Ceci c’est pas un Djokovic

Bravo Djokovic, campione assoluto! Leggenda del tennis, suo il settimo titolo a Wimbledon, il 21esimo Slam, ad uno solo di distanza da Nadal. È un dio del tennis, futuro imperatore del Regno delle due Sicilie. Bene, adesso che ho la vostra attenzione e visto che, non sappiamo più che scrivere dopo l’ennesima vittoria di Djokovic che segue le altre che di Nadal negli Slam finora disputati, vi raccontiamo un’altra storia di tennis.

Succede a Budapest nelle qualificazioni del torneo 250, le due protagoniste sono l’iberica Marina Bassols, numero 263 delle classifiche mondiali, e la bielorussa Yuliya Hatouka, numero 211 al mondo. Una sfida che sembrava terminata dopo nemmeno un’ora di gioco, con l’Hatouka che approfitta dell’inconsistenza avversaria (13 doppi falli) e si ritrova a due punti dal match sul 6-0, 5-0 e 0-30 in suo favore. Ed invece il tennis, sport malefico per definizione ed imprevedibile per sua natura, aveva in serbo altro per questa partita.

Ha annullato tre match point Marina Bassols, ha vinto sette game consecutivi e poi il terzo set. Insomma ha vinto un match dal punto più profondo, si è ridata speranza, nonostante tutto fosse contro di lei. Ecco questo ci piaceva scrivere, è la storia che oggi abbiamo voluto raccontare, perché le altre ci hanno un po’ stufato.

Carlo Galati

Rybakina, una vittoria che sa di sport

Tanto brutta è stata finale, tanto bello scoprire Elena Rybakina come personaggio oltre che come tennista. Una ragazza timida, giudicata schiva da chi non riesce a guardare il proprio naso, che ha vinto Wimbledon, contro ogni pronostico, contro ogni logica.

Eh già, perché il torneo femminile aveva già le sue vincitrici; prima la dominatrice del circuito e numero uno al mondo Iga Swiatek, poi Simona Haley che sul centrale aveva già vinto nel 2019, poi infine Ons Jabeur giocatrice sublime a cui evidentemente oggi hanno spento l’interruttore della costanza. E poi invece è arrivata lei, la kazaka Elena.

E sul tema si sono scatenati in tanti, perché fa oggettivamente clamore che la brava Rybakina sia in realtà natia di Mosca e che solo da quattro anni giochi per il Kazakistan ma…chissenefrega?! Chissenefrega delle mille domande su Putin, sul fatto che si senta o meno russa. Proviamo a parlare di sport nello sport più individualista e individuale che esista. Parliamo di tennis, di Elena e di quello che si spera potrà continuare a dare a questo sport, celebrando una vittoria che sa di novità e che forse apre uno spiraglio al dominio incontrastato di Iga.

Carlo Galati

Il gesto oltre il risultato: l’esempio di Sinner e Alcaraz

Per una volta vogliamo tornare all’essenza di questa pagina, che ama raccontare lo sport partendo da un’immagine, aggiungendo delle parole lì dove probabilmente non servirebbero: è la grande sfida da raccogliere. Non vi parlerò di quella che è la più bella vittoria della giovanissima carriera di Jannik Sinner, colta su Carlos Alcaraz, che quest’anno ha negli italiani le bestie nere degli Slam: in Australia fu Berrettini ad eliminarlo, ora Sinner a Wimbledon.

Quello che mi è piaciuto più di tutto quello che è stato, da uomo di sport e da uomo di tennis, è questo gesto, che ha un significato che va oltre il momento. Alcaraz sotto due set a zero, nell’ottavo gioco del terzo set impegna Sinner con una palla corta. Impegnandosi nel recupero, Jannik cade e Alcaraz corre subito a sincerarsi sulle sue condizioni. Quello che vedete in questo istante è la vera essenza di quello che è lo sport, è tutto.

