Davis, vicini a ciò che poteva essere e non è stato

Inutile negarlo: la delusione è tanta. Ci abbiamo creduto tutti, come giusto che fosse, dopo aver visto Lorenzo Sonego vincere in tre ore di pura battaglia su Denis Shapovalov; pensavamo che la finale su un’Australia forte ma battibile, fosse lì, che bastasse allungare il passo per finirci dentro. Riportare la Davis in Italia era più che un sogno; erano due break ottenuti, uno per set, nel decisivo doppio. Non sono bastati.

Eh già perché poi, passato il primo momento di euforica depressione, il ragionamento che ne consegue è più legato all’oggettiva situazione di difficoltà con cui l’Italia ha affrontato queste sfide decisive, senza i propri due top player, e tenuti in vita da un Lorenzo Sonego superlativo nell’andare oltre il ranking, nel paradosso costante di non conoscerlo (o facendo finta) e quindi vincere i match.

Ma il rimpianto è comunque grande: senza la Russia, senza Alcaraz, Nadal, Zverev, Kyrgios, le congiunture astrali sembravano poter indicare, 46 anni dopo, la strada verso quel successo che avrebbe messo un bel punto esclamativo nella parola rinascita. Certo resta l’amarezza ma anche la consapevolezza che il gruppo Italia, inteso come squadra, nello sport forse più individualista che c’è, esiste. Resta (anche) questo; di sicuro un patrimonio da non disperdere. Questa la sfida più grande.

Carlo Galati

Djokovic e la stagione che gli tolse e diede tutto

A guardare indietro, ripercorrendo la stagione, partendo da quel mese di gennaio in cui l’Australia lo mise al bando, decisa com’era a seguire le leggi che, valide per tutti, misero Novak Djokovic nella condizione di non essere ospite gradito. Stessa sostanza ad agosto, quando gli Stati Uniti non permisero il suo ingresso, dovendo così bypassare tutta la stagione americana. Il tutto attraversando il successo di Wimbledon, (senza punti) e la perdita dello scettro di numero 1 al mondo. Insomma, una stagione se non negativa, di sicuro indimenticabile.

Indimenticabile perché, nonostante tutto e potremmo dire, nonostante tutti, il serbo ha saputo nuovamente lasciare il segno da campione nel torneo dei campioni, le Atp Finals, dominate dall’inizio alla fine. Torneo vinto non solo in finale su Ruud, ma già nel round robin quando ha battuto Medvedev in una partita dura, durissima, ma senza senso. Per gli altri. Non per lui che ha vinto quel match e lanciato il messaggio chiaro del più forte che vince sempre, anche quando apparentemente non conta.

Ma vincere per Djokovic conta, sempre. Ed è così che è riuscito a vincere il torneo dei maestri, diventandolo lui per la sesta volta ed eguagliando un record che era tutto svizzero. Perché quando hai vinto tutto, vuoi vincere ancora. Non basta la retorica vittoria su se stessi, quando vuoi arrivare dove nessuno è mai arrivato, scalando la montagna dell’ignoto per piantare la propria bandiera nella cima più alta. Il 2023 ci dirà questo.

Carlo Galati

Nakashima si prende Milano

Gli occhi di tutti erano su Musetti. Impossibile ipotizzare il contrario: giocatore favorito, italiano in Italia. Insomma sembrava una bella storia già scritta, doveva solo essere raccontata dal campo. Fin qui tutto bene, se non fosse che alla fine il campo di storia ne ha raccontata un’altra, quella di Brandon Nakashima.

Un po’ sotto traccia, senza essere particolarmente spettacolare ma terribilmente concreto nel suo gioco da fondo campo, ha costruito, giorno per giorno, la sua vittoria alle NextGen Atp Finals riuscendo ad entrare nel cuore dei tifosi dell’Allianz Cloud, orfani del giocatore di Carrara prima e di Stricker e Draper poi, anche loro divenuti beniamini del pubblico dei più giovani soprattutto.

Ha vinto meritatamente Nakashima, mettendo il suggello ad una stagione che lo ha visto giocare gli ottavi di Wimbledon, lasciando il passo a quel Nick Kyrgios che poi sarebbe arrivato fino in fondo. E anche lui, successore tra gli altri nell’albo d’oro della manifestazione, di Tsitsipas, Sinner e Alcaraz, può ambire al grande salto nel mondo dei grandi. Già dalla prossima stagione.

