legato all’oggettiva situazione di difficoltà con cui l’Italia ha affrontato queste sfide decisive, senza i propri due top player, e tenuti in vita da un Lorenzo Sonego superlativo nell’andare oltre il ranking, nel paradosso costante di non conoscerlo (o facendo finta) e quindi vincere i match.

Ma il rimpianto è comunque grande: senza la Russia, senza Alcaraz, Nadal, Zverev, Kyrgios, le congiunture astrali sembravano poter indicare, 46 anni dopo, la strada verso quel successo che avrebbe messo un bel punto esclamativo nella parola rinascita. Certo resta l’amarezza ma anche la consapevolezza che il gruppo Italia, inteso come squadra, nello sport forse più individualista che c’è, esiste. Resta (anche) questo; di sicuro un patrimonio da non disperdere. Questa la sfida più grande.

Carlo Galati

Sacrificio mondiale

Una settimana di questo strano mondiale di calcio in Qatar, è passata, andata via piuttosto velocemente rispetto ad una manifestazione lenta e scarna di contenuti calcistici; una settimana invece ricca di immagini forti di gesti forti. Una settimana in cui ci siamo riscoperti se non più poveri, sicuramente più deboli nella consapevolezza che tutto si può barattare o comprare. Anche i diritti.

E non vogliamo appartenere a quella categoria di indignados per partito preso o per presunta convenienza. Ne prendiamo atto, come tante altre cose della vita. Prendiamo atto del fatto che poi forse il sostegno alla comunità LGBT non è poi così importante. Prendiamo atto del fatto che i diritti delle donne iraniane (e non solo), che lottano per la propria indipendenza dal regime, è un qualcosa di sacrificabile in nome della tranquillità della manifestazione e di una presunta moralità qatariota.

Conosciamo le logiche del mondo e siamo consapevoli che non si sarebbe potuto fare altrimenti. Domani, però, quando tutto sarà finito, risparmiateci la morale, risparmiateci le infinite solfe su quello che si deve fare/pensare/ dire in nome dell’inclusione a comando. E non perché non sia giusto, anzi. Condividiamo tutte queste battaglie. Ma sono state messe da parte per un mese ma queste cose non possono essere congelate e scongelate a piacimento. O ci credi sempre, o mai. Gli ipocriti del calcio, mai.

Carlo Galati