Le 1000 e una vittoria di Djokovic

Nole è tornato ma forse non è mai andato via. Se qualcuno, infatti, avesse mai nutrito dei dubbi sulla sua tenuta mentale, atletica, tecnica, beh quei dubbi si sono dissipati di fronte ad una superiorità tecnica che ha ricordato a tutti il perché sul trono del tennis ci sia ancora seduto lui. Lo ha messo nero su bianco. Anzi, su rosso.

Il rosso di Roma ha dimostrato che è ancora lui il tennista da battere, al netto della scheggia impazzita Alcaraz (ma questo è un altro discorso) e che già a partire dal Roland Garros, che inizia ufficialmente settimana prossima, ci sarà da fare i conti con il campione uscente, uno dei pochi che su quel terreno è riuscito ad interrompere il predominio assoluto dell’imperatore Rafael.

Tornando al match sul centrale del Foro Italico non c’è stata storia. Un 6-0 iniziale e poi l’illusione data a tutti che la partita potesse riaprirsi ma in realtà non è stato così. Anzi. Il tie break finale ha sancito la superiorità definita del serbo che adesso ha nel mirino ancora Rafa e quel 21 che non è più solo un’ossessione ma un obiettivo. Da poter cogliere già a Parigi.

Carlo Galati

Alcaraz, il Niño che ha sconvolto il tennis

Che cosa possiamo dire ancora di Carlos Alcaraz? Era dai tempi di Nabaldian, nel 2007, che un tennista fosse in grado di battere nello stesso torneo il numero 1,2 e 3. In un crescendo rossiniano il 19enne spagnolo porta a casa lo scalpo di Nadal, Djokovic e Zverev, l’ultimo di questi battuto concedendo solo 4 game in finale. Semplicemente mostruoso.

Il nuovo Niño emoziona, gioca a tutto campo, senza paura intaglia dropshot imprendibili e martella rovesci lungolinea con la fluidità di Federer, si allunga sul campo con l’elasticità di Djokovic, morde i punti che contano e fionda il diritto come Nadal; ha la stessa mente tennistica di Murray. Un riassunto di quello che il tennis sa offrire se paragonato ai Fab4 che hanno dominato il circuito negli ultimi 20 anni.

Il tema, sempre più attuale non è se, ma quando. Quando tempo ci vorrà prima che Carlos raggiunga il numero 1 al mondo? Tutto passa dalla vittoria in uno Slam; sarà già a Parigi? Il 3 su 5 è il tassello mancante per capire quando questo ragazzo potrà arrivare lì dove è destinato che arrivi. In cima al mondo.

Carlo Galati

Roma non segua l’esempio di Londra

L’argomento è piuttosto sensibile, mosso dai venti di guerra che, da oriente, espongono l’Europa a grandi interrogativi. Lo sport non è ovviamente escluso. E il gran parlare ad oggi vuol dire tennis, vuol dire concentrarsi sulla decisione di Wimbledon di escludere atleti russi e bielorussi dal torneo londinese. Significa per l’Italia, ipotizzare un qualcosa di simile declinato sugli Internazionali di Roma.

La decisione è complicata, ma se non ho il minimo dubbio sulla necessità di impedire alla Russia di organizzare tornei nel proprio paese qualche dubbio mi viene pensando alla partecipazione delle squadre nazionali a tornei fuori dai confini russi, ma comprendo la decisione perché escludere una squadra nazionale colpisce leadership politica e opinione pubblica. Ho comunque pochi dubbi, sul fatto che escludere atleti di sport individuali sia un errore. Anzi, un boomerang. Il perché è facilmente intuibile.

Se è vero che l’Occidente rappresenta un modo di vivere migliore, se vogliamo davvero dare l’esempio bisogna lasciare un’impronta diversa. Un’impronta di libertà e di sport.

Carlo Galati

Wimbledon, un probabile doppio fallo

E’ arrivata quasi inaspettata ma non del tutto a sorpresa la decisione presa dal direttivo dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Londra, sede del più famoso torneo di Wimbledon. Cerchiamo di andare subito al dunque e di analizzare la questione da un punto di vista pragmatico, ponendoci una domanda: può il ban degli atleti russi e bielorussi dal torneo incidere negativamente sull’opinione russa e sull’immagine che il suo stesso popolo può avere di Vladimir Putin? Il tema è questo.

In teoria sì. Le sanzioni, siano esse economiche o meno, hanno quest’obiettivo: sferzare la popolazione, farla sentire tagliata fuori dal resto del mondo, rinchiudendola nel contesto della cortina di ferro che ci riporta indietro di oltre trent’anni. Ovviamente lo sport non può essere da meno, non può essere considerato un mondo a parte. Le indicazioni del Cio in tal senso parlano chiaramente: l’invito è di non invitare atleti russi a bielorussi alle manifestazioni sportive. Il tennis non poteva sentirsi escluso ed il primo passo in tal senso è stato fatto dal torneo più prestigioso al mondo: immaginate se un membro della famiglia reale dovesse consegnare il trofeo a Medvedev o Zabalenka. Roba da fantascienza al momento.

