Egonu e Italvolley, storie di invincibilità

Immaginate una marcia trionfante, fatta di vittorie su vittorie, punti su punti. Avversarie che, una dopo l’altra cadono sotto i colpi di una cannoneggiante giocatrice che, senza colpo ferire, scaglia palloni, uno dopo l’altro, oltre una rete che divide chi attacca e chi prova a difendersi. Ecco non immaginate più. Perché questa è la storia della nostra nazionale femminile di pallavolo e di Paola Egonu.

Le azzurre hanno fatto la storia ad Ankara. La squadra del CT Davide Mazzanti ha battuto il Brasile 3-0 (25-23, 25-22, 25-22) nella finalissima di Volleyball Nations League 2022, ottenendo la prima storica vittoria nella competizione, interrompendo la striscia vincente degli USA che durava dal 2018.

Il tutto grazie anche a quello che è il cocktail perfetto di esplosività applicato alla disciplina con classe ed eleganza: per poche elette. Paola Egonu è una di queste. E chissà cosa avranno provato le sue avversarie dopo aver ricevuto una schiacciata da 112,7 km/h, nuovo record del mondo? Sicuramente di esser fortunate ad aver visto cotanto spettacolo. Come noi, come tutti noi.

Carlo Galati

Ode ad Allyson Felix, campionessa totale

“Olimpionica, mamma e avvocato” così la definisce Google cercandone oggi il suo nome. Allyson Felix è tutto questo ma soprattutto una fonte di ispirazione. Ha vinto tanto in vent’anni di carriera: 11 medaglie olimpiche, 19 mondiali, l’ultima di queste il bronzo nella 4×400 misti ai mondiali di Eugene.

È stata una stupenda atleta, dotata di una corsa sopraffina, di una falcata meravigliosamente elegante nel suo incedere, micidialmente efficace nei risultati. Ma la sua è una storia di vittorie anche lontano dalla pista; è la storia di una ragazza che ha fortemente rivendicato il diritto ad essere madre e che per quel diritto ha sfidato la vita e la Nike. Stava per morire durante il parto Allyson e non ha avuto paura di affrontare, da avvocato, la sua battaglia contro il colosso della moda sportivo che riduceva dell’80% il proprio compenso alle proprie atlete incinte.

Ha vinto tutte e due le battaglie, con il sorriso enorme di chi sa di aver lottato non solo per se stessa ma realmente per cambiare le cose. E le ha cambiate. Ha scritto la parole fine alla sua carriera da agonista lasciando in tutti noi una profonda tristezza mista a gioia, nel non vederla più gareggiare, nell’averla vista vincere. Tutto.

Carlo Galati

Ceci c’est pas un Djokovic

Bravo Djokovic, campione assoluto! Leggenda del tennis, suo il settimo titolo a Wimbledon, il 21esimo Slam, ad uno solo di distanza da Nadal. È un dio del tennis, futuro imperatore del Regno delle due Sicilie. Bene, adesso che ho la vostra attenzione e visto che, non sappiamo più che scrivere dopo l’ennesima vittoria di Djokovic che segue le altre che di Nadal negli Slam finora disputati, vi raccontiamo un’altra storia di tennis.

Succede a Budapest nelle qualificazioni del torneo 250, le due protagoniste sono l’iberica Marina Bassols, numero 263 delle classifiche mondiali, e la bielorussa Yuliya Hatouka, numero 211 al mondo. Una sfida che sembrava terminata dopo nemmeno un’ora di gioco, con l’Hatouka che approfitta dell’inconsistenza avversaria (13 doppi falli) e si ritrova a due punti dal match sul 6-0, 5-0 e 0-30 in suo favore. Ed invece il tennis, sport malefico per definizione ed imprevedibile per sua natura, aveva in serbo altro per questa partita.

Ha annullato tre match point Marina Bassols, ha vinto sette game consecutivi e poi il terzo set. Insomma ha vinto un match dal punto più profondo, si è ridata speranza, nonostante tutto fosse contro di lei. Ecco questo ci piaceva scrivere, è la storia che oggi abbiamo voluto raccontare, perché le altre ci hanno un po’ stufato.

