Alcaraz è già grande

Come molte volte accade in queste occasioni, il tema non è mai se, il tema è quando. Quel quando è arrivato, ed è arrivato a Miami dove Carlos Alcaraz ha definitivamente iscritto il suo nome, non solo nell’albo d’oro del torneo, ma nel ristretto novero di papabili successori al trono di numero uno al mondo. Anche qui la domanda è: quando?

Non lo sappiamo, ma sicuramente accadrà perché abbiamo di fronte ai nostri occhi, il futuro dominatore del circuito, un giocatore che non ha “soltanto” (perdonateci) la grande fisicità che trasmette, ma ha tutto quello che un giocatore di tennis deve avere per il salto definitivo nell’Olimpo dei più grandi; tra gli altri tempismo sulla palla e rapidità di piedi negli spostamenti. Il tutto unito ad un tocco che ha pochi eguali.

Insomma, un giocatore che ha già infranto il muro dei record: il primo spagnolo a vincere a Miami, il più giovane di sempre. Quest’anno ha vinto il suo primo 500 e il suo primo 1000 su due superfici diverse. Non sappiamo quali altri dubbi ci possano essere sul fatto che sia e sarà dominante nei prossimi anni. Ne diciamo uno noi: l’erba. Ma è un dubbio momentaneo, che svanirà col tempo. Come tutti gli altri, finora.

Carlo Galati

Iga, la nuova regina

Compirà 21 anni solamente a fine maggio, ma è gia la nuova la regina del tennis femminile. Iga Swiatek, dopo il fresco ritiro di Ash Barty, è riuscita nell’impresa di vincere prima ad Indian Wells, mostrandosi implacabile nel conquistare anche Miami, battendo in finale Naomi Osaka che il numero 1 lo ha conquistato e perduto nel giro infinito dei suoi pensieri.

Iga è la quarta a centrare il “Sunshine Double” nella stessa stagione: in passato vi erano riuscite Stefanie Graf (1994 e 1996), Kim Clijsters (2005) e Victoria Azarenka (2016). Ora ha un altro record nel mirino visto che solo Serena Williams, con i trionfi nel 2013 a Miami, Madrid, Roma e Toronto, ha vinto 4 tornei 1000 consecutivi in una stagione.

Il suo è un tennis pulito ed efficace, affiancato da quella ventata di aria fresca che irrompe in un circuito alla ricerca di personalità volti a cui aggrapparsi per evitare la deriva; volti ricercati in Osaka prima e Raducanu poi, issati e subito ammainati. Swiatek è diversa da loro perché ha la forza della tranquillità e un tennis solido: un binomio che è per definizione vincente e che, senza affanni, non teme exploit improvvisi o pressioni.

Carlo Galati

Girmay, un africano nella storia del ciclismo

Com’è possibile che un continente votato agli sport dove la fatica la fa da padrone, in cui la corsa su lunghe, lunghissime distanza è sempre stata un tratto distintivo di tutta l’Africa, da nord a sud, passando per gli altipiani etiopi ed eritrei, non aver mai avuto un esponente di alto livello nel ciclismo, sport che nella fatica affonda il proprio DNA? Ed è proprio da quelli altipiani che arriva Biniam Girmay, 21 anni e 359 giorni, luogo di nascita Eritrea. Stupendo tutto il mondo del ciclismo, questo ragazzo che giusto ieri diceva di non conoscere nemmeno il percorso, ha conquistato la Gand-Wevelgem 2022. Il primo africa a conquistare una Classica del ciclismo.

Con una meravigliosa volata a quattro, questo classe 2000, corridore della Intermarché – Wanty – Gobert Matériaux, ha avuto la meglio su Christophe Laporte (Jumbo-Visma), primo a lanciare lo sprint, Dries Van Gestel (TotalEnergies) e Jasper Stuyven (Trek-Segafredo). Un risultato storico che permette all’Africa di entrare nel palmares delle grandi classiche di questo sport. Per Girmay si tratta della prima vittoria nel ProTour, la settima della sua giovanissima carriera.

