Nadal mas

Soltanto qualche mese fa non sapeva se sarebbe mai tornato in campo. Sembrava sparito dai radar del tennis ad altissimo livello, proprio per la natura in se del suo infortunio al piede, tanto misteriosa quanto apparentemente senza una via d’uscita. Oggi invece ci ritroviamo di fronte all’ennesima pagina di una storia che non ha fine, quella di Rafael Nadal con il tennis, con la buona ossessione dell’agonismo che trasforma le situazioni più difficili in carburante ed adrenalina per alimentare un fuoco che non si può spegnere.

Perché senza quel fuoco dentro, senza quella spinta alla competizione, è difficile tornare in campo a 36 anni dopo sei mesi di stop, non si vince una partita come quella con Shapovalov, non si rimontano due set a Daniil Medvedev, uno che diventerà numero uno al mondo, non si resta solidi in campo per oltre 5 ore. Ma non è solo quello. E’ preparazione fisica, è tecnica che si adatta ad un corpo diverso, è mente che coordina il tutto e che riesce ad architettare delle misure tecniche e delle soluzioni di gioco che sono diverse rispetto al Nadal di 10 anni fa, ma comunque sempre efficaci. Certo, nello specifico Medvedev ha tanto da recriminare; ha avuto le occasioni per mettere una pietra tombale sopra il match sopra due set a 0, 3-2 e 3 palle per il break. Non c’è riuscito, forse sottovalutando la resilienza di un atleta che ha scavato nel più remoto angolo della sua anima per rimettersi in gioco, recuperare e vincere. E’ tutta qui la differenza, ed è questo il grande gap che dovranno colmare tutti quelli che ambiscono a sedersi al tavolo dei più grandi di questo sport, che continuano a dettare legge nonostante tutto.

Con questa vittoria, Nadal stacca i due rivali di sempre Federer e Djokovic nella stucchevole conta di chi ha vinto più Slam. Non ritengo che sia questo il tema, non è da questi particolari che si giudica un giocatore. Semmai vi venisse in mente di sapere quali sono, beh non resta che rivedervi 5 ore e 24 minuti di questa finale per avere tutte le risposte che cercate ed avranno un nome ed un cognome ben definito e le sembianze di un atleta infinito che non finirà mai di stupire.

Carlo Galati

Barty I, regina d’Australia

Quando nel secondo set, dopo aver letteralmente dominato tutto il torneo, si è trovata sotto 5-1 sulla Rod Lever Arena, i fantasmi che aleggiavano erano gli stessi avuti da Serena Williams nel 2015 quando, inseguendo la vittoria casalinga agli Us Open, con Roberta Vinci, fu schiacciata da quelle pressioni che ne impedirono il raggiungimento dell’obiettivo. Non è accaduto stavolta. Ashleigh Barty ha rimontato e vinto regalando una gioia a tutti gli australiani ed dando di fatto il via alla festa in tutto Melbourne Park alimentasi dalla vittoria di altri due australiani, Kyrgios/Kokkinakis nel doppio. Ma questa è un’altra storia.

In una finale in cui ha avuto molti più problemi rispetto ai precedenti turni, dove aveva ceduto solamente 21 giochi, Barty ha battuto 6-3 7-6(2) una grandissima Danielle Collins. Ha vinto il suo terzo trofeo dello Slam, il primo Australian Open, e lo ha fatto senza perdere neanche un set. Una liberazione per Ash e gli australiani, dopo tanta pressione accumulata in queste due settimane in cui il trionfo sembrava già scritto: è lei infatti la prima australiana a trionfare nel Major di casa in singolare singolare dopo 44 anni. L’ultima volta che a vincere fu una tennista aussie era il 1978, quando Christine O’Neil batté l’americana Betty Nagelsen, curiosamente con lo stesso punteggio della finale 2022, 6-3 7-6.

L’urlo di gioia finale, dopo il decisivo passante di dritto è la ciliegina su una torta meritata, su una vittoria che la incorona regina d’Australia per un giorno.