Nel giorno in cui si celebrano i 100 anni del campo Centrale di Wimbledon, davanti a tanti eroi che quel campo lo hanno vissuto e reso immortale, questi due ventenni hanno spiegato al mondo di essere il futuro di questa disciplina. Non c’è altro da aggiungere in questo, se non che le prossime generazioni hanno trovato, si spera, l’epicità del duello in Jannik e Carlos. Ad maiora.

Carlo Galati

Berrettini, il coraggio di scegliere

Matteo Berrettini ha avuto coraggio. Il coraggio di una scelta che nessuno gli ha chiesto di fare, una scelta che probabilmente gli costerà tanto, forse troppo. Era uno dei favoriti a Wimbledon, ci arrivava da campione a Stoccarda e al Queen’s, aveva i titoli per conquistare quella coppa sfuggitagli lo scorso anno proprio all’ultimo atto di un percorso perfetto.

Ha avuto coraggio ed è stato leale, con se stesso ma soprattutto con gli altri, sottoponendosi ad un tampone al Covid-19, risultato positivo, che nessuno gli aveva chiesto di fare, solo per senso di responsabilità nei confronti di chi gli sta attorno ricordando a tutti quelli che oggi, pulcini da tastiera, lo criticano che il tennis è sport di galantuomini. Detto questo, non tutti lo sono. Matteo lo è e lo ha dimostrato.

In quanti avrebbero in uno sport individuale ed individualista, preso una simile decisione? Non ci sbilanceremmo su nessuno, neanche sui più grandi, ossessionati più dal risultato finale che dal percorso da fare; focalizzati sulla storia e non sul racconto della stessa. Matteo Berrettini ha dato una lezione di stile a tutti; si vince e si vive da uomini, ponendosi di fronte alle proprie responsabilità. Magari non sarà il più furbo, ma di sicuro il più vero.

Carlo Galati

Il Re del Queen’s

Lo ha fatto di nuovo: Matteo Berrettini ha rivinto, un anno dopo, il torneo del Queen’s. Lo ha fatto dominando, non solo il suo avversario in finale Filip Kraijnovic, ma anche tutta la pressione che gira intorno ad un campione in carica quando si ritrova a difendere il proprio titolo. C’è abituato alle pressioni Matteo, è un tennista che dalle situazioni difficili è sempre riuscito a tirare fuori il meglio. E’ sempre stato in controllo contro un avversario certamente inesperto sulla superficie, ma comunque solido e pericoloso essendo dotato di tutto il talento necessario per cavarsela sui prati. L’erba in ogni caso sta diventando sempre più confortevole per Berrettini che vince così il settimo titolo della carriera.

Andando oltre il singolo risultato con questo successo, Matteo diventa l’ottavo tennista a vincere il titolo al Queen’s Club in due anni consecutivi e condivide questo record con tutti ex numeri 1 del mondo (McEnroe, Connors, Becker, Lendl, Hewitt, Roddick, Murray), inoltre è il primo, sempre nell’Era Open, a farlo alle sue prime due partecipazioni. Un parterre de roi a cui adesso guarda con l’ambizione di traslare questi successi a pochi chilometri da dove è ormai di casa

Wimbledon sta per cominciare e questa volta Matteo l’affronta con il timbro definitivo del tennista erbivoro; il suo non è stato un exploit temporaneo, ma l’inizio di un processo che lo ha portato ad essere tra i favoriti del torneo tennistico più importante al mondo. Tra quei campi, su quell’erba, solo un anno fa colse una finale che poteva sembrare un successo estemporaneo ma che invece ad oggi rappresenta un tassello verso quel passo finale che lo potrebbe consacrare all’immortalità dello sport e del tennis nello specifico.

Carlo Galati

Berrettini, ritorno al futuro

Sono passati 58 giorni dall’intervento alla mano destra, un tempo lunghissimo in cui ha dovuto vedere gli altri giocare e competere. Lo abbiamo rivisto in campo a Stoccarda lì dove aveva già vinto nel 2019, per rimettere le cose a posto. Matteo Berrettini è tornato, ha vinto e non poteva esserci notizia migliore.