Una carriera che è solo all’inizio: “È incredibile che sia riuscito a conquistare questa vittoria. Molto è cambiato per me, ma questo significa che c’è un futuro luminoso per i corridori africani e allora voglio che i complimenti vadano a tutti gli africani”. Un movimento quello africano in netta crescita, seppur tra mille oggettive difficoltà e ha trovato in questo ragazzone il proprio portabandiera, che oggi ha scritto una pagina di storia di questo sport. La prima di tante altre a venire.

Carlo Galati

Barty, il perché di un addio

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere qualcosa che riuscisse a rendere omaggio ad Ashleigh Barty, al suo tennis e al suo modo di vivere il tennis, ora che a 25 anni ha deciso di dire basta.

Ashleigh non ha più motivazioni, il fisico già dà segnali di logoramento e i 26 anni che compirà il mese prossimo non torneranno disponibili in futuro. Ciò a dire: ci sono tante cose nella vita, se uno le vuole fare, che vanno fatte e vissute da giovani. Ci sono tanti modi di essere un professionista: c’è chi lo fa ad intermittenza, chi si rende conto di non poter mai diventare un campione e chi ossessivamente vive la sua vita per questo. Oppure, ad una certa, una volta raggiunto un livello di soddisfazione per gli obiettivi raggiunti, si può dire “Ok, ora faccio altro”. Tipo vivere.

Per capire quanto è stata brava Ashleigh Barty, ricordiamo che ha vinto tre Slam su tre superfici diverse, una cosa riuscita solamente a sette tenniste in totale: Chris Evert, Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Steffi Graf, Serena Williams, Maria Sharapova e appunto Ashleigh Barty. E ci mancherà perché era uno dei motivi per cui continuare a guardare il tennis femminile, in piena crisi di personalità e tennis. Lei, Ash, era entrambe le cose. Ha vinto il torneo di casa facendo impazzire le sue avversarie con lo slice di rovescio. Di questo parliamo.

Carlo Galati

Nel deserto del Bahrein rifioriscono due rose Rosso Ferrari

I test lo avevano detto, in maniera equivocabile, ma novecento giorni senza vittorie inviterebbero alla prudenza anche gli inguaribili ottimisti.

Nel deserto dorato del Bahrein Leclerc centra il “Grande Slam”: pole position, primo posto e giro più veloce, con una Ferrari affidabile e bellissima, capace di portare sul podio anche Carlos Sainz, nonostante un fine settimana complicato per lui. Segnali orribili sul fronte Red Bull, con Verstappen e Perez che trovano lo “zero” fermando le monoposto a pochi chilometri dalla bandiera a scacchi e denotando problemi di affidabilità non pronosticabili alla vigilia.

Le peggiori Mercedes degli ultimi anni si ritrovano, inaspettatamente, terza e quarta, limitando i danni e restando aggrappate a un Mondiale da possibile protagonista, nonostante il “budget cap” tolga loro il vantaggio di spendere e spandere senza limiti per lo sviluppo delle monoposto.

La notizia, però, è a tinte rosso Ferrari.

La scuderia di Maranello “è” la Formula 1, è parte fondamentale di questo circo fatto di motori, sviluppo e alta tecnologia; e ai piedi di quel podio, in fondo, sorridono tutti, dentro e fuori il team guidato da Mattia Binotto.

Sorridono perché una Ferrari competitiva aiuta a rendere meno noioso quel rosario di Gran Premi che ritrova finalmente il pubblico e il fattore umano, grazie a monoposto che hanno sempre più bisogno di un pilota capace di portarle al massimo.

E attira investitori e visibilità.

Risuona l’inno di Mameli e il Mondiale ritrova una protagonista, anzi due.

Sarà battaglia, fino alla fine, ne siamo certi; ma sapere che a combattere ci saranno di nuovo due superman con il cavallino rampante marchiato a fuoco sulla pelle, in un solo istante fa ritornare la voglia, parafrasando il Maestro Battiato, di “vivere ad alta velocità”.

I Dragoni tinti d’Azzurro

L’Italia interrompe la “striscia infame” di sconfitte nel Sei Nazioni e lo fa giocando un partita magistrale e vincendo dove non aveva MAI vinto, in Galles.
Difesa, dominio sul punto d’incontro, ottima touche, disciplina, precisione dalla piazzola e il “crack” Capuozzo.