Carlo Galati

Leclerc e il paradosso Ferrari

Solo una settimana fa chiedevamo che il soldato Charles fosse salvato dallo sfracello all’interno del quale la Ferrari e le scelte del muretto, lo avevano gettato. Possiamo scrivere che si è salvato da solo, con la sua immensa classe, vincendo e arrivando fino alla fine con molta fatica, causa, more solito, una vettura non all’altezza.

La Ferrari versione 2022 è una vettura che secondo la sua natura, in relazione a quanto succede in pista non è fatta per vincere ma lei non lo sa e prima con Sainz e ora con Leclerc, vince. Non ditelo oggi a Carlos però, che stava per raggiungere Verstappen e probabilmente sarebbe andato a podio. Ditelo invece a Charles che nonostante l’acceleratore difettoso è riuscito ad arrivare fino in fondo.

È vero c’è qualcosa di romantico in tutto questo che riporta a gare del motorsport dove a vincere era prima il pilota e poi il mezzo meccanico. Ma quando come nel caso di Leclerc hai un pilota genialmente predestinato alla guida, non dotarlo di un mezzo affidabile è una sacrilegio, che in Austria ha portato alla vittoria ma che, alla lunga, potrebbe costare caro. Un mondiale, nello specifico.

Carlo Galati

Rybakina, una vittoria che sa di sport

Tanto brutta è stata finale, tanto bello scoprire Elena Rybakina come personaggio oltre che come tennista. Una ragazza timida, giudicata schiva da chi non riesce a guardare il proprio naso, che ha vinto Wimbledon, contro ogni pronostico, contro ogni logica.

Eh già, perché il torneo femminile aveva già le sue vincitrici; prima la dominatrice del circuito e numero uno al mondo Iga Swiatek, poi Simona Haley che sul centrale aveva già vinto nel 2019, poi infine Ons Jabeur giocatrice sublime a cui evidentemente oggi hanno spento l’interruttore della costanza. E poi invece è arrivata lei, la kazaka Elena.

E sul tema si sono scatenati in tanti, perché fa oggettivamente clamore che la brava Rybakina sia in realtà natia di Mosca e che solo da quattro anni giochi per il Kazakistan ma…chissenefrega?! Chissenefrega delle mille domande su Putin, sul fatto che si senta o meno russa. Proviamo a parlare di sport nello sport più individualista e individuale che esista. Parliamo di tennis, di Elena e di quello che si spera potrà continuare a dare a questo sport, celebrando una vittoria che sa di novità e che forse apre uno spiraglio al dominio incontrastato di Iga.

Carlo Galati

Il gesto oltre il risultato: l’esempio di Sinner e Alcaraz

Per una volta vogliamo tornare all’essenza di questa pagina, che ama raccontare lo sport partendo da un’immagine, aggiungendo delle parole lì dove probabilmente non servirebbero: è la grande sfida da raccogliere. Non vi parlerò di quella che è la più bella vittoria della giovanissima carriera di Jannik Sinner, colta su Carlos Alcaraz, che quest’anno ha negli italiani le bestie nere degli Slam: in Australia fu Berrettini ad eliminarlo, ora Sinner a Wimbledon.

Quello che mi è piaciuto più di tutto quello che è stato, da uomo di sport e da uomo di tennis, è questo gesto, che ha un significato che va oltre il momento. Alcaraz sotto due set a zero, nell’ottavo gioco del terzo set impegna Sinner con una palla corta. Impegnandosi nel recupero, Jannik cade e Alcaraz corre subito a sincerarsi sulle sue condizioni. Quello che vedete in questo istante è la vera essenza di quello che è lo sport, è tutto.

Nel giorno in cui si celebrano i 100 anni del campo Centrale di Wimbledon, davanti a tanti eroi che quel campo lo hanno vissuto e reso immortale, questi due ventenni hanno spiegato al mondo di essere il futuro di questa disciplina. Non c’è altro da aggiungere in questo, se non che le prossime generazioni hanno trovato, si spera, l’epicità del duello in Jannik e Carlos. Ad maiora.

Carlo Galati

Salvate il soldato Charles

Nel giorno della vittoria di Carlos Sainz a Silverstone, nel giorno in cui la Ferrari torna sul gradino più alto del podio, in quel giorno in cui l’orgoglio ferrarista dovrebbe gonfiare nuovamente il petto, c’è un retrogusto amaro che rovina, in parte, la gioia di una vittoria.