Non ha mai avuto le stigmate del predestinato, è uomo di sport vero Matteo. Conosce le sue leggi e quelle del tennis che è la disciplina delle seconde opportunità. Le ha previste nel regolamento. Se sbagli una battuta, te ne danno un’altra. C’è sempre subito un nuovo torneo, una nuova occasione. Il plus rispetto agli altri è, coglierle. Matteo ha una tempismo eccezionale in questo.

È il miglior tennista su erba nella storia dello sport italiano e andrà a Wimbledon con la consapevolezza di essere uno della ristretta cerchia dei favoriti. Sembrava impossibile solo qualche settimana fa, non per Matteo. Non è la speranza che tremare il mondo farà, lui fa i fatti. Torna e vince. E si commuove con lacrime vere perché per fare questo ci vogliono quelle. E lui ha dimostrato di averle, ancora una volta.

Carlo Galati

Poeta, giornalista, gentiluomo.

Gianni Clerici, aedo del tennis e dello sport, è stato molto più che un giornalista.

Trascorsa qualche ora dalla morte del novantunenne giornalista e scrittore comasco, le immagini convulse e meravigliose della sua carriera hanno riempito pagine di giornale e televisioni, ribaltate sui social dal piglio nostalgico di chi ha vissuto un’altra era del giornalismo, un’altra era della televisione, un’altra era del tratto di penna che accompagna la voce e la completa, fino a diventare immagine.

Clerici non è stato il Gianni Brera del tennis; non c’è alcun bicchiere di ottimo vino o un video graffiato in 8 millimetri a rendere inmortale una icona novecentesca; semmai ci ricorderemo in uk fermo immagine di un istrionico vecchietto capace di cavalcare la modernità, prestando voce e immagine alla tempesta perfetta della telecronaca televisiva.

Lui e Rino Tommasi non sono preistoria da teche, ma milieu professionale al quale attingere per capire come si possa raccontare una pallina che cambia sempre campo con garbo, eleganza, ironia, sapiente dosaggio di competenza assoluta applicata al vivere ardendo dell’ex tubo catodico, lo stesso che tutto riduce in cenere alla velocità della luce.

Racconto, parole, immagini, passione, sferzante ironia.

Clerici vincerebbe anche domani la sfida dell’on demand, senza aggrapparsi ai tre quarti di nobiltà del proprio pedigree.

Le fragole di Wimbledon non avranno più lo stesso rosso intenso e il bianco obbligatorio delle divise dei tennisti e delle tenniste impallidirebbe ancora senza ascoltare più la voce del tennis; quella voce che all’inizio non piaceva al Berlusca, ma resterà lì, a fare audience e le fortune del tennis raccontato, con lo slang di Rino, l’Americano, e le dotte e infinite divagazioni di Gianni.

Un argomentare che non stancava mai, neanche di fronte a mille scambi da fondo campo fra Gattone Mecir e Mats Wilander, tanto l’eloquio forbito incontrava la simpatia irresistibile e la disarmante bravura.

“Il più grande conoscitore di tennis del mondo”, autore di tomi che resteranno imprescindibili per chi, a capo chino, vorrà orientarsi fra storia, costume e leggenda della racchetta: da “500 anni di tennis” fino alla storia di Lenglen, “Divina”, passando per “Il tennis facile” e “Il tennis nell’arte”.

Il giornalista gentiluomo ha traghettato lo sport da Circoli nell’immaginario popolare, difendendone la nobiltà e l’alterità senza supponenza.

Avrebbe voluto essere accarezzato da McEnroe, ha descritto come nessuno doti, vizi e virtù di Nastase, Borg, McEnroe, Panatta, Lendl, fino ai giovani Nadal e Federer; ha cantato le sfide sull’erba di Martina Navratilova e Chris Evert, ha segnato un’epoca, forse due, più probabilmente tre.

Immaginando il tennis come la Divina Commedia, Clerici sarebbe stato Virgilio, capace lungo novantuno lunghi anni, fra inferni, purgatori e paradisi della quotidianità, di diventare abbastanza adulto da poter fare da guida a chiunque volesse capirci qualcosa di tennis.