Il paradigma di questo cambio di passo è proprio questo mingherlino con il fisico del calabrone che non sa di non saper volare e lo fa lo stesso.

Dopo anni passati a costruire fisici bionici e armadi a quattro ante tutto muscoli, scopriamo che si può vincere anche con l’estro, con la fantasia, con l’agilità dell’estremo che risolve la partita a un minuto dalla fine.

Adesso dite pure che non conta nulla o che ci hanno fatto vincere, dimostrando di non avere idea di cosa sia il rugby e quali leggi lo governino.

C’è ancora tanto da lavorare, ma tutti quelli che ci volevano a giocare con Romania e Georgia, adesso facciano un giro su se stessi e tornino a parlare di altro.


Bravi tutti oggi, adesso azzerare, placcare e ripartire.
Anche contando su una grande under 20 e con la consapevolezza di aver recuperato un po’ di credibilità a livello internazionale; perché non si vince al Millennium, non si vince a Cardiff con un movimento morto e senza futuro.

Piantiamo, con orgoglio, un seme nei verdi campi dei Maestri gallesi e brindiamo con questi ragazzi che hanno risvegliato in tutti noi l’orgoglio di tifare Italia.

Pogacar, il nuovo cannibale

Il suo incedere, il suo ritmo, la costante consapevolezza che l’esito delle gare a cui partecipa dipenda da lui. Il resto è dietro. È semplicemente superlativo, per questo non è necessario ricorrere ai superlativi. È Tadej Pogacar, qualcosa di unico e in questo momento irraggiungibile. Ha un altro passo, un altro incedere e quel che lascia stupefatti è che a 23 anni sta vincendo come Merckx, forsanche di più del Cannibale belga alla sua età.

Il suo ruolino di marcia ha qualcosa di impressionante, per la semplicità nell’esecuzione e la costanza nel ripetersi. Non è sazio Tadej, gli unici stanchi sono i suoi avversari, che ormai cominciano a sentire il peso della sconfitta, unita alla consapevolezza che al momento c’è poco da fare e si corre per il secondo posto.

Tadej Pogacar conquista per il secondo anno consecutivo la Tirreno-Adriatico. Il fenomenale sloveno della Uae Emirates, vincitore a Bellante e Carpegna, precede il danese Jonas Vingegaard (Jumbo-Visma) di 1’52” e il basco Mikel Landa (Bahrain Victorious) a 2’33”: l’ultimo a fare doppietta è stato Vincenzo Nibali nel 2012-2013, uno che di storia del ciclismo se ne intende.

Carlo Galati

Il valore della vittoria

Non bastano oltre seimila km di distanza dalla loro patria sotto attacco, gli atleti ucraini fanno sventolare con orgoglio la bandiera giallo- azzurra sulle piste paralimpiche di Zhangjiakou, in un lungo fil rouge che unisce Kiev e Pechino nella resilienza che accomuna sport e vita, lotta e sopravvivenza.

Nella 6 km con disabilità visive il podio è stato tutto ucraino. La medaglia d’oro Vitali Lukianenko ha dedicato la gara ai “ragazzi che proteggono le nostre città”. Dal presidente del Comitato paralimpico ucarino, Valery Sushkevych l’orgoglio per queste vittorie che “sono il segno che l’Ucraina, era, è e rimarrà un Paese”. Parole che danno una speranza e che ricordano a tutti quanto forte sia la spinta emotiva dello sport, capace di unire i popoli ed infondere energia, speranza, forza a chi in quei momenti confonde la gioia col dolore, le lacrime con il sudore nel difendere la propria vita, la propria casa, la propria terra.

E non sia una caso l’exploit ucraino, seconda forza del medagliere paralimpico: un popolo fiero come quello ucraino ha chiaro l’obiettivo finale da raggiungere, che valga una medaglia d’oro o la difesa di tutto ciò che si ha.