Poi però subentra la pratica, e la pratica parla di quello che potrebbe definirsi un clamoroso autogol o, se vogliamo, un doppio fallo. Non comprendere infatti che una decisione del genere non porterebbe nessuno svantaggio a Putin ma anzi, non farebbe che compattare il popolo russo attorno al loro caro leader, penalizzando soltanto quegli atleti che nulla hanno a che fare con quanto sta succedendo da altre latitudini, è da considerarsi miope. Miope e limitante. Le sanzioni infatti hanno finora colpite le squadre russe, mai i singoli atleti. Poi c’è un tema legale: quanto può essere discriminatoria questa che è una decisione assolutamente unilaterale, che ad oggi non ha il supporto governativo?

Una decisione che dunque rischia di ritorcersi pesantemente contro coloro i quali l’hanno attuata e che ad oggi potrebbe non portare gli effetti desiderati…desiderati da chi?

Carlo Galati

Tsitsipas ancora principe a Monte Carlo

Vincere non è mai facile, concedere il bis l’anno successivo è appannaggio solo di chi si nutre di quegli stimoli per lasciare un segno indelebile. Stefanos Tsitsipas quel segno lo ha lasciato sulla terra rossa del Monte Carlo Country Club dove ha concesso il bis dopo il successo dello scorso anno, battendo Davidovich-Fokina in una finale che è stata molto più combattuta di quello che in realtà ha detto il punteggio finale.

Il greco ha realizzato una doppietta storica, la prima in terra monegasca dal 2017-2018 quando a realizzarla fu Nadal, che fu l’ultimo anche ad aggiudicarsi due edizioni consecutive di un master 1000, nel 2018-2019 in Canada e ha dimostrato di avere a disposizione anche grande armi caratteriali oltre che tecniche. In tal senso i quarti giocato e vinto con Schwartzman sono esemplificativi.

Nulla cambia in classifica, resterà ancora numero 5 del mondo ma con la prospettiva di tornare ad insidiare le primissime posizioni del ranking. È un giocatore che ama la terra rossa e di fronte a se c’è un mese ricco di impegni e di punti. L’Apollo greco è stato un dio provetto arciere (leggasi tennista) e capace di svelare il futuro degli uomini. In questo caso da costruire, per Stefanos, c’è il proprio, che ha solide basi che poggiano sulla terra rossa.

Carlo Galati

Keep pushing Jannik

Il tennis è questione di istanti, di momenti, di grandi errori che diventano opportunità, di esaltazione massima e scoramento profondo. Il confine tra la vittoria e la sconfitta è tanto labile quanto concreto. Il tutto nell’arco di pochi minuti, di pochi colpi, che sanciscono il vorrei dal posso. Jannik Sinner e Alexander Zverev hanno raccontato tutto questo in uno dei match emotivamente più intensi della stagione.

Il vorrei di Jannik si è spento sul 7-5 del tie break del terzo set, dopo tre ore e sette minuti di battaglia, di match che si è traslato dal tennis alla boxe trovando nella terra rossa, il contesto ideale per tali battaglie. Sinner ci ha fatto esultare, soffrire, ci ha tenuto col fiato sospeso ma non ci ha deluso. E non deve essere deluso neanche lui, perché i segnali che si stia andando nella direzione giusta ci sono tutti. Bisogna avere pazienza e sapere che il momento, quel momento, arriverà.

Dal 2021, infatti, lui ha un sensazionale 17-3 nel computo vittorie-sconfitte contro i tennisti classificati fra la posizione numero 6 e 30. Contro i top 5 però è 0-9. Quando ci si domanda dove deve fare il salto di qualità, ecco la risposta.

Carlo Galati

Alcaraz è già grande

Come molte volte accade in queste occasioni, il tema non è mai se, il tema è quando. Quel quando è arrivato, ed è arrivato a Miami dove Carlos Alcaraz ha definitivamente iscritto il suo nome, non solo nell’albo d’oro del torneo, ma nel ristretto novero di papabili successori al trono di numero uno al mondo. Anche qui la domanda è: quando?

Non lo sappiamo, ma sicuramente accadrà perché abbiamo di fronte ai nostri occhi, il futuro dominatore del circuito, un giocatore che non ha “soltanto” (perdonateci) la grande fisicità che trasmette, ma ha tutto quello che un giocatore di tennis deve avere per il salto definitivo nell’Olimpo dei più grandi; tra gli altri tempismo sulla palla e rapidità di piedi negli spostamenti. Il tutto unito ad un tocco che ha pochi eguali.

