Les Gillout sont faits

Non è mai stato l’uomo copertina di Tennis Tv o delle riviste patinate più o meno collegate all’Atp o più in generale di tutti quei media che raccontano un tennis che fa sognare solo a dirlo. Eppure Gilles Simon, è amato da tanti; da tutti no, sarebbe troppo, forse anche per lui. Appartenente alla generazione d’oro del tennis transalpino, Tsonga, Gasquet, Monfils, Llodra, ha duellato con loro, in campo e fuori, alla ricerca di quello spazio che gli altri hanno trovato; diverso o migliore, chissà. Maggiore di sicuro: vuoi mettere una bella volée o uno slice ben eseguito rispetto ad una serie di colpi, efficaci ma meno scenici?

Gilles Simon è un giocatore che ha tanti talenti, nonostante la vulgata comune: è tenacemente resistente, potremmo definirlo un passista scalatore se ci passare il paragone ciclistico. Non infiamma ma arriva in cima. Tiene lo scambio profondo, non sbaglia una scelta quasi mai perché la caratteristica più importante, la sua qualità migliore è l’intelligenza.

Gli altri saranno più scenici, maggiormente d’impatto, più orientati alla ricerca dell’estetica che raggiunge la concretezza, Gillou invece la concretezza la raggiunge,oltre l’estetica del gioco, concentrandosi sull’architettura del punto, partendo dalle basi per costruire la facciata. Quella facciata che ha ormai terminato e che sta rifinendo per consegnarla all’archivio delle cose da ricordare di questo sport. Lo ha fatto a Parigi, casa sua, spostando ogni giorno il punto d’arrivo un po’ più avanti. Fino all’ultimo punto, fino all’ultimo scambio, nella sua ultima scena, quella delle luci, del sipario. Applausi.

Carlo Galati

Musetti 2022, un’ottima annata

Sinner e Berrettini, binomio apparentemente indissolubile di quello che è il futuro ma anche e soprattutto il presente del tennis italiano. Finora è andata così, con i due gemelli diversi a catalizzare attenzioni, riflettori e fiumi di parole. Eppure c’è un ragazzo, dalla chioma castana e dalla classe cristallina che sta illuminando il percorso che porta all’ingresso dei più grandi: Lorenzo Musetti è il tennista che mancava nel ricco mazzo di giocatori italiani.

Un carattere diverso da quello degli altri due, un gioco forse meno continuo e regolare di Sinner, meno potente di quello di Berrettini, ma con soluzioni tecniche e stilistiche che appartengono ad un’altra categoria di giocatori: quelli che fanno innamorare, che fanno perdere la testa anche chi, in teoria, non dovrebbe tifare per loro a priori. Lorenzo fa parte di questo club, e non è roba da poco.

Non è un caso che abbia conquistato il secondo titolo della sua carriera, entrambi in questo 2022 che è già magico, ma che ancora potrebbe riservare delle soddisfazioni per la vita. Una si chiama NextGen Finals, l’altra Coppa Davis; la prima si vince da soli, l’altra di squadra. Sono due tappe che non devono spaventare ma che danno la misura di quello che potrebbe essere per Lorenzo un anno indimenticabile. Si può fare.

Abbiamo tutti pianto con Roger, per Roger

È stato bellissimo. Difficile ricordare un momento di tale intensità nell’addio di un atleta, di un campione assoluto. Roger Federer è l’emblema della simpatia; e non solo per il suo volto rassicurante o per i suoi modi di fare e di essere se stesso: lo è nel concetto greco di sympatheia, condivisione di emozioni, di patimento condiviso.

Ed è stato così anche nel suo ultimo match, in coppia con la sua nemesi Rafa. Al servizio con match point, sempre a Londra, sempre ad un passo. Come quella volta. E non importa nulla se poi a vincere siano stati due baldanzosi e cafoncelli ragazzotti americani. Questa volta la partita era solo un pretesto, la creazione di una serie di emozioni che dovevano portare a quel momento, il momento in cui abbiamo tutti pianto insieme a lui. Da Nadal a Tsitsipas, da Mirka ai gemelli e alle gemelle, dal primo degli spettatori alla 02 Arena all’ultimo di quelli davanti un televisore.