Carlo Galati

Matteo, il Boss

(Photo by Cameron Spencer/Getty Images)

Matteo Berrettini è il primo giocatore italiano a raggiungere i quarti di finale in tutti gli Slam. Basterebbe questo per definire la grandezza di questo tennista di cui si parla sempre troppo poco, soprattutto a livello internazionale. Eppure lui, con la naturalezza dei campioni, ha raggiunto la 20esima vittoria consecutiva negli Slam, se si escludono i match con Novak Djokovic, l’unico in grado di batterlo.

A colpi di servizio e dritto è entrato nell’olimpo dei più grandi, in quella top ten che dimostra ogni giorno e sempre di più di meritare. E ancora una volta ha dato la paga ai detrattori, battendo di seguito due esponenti della grande armata rossa che non ha inflessioni sovietiche ma spagnoleggianti. Prima Carlitos Alcaraz, poi Carreno Busta sono caduti sotto i colpi di Matteo, uno dopo l’altro soccombendo di fronte ad un giocatore più forte non soltanto tecnicamente ma anche e soprattutto mentalmente.

Perché la vera forza di Matteo sta anche lì. Non basta colpire forte di dritto o avere il miglior servizio del circuito se queste armi non vengono usate nei momenti giusti. Ed è proprio sotto questo aspetto che Berrettini ha dimostrato e dimostra di essere, ogni giorno di più uno dei migliori giocatori al mondo, perché sa gestire al meglio la sua potenza, i suoi colpi dimostrando di avere una testa solida e quadrata, anche nei momenti di difficoltà e soprattutto carattere. Tanto tantissimo carattere. Tra lui e la finale c’è Monfils e l’ultimo grande esponente dell’armata spagnola, il più grande di tutti, quel Nadal che ha mostrato in questi turni il campione che è. Mettiamoci comodi, il viaggio di Matteo è ancora lungo.

Carlo Galati

Djoko, partita, incontro

Novak Djokovic lascia l’Australia e gli Australian Open a seguito di un provvedimento dei giudici della Corte Federale, a causa del suo mancato vaccino e del pasticcio brutto che lo ha trasformato in una icona no-vax, forse persino oltre le sue iniziali intenzioni.

In quella “bolla” nella quale vivono i tennisti, ancora più bolla per il numero uno con tanti zeri nel conto in banca e uno staff pagato anche per pensare al suo posto, nessuno si era preoccupato della legge australiana.

Neppure gli organizzatori degli Open, convinti che nessuno potesse negare un posticino nella terra dei canguri al testimonial del tennis degli dèi.

Hanno fatto male i conti. Tutti.

Li hanno fatti talmente male da contribuire con una comunicazione fra il demenziale, il grottesco e il criminale, a intaccare l’immagine di Nole, finito a fare l’immaginetta per la minoranza anti-vaccinista mondiale, per giunta quella dell’ala complottista. La malattia, vera o presunta, le immagini del presunto malato a un evento, i certificati, la presunzione di poter riscrivere le regole in una Nazione che sui confini nazionali non ha mai scherzato: tutto questo non è da numero uno e lo sappiamo.

È già tanto che questa partita sia arrivata al quinto set, ma la vittoria di Nole avrebbe gettato nel ridicolo le autorità australiane, improvvidamente forti con i deboli (tutti coloro i quali si presentano alla frontiera senza i titoli per entrare) e debole con i forti (il tennista multimiliardario).

Ne avremmo fatto volentieri a meno.

L’unica divinità che vorremmo rivedere in campo è il Nole tennista, non la fotocopia di Gesù di Nazareth descritta dal pittoresco genitore serbo in conferenza stampa o l’osannato mentore di qualche “scappato di casa” convinto che col vaccino moriremo tutti in pochi mesi, cadendo come mosche.

E se il Governo vuole fare davvero la cosa giusta, solleciti la propria Federerazione tennis a gestire meglio situazioni potenzialmente a rischio deflagrazione: in fondo se Nole ha preso quell’aereo, pur con tutte le sue colpe, è anche perché qualcuno gli aveva detto di prenderlo.

Gioco, partita, incontro.