Carlo Galati

La figlia di Chernobyl che ha conquistato il mondo

Ci sono racconti di vita speciali per definizioni che diventano straordinari se inseriti in un determinato contesto. La storia di Oksana Masters non è soltanto un racconto di vita sportiva ad altissimi livelli. In un periodo geopolitico e storico, quale quello attuale, assume peraltro un valore del tutto particolare. Quella di Pechino 2022 è la sua sesta Paralimpiade, tra Giochi estivi e invernali, e l’oro conquistato nella 6 km di Sci di Fondo la proietta a quota 11 medaglie. Canottaggio, Biathlon e ciclismo, passando per lo sci di fondo. In sostanza, una carriera leggendaria per chi, a 8 anni d’età, era paragonabile a un bambino di tre, per crescita fisica e soli 16 kg di peso corporeo.

Oksana Masters è nata vicino a Chernobyl nel 1989 e ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze del disastro nucleare che devastò la cittadina ucraina tre anni prima. Oksana è infatti nata con sei dita per ciascun piede, cinque dita palmate su ogni mano e senza pollice, ma anche con una gamba, la sinistra, di circa 17 centimetri più corta dell’altra, un solo rene e varie altre malformazioni congenite. Abbandonata dai genitori naturali ha vissuto in tre diversi orfanotrofi prima di essere adottata, all’età di 7 anni, da una professoressa di Buffalo, Gay Masters. Arrivata negli Stati Uniti d’America, Oksana ha dovuto affrontare diversi interventi chirurgici e l’amputazione di entrambi gli arti inferiori ma soprattutto si è dovuta rendere conto del fatto che tutto ciò che aveva vissuto fino allora non rappresentasse minimamente la normalità. Una non normalità che vive ogni giorno e il cui segno è indelebilmente apposto nella storia dello sport.

Carlo Galati

Errore olimpico

Un’inversione di rotta in meno di 24 ore. Questa è la decisione da parte del CIO di escludere gli atleti russi e bielorussi dalle Paralimpiadi in programma a Pechino dal 4 al 13 marzo, si era pensato che avrebbero potuto partecipare come “neutrali”. Ed invece a poche ore da quella che sarà una cerimonia di apertura di giochi olimpici, ci troviamo di fronte ad una decisione assurda, proprio alla luce della sua stessa natura.

Lo sport è inclusione per definizione, strumento e veicolo di pace, a maggior ragione se svolto all’interno di un contesto a cinque cerchi, non può e non deve sottostare a quelle logiche non inclusive che per natura non le appartengono.  

Intollerabile gesto di tristi burocrati che non vedono nello sport quel messaggio di pace che dovrebbero vedere, che non sanno che rispondere discriminando, di fronte alla grande fame di unità e fratellanza. Non stiamo qui di certo a negare la fondatezza delle sanzioni nei confronti della Russia ma non è corretto che a pagare sia chi nello sport, e nello sport paralimpico, ha trovato un momento di riscatto personale da una vita che non ha sicuramente mostrato loro il suo volto migliore ma che, grazie alla volontà di competere, ha offerto un riscatto a questi atleti. Poteva essere l’occasione giusta magari di vedere su un podio un atleta russo e uno ucraino abbracciarsi sotterrando, in nome del sacro fuoco di Olimpia, le trucide barbarità che la guerra porta con sé; avremmo potuto gioire di immagini forti come la storia che quella storia, così terribile, magari avrebbero potuto contribuire a cambiare. Quanti gesti in tal senso? Quante occasioni ha avuto lo sport per unire. Tantissime, alcune di queste ve le abbiamo descritto in questa pagine: dalla tregua di Natale durante la prima guerra mondiale, alle imprese di Bartali al Tour del France che evitarono nel 1948 una guerra civile ormai prossima, ai pugni di Mohamed Alì che cambiarono il corso della storia afroamericana.

E’ un’occasione persa, è uno squallido piegare quanto di più puro esista, la voglia di competere alle olimpiadi, alle logiche sanzionatorie di una guerra che non è mai giusta, che non è mai corretta, che non ha e non avrà scusanti, ma che fa aumentare sempre di più il caro prezzo che soprattutto gli innocenti pagheranno. Come nel caso degli atleti russi e bielorussi.