Carlo Galati

Les Gillout sont faits

Non è mai stato l’uomo copertina di Tennis Tv o delle riviste patinate più o meno collegate all’Atp o più in generale di tutti quei media che raccontano un tennis che fa sognare solo a dirlo. Eppure Gilles Simon, è amato da tanti; da tutti no, sarebbe troppo, forse anche per lui. Appartenente alla generazione d’oro del tennis transalpino, Tsonga, Gasquet, Monfils, Llodra, ha duellato con loro, in campo e fuori, alla ricerca di quello spazio che gli altri hanno trovato; diverso o migliore, chissà. Maggiore di sicuro: vuoi mettere una bella volée o uno slice ben eseguito rispetto ad una serie di colpi, efficaci ma meno scenici?

Gilles Simon è un giocatore che ha tanti talenti, nonostante la vulgata comune: è tenacemente resistente, potremmo definirlo un passista scalatore se ci passare il paragone ciclistico. Non infiamma ma arriva in cima. Tiene lo scambio profondo, non sbaglia una scelta quasi mai perché la caratteristica più importante, la sua qualità migliore è l’intelligenza.

Gli altri saranno più scenici, maggiormente d’impatto, più orientati alla ricerca dell’estetica che raggiunge la concretezza, Gillou invece la concretezza la raggiunge,oltre l’estetica del gioco, concentrandosi sull’architettura del punto, partendo dalle basi per costruire la facciata. Quella facciata che ha ormai terminato e che sta rifinendo per consegnarla all’archivio delle cose da ricordare di questo sport. Lo ha fatto a Parigi, casa sua, spostando ogni giorno il punto d’arrivo un po’ più avanti. Fino all’ultimo punto, fino all’ultimo scambio, nella sua ultima scena, quella delle luci, del sipario. Applausi.

Carlo Galati

Musetti 2022, un’ottima annata

Sinner e Berrettini, binomio apparentemente indissolubile di quello che è il futuro ma anche e soprattutto il presente del tennis italiano. Finora è andata così, con i due gemelli diversi a catalizzare attenzioni, riflettori e fiumi di parole. Eppure c’è un ragazzo, dalla chioma castana e dalla classe cristallina che sta illuminando il percorso che porta all’ingresso dei più grandi: Lorenzo Musetti è il tennista che mancava nel ricco mazzo di giocatori italiani.

Un carattere diverso da quello degli altri due, un gioco forse meno continuo e regolare di Sinner, meno potente di quello di Berrettini, ma con soluzioni tecniche e stilistiche che appartengono ad un’altra categoria di giocatori: quelli che fanno innamorare, che fanno perdere la testa anche chi, in teoria, non dovrebbe tifare per loro a priori. Lorenzo fa parte di questo club, e non è roba da poco.

Non è un caso che abbia conquistato il secondo titolo della sua carriera, entrambi in questo 2022 che è già magico, ma che ancora potrebbe riservare delle soddisfazioni per la vita. Una si chiama NextGen Finals, l’altra Coppa Davis; la prima si vince da soli, l’altra di squadra. Sono due tappe che non devono spaventare ma che danno la misura di quello che potrebbe essere per Lorenzo un anno indimenticabile. Si può fare.

Abbiamo tutti pianto con Roger, per Roger

È stato bellissimo. Difficile ricordare un momento di tale intensità nell’addio di un atleta, di un campione assoluto. Roger Federer è l’emblema della simpatia; e non solo per il suo volto rassicurante o per i suoi modi di fare e di essere se stesso: lo è nel concetto greco di sympatheia, condivisione di emozioni, di patimento condiviso.

Ed è stato così anche nel suo ultimo match, in coppia con la sua nemesi Rafa. Al servizio con match point, sempre a Londra, sempre ad un passo. Come quella volta. E non importa nulla se poi a vincere siano stati due baldanzosi e cafoncelli ragazzotti americani. Questa volta la partita era solo un pretesto, la creazione di una serie di emozioni che dovevano portare a quel momento, il momento in cui abbiamo tutti pianto insieme a lui. Da Nadal a Tsitsipas, da Mirka ai gemelli e alle gemelle, dal primo degli spettatori alla 02 Arena all’ultimo di quelli davanti un televisore.

Ed è stato proprio con Mirka, nell’abbraccio dell’amore di una vita, che ha potuto congedarsi, uscendo di scena come solo i più grandi sanno fare, facendoci vivere le sue stesse emozioni, condividendo con tutti noi la tristezza di un addio e la gioia di averlo vissuto e amato. A te Roger, il re simpatico: grazie.

Carlo Galati

Per sempre Roger Federer

Lo sapevamo, lo sapevamo tutti, lui in primis: questo momento sarebbe arrivato, prima o poi, il momento in cui Roger Federer avrebbe scritto di suo pugno, la parola fine al più bel romanzo sportivo che sia mai stato scritto. Nessuno ha incarnato il tennis come lui, perfetta crasi tra il senso del gioco e la bellezza del gesto, che vivevano in simbiosi nei suoi gesti perfetti, nelle sue movenze eleganti e nello sguardo di chi sapeva come farsi amare.