Ed è stato proprio con Mirka, nell’abbraccio dell’amore di una vita, che ha potuto congedarsi, uscendo di scena come solo i più grandi sanno fare, facendoci vivere le sue stesse emozioni, condividendo con tutti noi la tristezza di un addio e la gioia di averlo vissuto e amato. A te Roger, il re simpatico: grazie.

Carlo Galati

Per sempre Roger Federer

Lo sapevamo, lo sapevamo tutti, lui in primis: questo momento sarebbe arrivato, prima o poi, il momento in cui Roger Federer avrebbe scritto di suo pugno, la parola fine al più bel romanzo sportivo che sia mai stato scritto. Nessuno ha incarnato il tennis come lui, perfetta crasi tra il senso del gioco e la bellezza del gesto, che vivevano in simbiosi nei suoi gesti perfetti, nelle sue movenze eleganti e nello sguardo di chi sapeva come farsi amare.

È stato un viaggio bellissimo che ci ha accompagnato per 20 lunghi anni, nel quale, al netto delle delusioni, non possono esserci rimpianti perché sentimento troppo terreno per essere affiancato a chi ha elevato e portato il tennis, ma forse tutto lo sport, su un altro livello. Non possono esserci rimpianti per le ore passate davanti alla tv o in giro per i campi a seguirne le gesta; è stato il motivo per cui è valsa la pena svegliarsi nel cuore della notte sacrificando ore di sonno e tempo per fare altro. Ogni minuto speso per Federer è per tutti un minuto da consegnare al cassetto dei ricordi più cari.

Ci mancherà tutto di lui, ma quello che ci mancherà di più è la magia disincantata che ci faceva battere il cuore. Ci sarà un prima e un dopo Federer per i tanti che l’hanno amato e per quel mondo del tennis che da oggi sicuramente sarà più povero. Noi invece saremo più ricchi perché potremmo per sempre dire di aver vissuto l’epopea di Roger Federer, il Re.

Carlo Galati

Vittoria gIGAntesca

La palla di Jabeur è lunga, il suo dritto si spegne oltre la linea di fondo. È il punto finale in favore di Iga Swiatek che crolla al suolo guardando verso l’alto e sorridendo con gli occhi di chi sa di aver compiuto un percorso che la legittima, non solo come numero uno al mondo, ma come giocatrice che ambisce ad essere tra le più grandi di questo sport.

E se nel tennis femminile l’impresa estemporanea è di casa, leggasi Andreescu, Stephens o Raducanu, la vittoria di Iga ha il sapore diverso di chi ha impresso un marchio importante che va oltre la vittoria del terzo Slam, dopo i due conquistati a Parigi. Ha il sapore del possibile dominio di un circuito orfano di una capofila attendibile, dopo il ritiro di Ashley Barty.

Iga non solo ha il gioco giusto per fare questo, ne ha anche le fattezze, il volto: delicato, gentile, sorridente ma deciso a raggiungere quegli obiettivi che le permetterebbero non solo di vincere ma di sedere al tavolo delle più grandi. Le possibilità ci sono, le vittorie arrivano. Impossibile non pensarci.

Carlo Galati

Quarti di nobiltà azzurra

Due italiani tra i primi otto di uno Slam è qualcosa che, a pensarci bene solo qualche anno fa, sembrava poco più di una chimera, un sogno che vedevamo vivere agli altri, distaccati quanto basta per provare alle volte empatia ed un pizzico di sana invidia. Ci chiedevamo se, magari un dì, sarebbe stato possibile vivere le vite degli altri. Quel giorno è adesso.