C’è chi lo chiama sabotaggio, chi boicottaggio. No, non credo si possa arrivare ad utilizzare concetti che non trovano nella sfera sportiva la giusta collocazione semantica; più semplicemente si tratta di inettitudine. O se volete di impreparazione. E a pagarne le conseguenze è sempre e solo Charles Leclerc, anche oggi vittime sacrificale di una strategia che non ha avuto senso. Sì, la gara l’ha vinta Sainz ma perché non effettuare il cambio gomme durante la safety car, unico a non rientrare nei box?

Sono situazione estemporanee che si sommano alle tante altre nella stagione e che potrebbero costare molto caro in termini di obiettivo finale, ovvero il mondiale piloti. L’occasione era ghiotta con un Verstappen oggi con problemi tecnici che lo hanno relegato nelle retrovie. Oggi la Ferrari ha vinto, godendo dell’uovo oggi. La gallina domani forse sarà bollita; come il muretto Ferrari.

Carlo Galati

Greg, la divinità dell’acqua

Educato, bello, sorridente, vincente: mai visto un “cannibale” così gentile, capace di sbranare gli avversari con l’eleganza di chi quasi si schernisce per aver conquistato in sequenza un oro nei 1500 stile libero, un bronzo nella Staffetta mista 4×1.5km acque libere, un argento nella 5km acque libere, un oro (con Acerenza secondo) nella 10km acque libere.

Disumano.

L’orgia di informazioni sui social, un paradosso, rischia di relegare sportivi mitologici a mero fenomeno “mordi e fuggi”: qualche ora di esaltazione collettiva, milioni di foto, spezzoni video e poi sotto con la prossima notizia acchiappa-click, senza neppure il tempo di un loop o di un fermo-immagine.

E invece Paltrinieri merita ben altro.

Merita le sfumature di colore “catodiche” di Mark Spitz e dei suoi sette ori di Monaco ‘72, con il loro fascino romantico; merita il bianco e nero delle imprese consegnate alla storia di atleti di ogni disciplina, quando la fatica non era una ruga super definita sul viso, ma la sommatoria di movimento sbilenchi e immaginazione, immagini sfocate e calde di tensione agonistica.

A nulla valgono i paragoni, ma sarebbe bello che fra qualche anno ci si ricordi di Greg e delle sue quattro fatiche di Budapest come la storia disi ricorda di Coppi quando scalò da solo la Maddalena, il Vars, l’Izoard, il Monginevro ed il Sestriere e giunse a Pinerolo con 11’52” su Gino Bartali.

Dodici medaglie mondiali, dodici, una maledetta mononucleosi che gli preclude il bottino pieno a Tokyo, dove vince un argento incredibile negli 800, ma gli lascia pur sempre una medaglia per metallo nel palmares a cinque cerchi, oltre a ben tredici in Europa: un medagliere in continuo aggiornamento, visto che adesso Greg ha deciso che le piscine sono troppo piccole, troppo umide, troppo chiassose.

Per questo ha scelto di nuotare nelle acque libere, allungando i chilometraggi senza diminuire la formidabile acquaticità e il senso della vittoria.

Scivola, Greg, scatta, attacca, e sembra sorridere dentro quell’elemento naturale che gli fa da liquido amniotico, lo protegge e lo nutre.

Dal bianco e nero alla dissolvenza, fino al burn-in, quel fenomeno che imprime sui televisori di ultima generazione l’ombra di una immagine troppo persistente.

Ecco, lasciatelo lì, in ogni televisore, per ricordarci che un altro Paltrinieri chissà quando rinascerà, con il suo elogio della lentezza e la serenità di chi non deve chiudere tutto nei pochi secondi di un 50 metri stile libero, ma ha tempo per farsi ammirare in vasca e nel mare, novello Poseidone, solo più sinuoso e sbarbatello.

Lo davano per finito, ma sfiniti siamo noi dopo l’ultima fatica della dieci chilometri, stravolti da una sfida entusiasmante ed increduli: Greg ha vinto la quarta medaglia in quattro giorni, mentre noi boccheggiamo fra divano e telecomando.