La partita è finita, al quinto set, come doveva finire.

In gloria.

Gioco, partita, incontro, Clerici.

Le grand Nadal

Non più tardi di otto giorni fa, il “suo” Real Madrid, in quel di Parigi, conquistò la 14esima Coppa dei Campioni e subito il parallelismo fu facile. Rafael Nadal, quel giorno presente allo Stade de France, a pochi chilometri di distanza era alla ricerca del suo 14esimo Roland Garros. Sembrava molto difficile che questa potesse essere più di una suggestione, romantica, ma pur sempre una suggestione.

E invece forse nella finale meno combattuta tra tutte le 14 disputate, ma con alle spalle il percorso più difficile per arrivare in fondo, Nadal ha battuto 4 top ten, è stato in campo per oltre 20 ore complessive e ha ancora una volta aggiunto un tassello in più verso l’inarrivabilità dei suoi record, sollevando al cielo per la 14esima volta la coppa dei moschettieri.

Ed è una sconfitta non solo per Ruud ma in generale per quello che voglia significare la next Gen, o concetti del genere, che perdono di significato ogni volta di più, di fronte ai fatti concreti. Due slam su due vinti quest’anno da un 36enne che senza gli antidolorifici forse non starebbe neanche in piedi. Immenso e senza fine lui, troppo poco il resto. Solito noto (o Nole…) a parte.

Carlo Galati

MitIga Swiatek

A Iga vogliamo bene. Lo diciamo subito e a gran voce. L’abbiamo seguita e sostenuta nella sua prima storica cavalcata in quel di Parigi nel 2020, in un torneo atipico giocato con i primi freddi dell’autunno. Sollevò la coppa nello stupore generale, tracciando un primo indelebile segno sulla terra rossa.

A due anni di distanza è nuovamente lì, sullo Chatrier a sollevare quella coppa che questa volta ne sancisce il ruolo di regina indiscussa del tennis femminile mondiale. Ha perso solo 33 giochi in tutto il torneo, un solo set e ha una striscia positiva di 35 vittorie consecutive, eguagliando il record di Venus Williams, la più lunga del millennio.

E le vogliamo bene perché oltre ad essere un’indiscussa campionessa è anche un cervello pensate. Non banale. Bellissimo il pensiero rivolto all’Ucraina, lei da polacca, impossibile l’indifferenza. “L’Ucraina resti forte. Speravo che la situazione migliorasse. Non è stato così, ma ho ancora speranza”. E mentre le altre disegnano cuoricini esprimendo banalità, un pensiero così forte nel momento più importante dà la misura della donna prima ancora che della campionessa.

Carlo Galati

Martina e un sorriso che vale tutto

Sono passati due anni da quel match che regalò all’Italia che ama il tennis, Martina Trevisan. Quel giorno battendo Coco Gauff si regalò non solo la possibilità di vivere un sogno ma si scrollò di fossi definitivamente una storia difficile, l’abbandono al tennis e poi il ritorno. Perché i grandi amori sono così, fanno giri immensi e poi ritornano.

Il grande amore di Martina è il tennis e lo si capisce dal sorriso che usa come strumento per concentrarsi, per scaricare la tensione: quanti che praticano questo sport hanno fatto o hanno visto fare una cosa del genere? Come quando dopo il primo match point fallito su Fernandez, ha tirato un sospiro di sollievo, respirato e sorriso. Un sorriso sincero, preludio ad un terzo set vinto, nonostante la tensione per qualcosa di grande che si stava materializzando, abbia provato a scioglierlo quel sorriso.

Ce l’ha fatta Martina. È in semifinale al Roland Garros. Se i quarti di due anni fa sembravano l’Olimpo, questa volta siamo già oltre. Dall’altra parte della rete ci sarà sempre lei, Coco Gauff, allora come adesso giovane promessa. Si può fare, allora come adesso. Martina dovrà trovare prima di tutto quel sorriso: sarà la sua chiave vincente.

Carlo Galati