Jannik Sinner e Matteo Berrettini ci stanno abituando, e si stanno abituando, a raggiungere risultati importanti ormai con una certa costanza, soprattutto negli Slam. Ma mai era successo che entrambi i nostri alfieri arrivassero contemporaneamente a raggiungere quel livello, per intenderci, il livello di chi può giocarsela con chiunque.

Non saranno probabilmente i favoriti numeri uno; i match con Ruud e Alcaraz sono ostacoli difficili ma non insormontabili. Candidati ad essere numeri 1 troveranno dall’altra parte della rete due italiani che, mai come adesso, sanno cosa vuol dire vincere con la concreta consapevolezza di raggiungere un obiettivo che non è più degli altri ma finalmente loro. Nostro.

Carlo Galati

Una Cocciaretto azzurra allo Us Open

Erano ben 18 gli italiani ai nastri di partenza delle qualificazioni dello UsOpen, grandi speranza di un battaglione compatto e portabandiera dei colori azzurri in quello che è l’ultimo Slam dell’anno e che sarebbe potuto essere un tripudio tricolore con l’ufficializzazione della lingua italiana come lingua ufficiale del tennis. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di 18 sconfitte; percorso netto, purtroppo.

Gli ultimi a mollare il colpo sono stati Maestrelli, Cobolli, Agamenone, Arnaldi e Seppi, con il primo impegnato in una sfida epica con il portoghese Nuno Borger risoltasi a favore di quest’ultimo solo all’ultimo e decisivo tie break.

A ridare luce a questa oscura tornata di qualificazioni ci ha pensato Elisabetta Cocciaretto che ha battuto Whitney Osuigwe in due set accedendo al main draw che dunque vedrà altri dieci italiani ai nastri di partenza, cinque uomini (Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego e Fognini) e cinque donne (Trevisan, Giorgi, Paolini, Bronzetti e Cocciaretto). Quando si parla di parità di genere, il tennis è già molto avanti, sperando che, questa volta, il nostro piccolo battaglione possa avanzare quanto più compatto possibile.

Carlo Galati

Il (non) Djoko degli Slam

Non vogliamo entrare nei meandri della questione dal punto di vista giuridico. I fatti sono che non c’è obbligo vaccinale per giocare agli Us Open o per assistervi, esiste obbligo invece, per entrare negli Stati Uniti. Questa è la legge: dura lex sed lex. Appurato questo, il tema è però un altro e si rifà alla credibilità del tennis, inteso come sport professionistico e relative classifiche: ci spieghiamo meglio utilizzando come metro, gli Slam. Djokovic ha saltato gli Australian Open perché non vaccinato. Gli è stato permesso di giocare in Francia, al Roland Garros; ha vinto Wimbledon ma senza punti (e senza russi e bielorussi) e salterà New York. Questi sono i fatti.

Ora la domanda è: che credibilità ha tutto ciò? E’ difficile spiegare e far comprendere che il giocatore papabile numero 1 al mondo, per un motivo o per un altro, salti due Slam su quattro, e che nonostante abbia vinto uno dei restanti due, non gli venga riconosciuto nessun punto per quella vittoria. Questo perché la mancata vaccinazione impedisce ai non vaccinati di entrare in quegli Stati in cui vige l’obbligo all’ingresso e perché le ripicche tra Wimbledon e ATP hanno portato all’esclusione dei russi dall’erba inglese e quindi, per l’ATP, che a pagare siano tutti gli altri. Djokovic in primis. Per carità non stiamo qui a volerci ergere a legislatori e puntare il dito sulle scelte degli stati sovrani ma il risultato è che il russo Medvedev, numero 1 al mondo, non ha potuto giocare Wimbledon, mentre il serbo Djokovic non ha potuto difendere i 2000 punti conquistati l’anno prima. Se a questo aggiungiamo le questioni australiane e newyorchesi del serbo, il dado è tratto.