Lasciate stare le celebrazioni social, prendete carta, penna e calamaio, vergate su carta pergamena quest’impresa, seppiate le immagini perfette dei vostri televisori 8k: quando i vostri figli e le vostre figlie troveranno questi cimeli, in libreria o dentro a un cassetto, capiranno cosa sia l’eternità del mito, anche nello sport.

Dopo i mitologici Yam, dio del mare, Manannan Mac Lir, dio del mare e delle tempeste, Dakuwaqa, il Dio Squalo e proprio Poseidone, Dio delle Acque e del Mare, il pantheon delle divinità acquatiche ha un nuovo protagonista: Greg Paltrinieri, venerabile divinità delle piscine e delle acque libere.

Berrettini, il coraggio di scegliere

Matteo Berrettini ha avuto coraggio. Il coraggio di una scelta che nessuno gli ha chiesto di fare, una scelta che probabilmente gli costerà tanto, forse troppo. Era uno dei favoriti a Wimbledon, ci arrivava da campione a Stoccarda e al Queen’s, aveva i titoli per conquistare quella coppa sfuggitagli lo scorso anno proprio all’ultimo atto di un percorso perfetto.

Ha avuto coraggio ed è stato leale, con se stesso ma soprattutto con gli altri, sottoponendosi ad un tampone al Covid-19, risultato positivo, che nessuno gli aveva chiesto di fare, solo per senso di responsabilità nei confronti di chi gli sta attorno ricordando a tutti quelli che oggi, pulcini da tastiera, lo criticano che il tennis è sport di galantuomini. Detto questo, non tutti lo sono. Matteo lo è e lo ha dimostrato.

In quanti avrebbero in uno sport individuale ed individualista, preso una simile decisione? Non ci sbilanceremmo su nessuno, neanche sui più grandi, ossessionati più dal risultato finale che dal percorso da fare; focalizzati sulla storia e non sul racconto della stessa. Matteo Berrettini ha dato una lezione di stile a tutti; si vince e si vive da uomini, ponendosi di fronte alle proprie responsabilità. Magari non sarà il più furbo, ma di sicuro il più vero.

Carlo Galati

Acqua azzurra, acqua d’oro

Azzurro come il cielo di Budapest, azzurro come l’acqua della piscina, azzurro come il colore del secondo posto nel medagliere di questo incredibile mondiale in terra magiara.

L’Italia dei poeti, dei Santi e dei navigatori, si riscopre terra di nuotatori e nuotatrici, collezionisti di mettalli pesanti, con il sigillo imperiale dell’oro nella 4×100 dei Misti.

È difficile fare una graduatoria della medaglia più bella o dell’impresa che resterà negli annali: è quella di Ceccon, baffetto vintage e carta d’identità da maggiorenne di una volta, primatista del mondo dei 100 dorso?

O quello di Martinenghi e Pilato, ranisti d’Italia trionfatori nei loro 100?

È quella di Greg Paltrinieri, il capitano, dato a 26 dagli scommettitori dopo la delusione degli 800 e capace di disintegrare gli avversari, nuotando addirittura su livelli da primato del mondo?

Oppure è la medaglia-termometro della 4×100 mista, quella che rappresenta la cartina al tornasole del movimento natatorio di una Nazione?

Cinque istantanee di un trionfo, impossibili da mettere in fila con una graduatoria, perché rappresentano nell’insieme la capacità organizzativa, la tradizione, le metodiche di allenamento, la vocazione, custodite in anni di successi e di personaggi nelle vasche da 25 e da 50 metri, culminati oggi nella migliore spedizione mondiale di sempre.

Una Federazione Nuoto capace e tetragona, in un’Italia che negli anni si è riempita di piscine e che dalle vittorie, e dal marketing del successo di atleti e atlete in costume da bagno, ha costruito una immagine vincente e una formidabile capacità di generare campioni e campionesse a ogni ciclo.

Iride, oro e Tricolore: il caleidoscopio di immagini e sorrisi baciati dal cloro non riempie solo la piscina del nuoto, ma ha fatto capolino nella vasca dell‘artistico, con ben cinque medaglie, continuerà nella pallanuoto, con Settebello e Setterosa ai Quarti, nuoterà in acque libere ancora con Greg e i suoi fratelli e sorelle.

Un’Italia giovane, bella, sinuosa e vincente, nella continuità di un movimento che funziona.

Avanti, e grazie, ragazzi e ragazze di Buda!