Vince Nadal, vince il tennis

Mentre i riflettori del mondo che finge di amare il tennis sono esclusivamente orientati su un oggettivo squallido hotel di Melbourne, nella costante attesa che la querelle Djokovic arrivi alla sua conclusione, in modo da soddisfare la morbosa curiosità e il bieco onanismo mediatico, più o meno a quelle latitudini c’è chi some Rafa Nadal, all’età di 35 anni, ha conquistato il suo titolo Atp numero 85. È la 19esima stagione consecutiva. È record.

Ed è di sicuro questa la notizia più bella che potesse arrivare per uno sport che negli ultimi giorni è mortificato da squallidi teatrini, da comizi di piazza che potremmo considerare deliranti, a latitudini che sono state triste palcoscenico di eventi caratterizzanti lo scorso secolo e le sue evoluzioni belliche. Teatrini potenzialmente destabilizzanti per il tennis, ma che invece trova nei suoi punti di riferimento solide certezze. La vittoria di Nadal in tal senso è salvifica perché ci restituisce la naturale consapevolezza del campione che restituisce dignità ad uno sport brutalmente violentato da chi si crede superiore a tutto, anche al tennis stesso.

Ed è bello che ci sia ancora nel circuito Nadal proprio per questo: perché ci sono voluti i suoi superpoteri a Melbourne per rimettere la chiesa al centro del villaggio. Ancora una volta e per gli anni a venire.

Carlo Galati

A che Djoko giochiamo?

Il marchese del Grillo avrebbe già emesso una delle sue proverbiali sentenze. Il marchese del Grillo del tennis, oggi, ha un nome ed un cognome: Novak Djokovic. In barba ad ogni tipo di restrizione, ad ogni cautela, ad una campagna vaccinale che vive la sua battaglia cruciale, lui, noncurante di tutto ciò e con la complicità di Tennis Australia e dello stato di Victoria, attraverso un’esenzione medica è riuscito a bypassare le maglie dell’obbligatorietà del vaccino, volando in Australia a combattere i suoi demoni.

Che per Djokovic il tennis sia un’ossessione non è un mistero. Il vero problema è che questa ossessione, tipica di tutti quelli che appartengono alla sfera dei campioni assoluti, per il serbo esula dal fuoco agonistico ma si tramuta in un qualcosa che con lo sport ha poco a che fare. Demoni, appunto. L’obiettivo è chiaro, staccare Nadal e Federer nella speciale graduatoria degli Slam vinti, appaiati tutti come sono a quota 20 titoli e restare da solo in cima, ma a che prezzo?

Al prezzo di non essere mai realmente amato dai tifosi, se non i suoi. Al prezzo di passare sopra tutto e tutti, per soddisfare la fame del mostro che lo consuma dentro, presentando una esenzione medica che tutto e nulla vuol dire. Ed è un peccato, perché un grande campione dovrebbe essere un esempio, sul campo da gioco e fuori non soltanto per i propri ultras ma principalmente per chi lo guarda con gli occhi del bimbo innamorato e che magari un domani potrà restare deluso dal suo comportamento. Ma tanto, guardandolo negli occhi, guardando negli occhi il suo piccolo tifoso e tutti gli altri Novak potrà dire: “Perchè io so io e voi non siete un cazzo”.

Carlo Galati

Il Maestro tedesco

Un capolavoro tecnico firmato Sasha Zverev. Potremmo definire così la prestazione in finale del tedesco che non ha soltanto battuto ma ha quasi annichilito, il numero due del mondo Daniil Medvedev, prendendosi quella rivincita tanto desiderata dopo la sconfitta nel round robin, e vincendo il titolo con un doppio 6-4.

Un controllo totale della finale, per Zverev, asfissiando Medvedev con la completezza del suo repertorio tecnico, basandosi sul non potersi permettere di allungare la partita dopo la semifinale con Djokovic. Tedesco implacabile e impeccabile, soprattutto al servizio con una media di prime (86%) che va oltre i 200 km orari e il russo in grande difficoltà sia in risposta che in servizio.

Per Zverev si ripete dunque quanto era accaduto a Ivan Lendl nel 1982: ottenere il secondo titolo di Maestro senza ancora aver mai vinto un torneo del Grande Slam. Gli farà piacere sapere che poi Ivan ne ha vinti ben otto e a lui il tempo certamente non manca.

Carlo Galati