Ed è un dado che non mostra mai una faccia consapevolmente corretta nell’analisi di una stagione che ha degli evidenti passaggi a vuoto, e che restituiscono un feedback di valori che rappresentano solo una parte di ciò che è stato e non mostrano ciò che sarebbe potuto succedere. A perdere in questa questione, anzi, in queste questioni, è ancora una volta il tennis e per certi versi la sua governance, che si trincera dietro le leggi dello Stato ma che niente dice in difesa di ciò che dovrebbe tutelare. A pagare infatti sono i tifosi e sono i giocatori, che per un motivo o per un altro, dalla questione vaccini a quella boicottaggio, vedono uno sport monco delle sue eccellenze. Viviamo tempi complessi, anche nel tennis.

Carlo Galati

Born(a) to be wild

Il numero 152 del mondo non può vincere un Master 1000, battendo tra gli altri, Nadal, Norrie e Tsitsipas. Ma Borna Coric non lo sa e vince lo stesso. Questo splendido paradosso è andato in scena a Cincinnati dove il croato a dispetto di classifica, pronostici, avversari, varie ed eventuali, ha trionfato in un 1000, battendo il record di Roberto Carretero che trionfò ad Amburgo nel 1996 quando si trovava al numero 143 della classifica mondiale.

Insomma un bel successo per un giocatore che, come nelle più romantiche storie di sport, ha assaporato i bassifondi del suo sport, come l’eliminazione al primo turno al Challenger di Iasi in Romania (?!), ad opera di Nicholas Ionel, numero 279 del mondo. Non propriamente un top 10 e nemmeno uno che ci si possa avvicinare. Eppure, ancora una volta, il tennis ha mostrato il suo vero volto, quello della forza mentale che sovrasta in tante occasioni gli aspetti tecnici del gioco.

Coric da oggi è il numero 29 del mondo, guadagnando ben 123 posizioni in una settimana. Roba da non crederci se non fosse reale. Come reale è il fatto che in due settimane abbiano vinto due 1000 giocatori non appartenenti al gruppo dei soliti noti: Carreno Busta ieri, Coric oggi. Quanto è bello? Certo, un’occasione persa per i nostri portabandiera; ma questa è un’altra storia.

Carlo Galati

Il Natale del tennis

Non ce ne voglia nessuno, pur rischiando di scadere nella blasfemia, ma l’8 agosto per chi ama il tennis e per chi ne conosce le logiche o anche prova soltanto a capirne i sommi capi, è il giorno che celebra Roger Federer. Il Natale del tennis, appunto. Sono 41 gli anni compiuti e nessuna voglia di ritirarsi, nessun accenno a farlo. Nonostante tutto. Nonostante da oltre un anno non giochi un match, nonostante non sia più in classifica, avendo perso tutti i punti, nonostante alcuni dei suoi record siano stati battuti, superato com’è stato, da due dei suoi rivali storici, Rafael Nadal e Novak Djokovic nel computo generale degli Slam.

Nonostante tutto, però, lo svizzero resta il tennista più amato della storia. La sua tecnica e il suo rovescio a una mano sono l’emblema del tennis. I suoi tifosi e tutti gli appassionati ora si chiedono solamente se e quando potranno rivederlo sui campi. A oggi il rientro è fissato per la Rod Laver Cup dal 23 al 25 settembre quando Re Roger guiderà il team europeo composto da Djokovic, Nadal e Andy Murray. Lo svizzero giocherà in doppio in coppia con lo spagnolo e dovrebbe anche prendere parte a un singolare. Successivamente, dal 24 al 30 ottobre parteciperà all’Atp 500 di Basilea. La competizione di casa, la prima dopo i quarti di finale dei Championships 2021, sarà la sua ultima prima del ritiro? I pubblico spera di no anche perché Federer ha dichiarato di voler partecipare ancora una volta a Wimbledon, il suo “giardino”.

Insomma il suo destino è ancora tutto da scrivere, come la sua storia che continua a scrivere anche fuori dal campo, lontano da quel terreno di gioco che lo ha reso re, primus inter pares. Oggi intanto ne celebriamo le gesta, coltivando la piccola speranza di rivederlo presto in campo, per un’ultima infinita volta.

Carlo Galati