È stato un viaggio bellissimo che ci ha accompagnato per 20 lunghi anni, nel quale, al netto delle delusioni, non possono esserci rimpianti perché sentimento troppo terreno per essere affiancato a chi ha elevato e portato il tennis, ma forse tutto lo sport, su un altro livello. Non possono esserci rimpianti per le ore passate davanti alla tv o in giro per i campi a seguirne le gesta; è stato il motivo per cui è valsa la pena svegliarsi nel cuore della notte sacrificando ore di sonno e tempo per fare altro. Ogni minuto speso per Federer è per tutti un minuto da consegnare al cassetto dei ricordi più cari.

Ci mancherà tutto di lui, ma quello che ci mancherà di più è la magia disincantata che ci faceva battere il cuore. Ci sarà un prima e un dopo Federer per i tanti che l’hanno amato e per quel mondo del tennis che da oggi sicuramente sarà più povero. Noi invece saremo più ricchi perché potremmo per sempre dire di aver vissuto l’epopea di Roger Federer, il Re.

Carlo Galati

Vittoria gIGAntesca

La palla di Jabeur è lunga, il suo dritto si spegne oltre la linea di fondo. È il punto finale in favore di Iga Swiatek che crolla al suolo guardando verso l’alto e sorridendo con gli occhi di chi sa di aver compiuto un percorso che la legittima, non solo come numero uno al mondo, ma come giocatrice che ambisce ad essere tra le più grandi di questo sport.

E se nel tennis femminile l’impresa estemporanea è di casa, leggasi Andreescu, Stephens o Raducanu, la vittoria di Iga ha il sapore diverso di chi ha impresso un marchio importante che va oltre la vittoria del terzo Slam, dopo i due conquistati a Parigi. Ha il sapore del possibile dominio di un circuito orfano di una capofila attendibile, dopo il ritiro di Ashley Barty.

Iga non solo ha il gioco giusto per fare questo, ne ha anche le fattezze, il volto: delicato, gentile, sorridente ma deciso a raggiungere quegli obiettivi che le permetterebbero non solo di vincere ma di sedere al tavolo delle più grandi. Le possibilità ci sono, le vittorie arrivano. Impossibile non pensarci.

Carlo Galati

Quarti di nobiltà azzurra

Due italiani tra i primi otto di uno Slam è qualcosa che, a pensarci bene solo qualche anno fa, sembrava poco più di una chimera, un sogno che vedevamo vivere agli altri, distaccati quanto basta per provare alle volte empatia ed un pizzico di sana invidia. Ci chiedevamo se, magari un dì, sarebbe stato possibile vivere le vite degli altri. Quel giorno è adesso.

Jannik Sinner e Matteo Berrettini ci stanno abituando, e si stanno abituando, a raggiungere risultati importanti ormai con una certa costanza, soprattutto negli Slam. Ma mai era successo che entrambi i nostri alfieri arrivassero contemporaneamente a raggiungere quel livello, per intenderci, il livello di chi può giocarsela con chiunque.

Non saranno probabilmente i favoriti numeri uno; i match con Ruud e Alcaraz sono ostacoli difficili ma non insormontabili. Candidati ad essere numeri 1 troveranno dall’altra parte della rete due italiani che, mai come adesso, sanno cosa vuol dire vincere con la concreta consapevolezza di raggiungere un obiettivo che non è più degli altri ma finalmente loro. Nostro.

Carlo Galati

Una Cocciaretto azzurra allo Us Open

Erano ben 18 gli italiani ai nastri di partenza delle qualificazioni dello UsOpen, grandi speranza di un battaglione compatto e portabandiera dei colori azzurri in quello che è l’ultimo Slam dell’anno e che sarebbe potuto essere un tripudio tricolore con l’ufficializzazione della lingua italiana come lingua ufficiale del tennis. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di 18 sconfitte; percorso netto, purtroppo.

Gli ultimi a mollare il colpo sono stati Maestrelli, Cobolli, Agamenone, Arnaldi e Seppi, con il primo impegnato in una sfida epica con il portoghese Nuno Borger risoltasi a favore di quest’ultimo solo all’ultimo e decisivo tie break.

A ridare luce a questa oscura tornata di qualificazioni ci ha pensato Elisabetta Cocciaretto che ha battuto Whitney Osuigwe in due set accedendo al main draw che dunque vedrà altri dieci italiani ai nastri di partenza, cinque uomini (Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego e Fognini) e cinque donne (Trevisan, Giorgi, Paolini, Bronzetti e Cocciaretto). Quando si parla di parità di genere, il tennis è già molto avanti, sperando che, questa volta, il nostro piccolo battaglione possa avanzare quanto più compatto possibile.

Carlo Galati