Insomma, un giocatore che ha già infranto il muro dei record: il primo spagnolo a vincere a Miami, il più giovane di sempre. Quest’anno ha vinto il suo primo 500 e il suo primo 1000 su due superfici diverse. Non sappiamo quali altri dubbi ci possano essere sul fatto che sia e sarà dominante nei prossimi anni. Ne diciamo uno noi: l’erba. Ma è un dubbio momentaneo, che svanirà col tempo. Come tutti gli altri, finora.

Carlo Galati

Iga, la nuova regina

Compirà 21 anni solamente a fine maggio, ma è gia la nuova la regina del tennis femminile. Iga Swiatek, dopo il fresco ritiro di Ash Barty, è riuscita nell’impresa di vincere prima ad Indian Wells, mostrandosi implacabile nel conquistare anche Miami, battendo in finale Naomi Osaka che il numero 1 lo ha conquistato e perduto nel giro infinito dei suoi pensieri.

Iga è la quarta a centrare il “Sunshine Double” nella stessa stagione: in passato vi erano riuscite Stefanie Graf (1994 e 1996), Kim Clijsters (2005) e Victoria Azarenka (2016). Ora ha un altro record nel mirino visto che solo Serena Williams, con i trionfi nel 2013 a Miami, Madrid, Roma e Toronto, ha vinto 4 tornei 1000 consecutivi in una stagione.

Il suo è un tennis pulito ed efficace, affiancato da quella ventata di aria fresca che irrompe in un circuito alla ricerca di personalità volti a cui aggrapparsi per evitare la deriva; volti ricercati in Osaka prima e Raducanu poi, issati e subito ammainati. Swiatek è diversa da loro perché ha la forza della tranquillità e un tennis solido: un binomio che è per definizione vincente e che, senza affanni, non teme exploit improvvisi o pressioni.

Carlo Galati

Barty, il perché di un addio

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere qualcosa che riuscisse a rendere omaggio ad Ashleigh Barty, al suo tennis e al suo modo di vivere il tennis, ora che a 25 anni ha deciso di dire basta.

Ashleigh non ha più motivazioni, il fisico già dà segnali di logoramento e i 26 anni che compirà il mese prossimo non torneranno disponibili in futuro. Ciò a dire: ci sono tante cose nella vita, se uno le vuole fare, che vanno fatte e vissute da giovani. Ci sono tanti modi di essere un professionista: c’è chi lo fa ad intermittenza, chi si rende conto di non poter mai diventare un campione e chi ossessivamente vive la sua vita per questo. Oppure, ad una certa, una volta raggiunto un livello di soddisfazione per gli obiettivi raggiunti, si può dire “Ok, ora faccio altro”. Tipo vivere.

Per capire quanto è stata brava Ashleigh Barty, ricordiamo che ha vinto tre Slam su tre superfici diverse, una cosa riuscita solamente a sette tenniste in totale: Chris Evert, Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Steffi Graf, Serena Williams, Maria Sharapova e appunto Ashleigh Barty. E ci mancherà perché era uno dei motivi per cui continuare a guardare il tennis femminile, in piena crisi di personalità e tennis. Lei, Ash, era entrambe le cose. Ha vinto il torneo di casa facendo impazzire le sue avversarie con lo slice di rovescio. Di questo parliamo.

Carlo Galati

The last tango

La scena è di quelle che entrano di diritto nella galleria del tennis. Una di quelle immagini che hanno bisogno di poche parole a corredo, forse nessuna. Quel momento che sapevamo sarebbe arrivato, ma per il quale non eravamo ancora pronti. Juan Martin Del Potro ha detto addio nella sua Buenos Aires, al termine del match giocato con il connazionale Del Bonis e lo ha fatto poggiando la sua bandana, compagna di una vita, su quella rete che si interpone come primo e perenne primo avversario di ognuno delle due parti in campo.

Un’immagine forte, che segna la fine dell’ultimo tango argentino, di un campione che avrebbe meritato altri palcoscenici per il suo inchino finale. Ma forse è stato giusto così, tra la sua gente, con un avversario amico e argentino come lui e con la sensazione che in quel gesto ci sia il grande commiato del campione costretto dal suo imponente fisico a dire basta. La torre di Tandil ha tirato le sue ultime e micidiali bordate di dritto, ha entusiasmato con la forza della residua volontà unità ad una classe purissima, ci ha regalato tanto e per questo gli saremo sempre grati per aver visto un gigante sfidare i giganti, battendoli ed essendo battuto, ed entrando nel cuore di chi ha amato Delpo, anche e soprattutto, in questi due ultimi anni di calvario vivendo con la speranza di rivederlo in campo. Questa ultima e infinita volta lo consegna alla storia; la nostra e di tutti quelli che lo hanno visceralmente amato.

Olè, olè, olè, olè, Delpo, Delpo!

Carlo Galati