Carletto V, l’imperatore europeo

Che fosse già uno degli allenatori più importanti e vincenti della storia del calcio italiano e non solo, prescinde da ogni risultato presente e futuro. È una certezza che affonda le proprie radici nei decenni e in ciò che è già stato vinto da Carlo Ancelotti; la stima nei suoi confronti comincia dai numeri più che dai sentimenti. Ora lui è il primo ad avere vinto il campionato nelle cinque nazioni calcisticamente più importanti d’Europa (le nominiamo attraverso le sue squadre: Milan, Chelsea, Psg, Bayern e Real Madrid) e diventa, pertanto, quello che già era, cioè ciò che scrivevamo all’inizio: uno dei più grandi allenatori nella storia del calcio e dello sport.

Non ha avuto bisogno di diventare cattivo o falso, e nemmeno mediatico o guru. Ha dimostrato che si può essere buoni senza essere fessi, e onesti senza essere sconfitti. In tanti gli hanno dato tanto, i suoi giocatori intendiamo, perché sapevano e sanno di potersi fidare. Quando ha vissuto stagioni meno gloriose, ad esempio a Napoli, qualcuno ha osato dargli del bollito. Osato, appunto. Perché seppur senza quell’altra da predestinato, con il lavoro ha costruito le sue fortune e le sue squadre. Si tessano le lodi di Carletto V, unico vero imperatore del calcio europeo.

Carlo Galati

Roma non segua l’esempio di Londra

L’argomento è piuttosto sensibile, mosso dai venti di guerra che, da oriente, espongono l’Europa a grandi interrogativi. Lo sport non è ovviamente escluso. E il gran parlare ad oggi vuol dire tennis, vuol dire concentrarsi sulla decisione di Wimbledon di escludere atleti russi e bielorussi dal torneo londinese. Significa per l’Italia, ipotizzare un qualcosa di simile declinato sugli Internazionali di Roma.

La decisione è complicata, ma se non ho il minimo dubbio sulla necessità di impedire alla Russia di organizzare tornei nel proprio paese qualche dubbio mi viene pensando alla partecipazione delle squadre nazionali a tornei fuori dai confini russi, ma comprendo la decisione perché escludere una squadra nazionale colpisce leadership politica e opinione pubblica. Ho comunque pochi dubbi, sul fatto che escludere atleti di sport individuali sia un errore. Anzi, un boomerang. Il perché è facilmente intuibile.

Se è vero che l’Occidente rappresenta un modo di vivere migliore, se vogliamo davvero dare l’esempio bisogna lasciare un’impronta diversa. Un’impronta di libertà e di sport.

Carlo Galati

Wimbledon, un probabile doppio fallo

E’ arrivata quasi inaspettata ma non del tutto a sorpresa la decisione presa dal direttivo dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Londra, sede del più famoso torneo di Wimbledon. Cerchiamo di andare subito al dunque e di analizzare la questione da un punto di vista pragmatico, ponendoci una domanda: può il ban degli atleti russi e bielorussi dal torneo incidere negativamente sull’opinione russa e sull’immagine che il suo stesso popolo può avere di Vladimir Putin? Il tema è questo.

In teoria sì. Le sanzioni, siano esse economiche o meno, hanno quest’obiettivo: sferzare la popolazione, farla sentire tagliata fuori dal resto del mondo, rinchiudendola nel contesto della cortina di ferro che ci riporta indietro di oltre trent’anni. Ovviamente lo sport non può essere da meno, non può essere considerato un mondo a parte. Le indicazioni del Cio in tal senso parlano chiaramente: l’invito è di non invitare atleti russi a bielorussi alle manifestazioni sportive. Il tennis non poteva sentirsi escluso ed il primo passo in tal senso è stato fatto dal torneo più prestigioso al mondo: immaginate se un membro della famiglia reale dovesse consegnare il trofeo a Medvedev o Zabalenka. Roba da fantascienza al momento.

Poi però subentra la pratica, e la pratica parla di quello che potrebbe definirsi un clamoroso autogol o, se vogliamo, un doppio fallo. Non comprendere infatti che una decisione del genere non porterebbe nessuno svantaggio a Putin ma anzi, non farebbe che compattare il popolo russo attorno al loro caro leader, penalizzando soltanto quegli atleti che nulla hanno a che fare con quanto sta succedendo da altre latitudini, è da considerarsi miope. Miope e limitante. Le sanzioni infatti hanno finora colpite le squadre russe, mai i singoli atleti. Poi c’è un tema legale: quanto può essere discriminatoria questa che è una decisione assolutamente unilaterale, che ad oggi non ha il supporto governativo?

Una decisione che dunque rischia di ritorcersi pesantemente contro coloro i quali l’hanno attuata e che ad oggi potrebbe non portare gli effetti desiderati…desiderati da chi?

Carlo Galati

Tsitsipas ancora principe a Monte Carlo

Vincere non è mai facile, concedere il bis l’anno successivo è appannaggio solo di chi si nutre di quegli stimoli per lasciare un segno indelebile. Stefanos Tsitsipas quel segno lo ha lasciato sulla terra rossa del Monte Carlo Country Club dove ha concesso il bis dopo il successo dello scorso anno, battendo Davidovich-Fokina in una finale che è stata molto più combattuta di quello che in realtà ha detto il punteggio finale.

Il greco ha realizzato una doppietta storica, la prima in terra monegasca dal 2017-2018 quando a realizzarla fu Nadal, che fu l’ultimo anche ad aggiudicarsi due edizioni consecutive di un master 1000, nel 2018-2019 in Canada e ha dimostrato di avere a disposizione anche grande armi caratteriali oltre che tecniche. In tal senso i quarti giocato e vinto con Schwartzman sono esemplificativi.

Nulla cambia in classifica, resterà ancora numero 5 del mondo ma con la prospettiva di tornare ad insidiare le primissime posizioni del ranking. È un giocatore che ama la terra rossa e di fronte a se c’è un mese ricco di impegni e di punti. L’Apollo greco è stato un dio provetto arciere (leggasi tennista) e capace di svelare il futuro degli uomini. In questo caso da costruire, per Stefanos, c’è il proprio, che ha solide basi che poggiano sulla terra rossa.

Carlo Galati

Keep pushing Jannik

Il tennis è questione di istanti, di momenti, di grandi errori che diventano opportunità, di esaltazione massima e scoramento profondo. Il confine tra la vittoria e la sconfitta è tanto labile quanto concreto. Il tutto nell’arco di pochi minuti, di pochi colpi, che sanciscono il vorrei dal posso. Jannik Sinner e Alexander Zverev hanno raccontato tutto questo in uno dei match emotivamente più intensi della stagione.

Il vorrei di Jannik si è spento sul 7-5 del tie break del terzo set, dopo tre ore e sette minuti di battaglia, di match che si è traslato dal tennis alla boxe trovando nella terra rossa, il contesto ideale per tali battaglie. Sinner ci ha fatto esultare, soffrire, ci ha tenuto col fiato sospeso ma non ci ha deluso. E non deve essere deluso neanche lui, perché i segnali che si stia andando nella direzione giusta ci sono tutti. Bisogna avere pazienza e sapere che il momento, quel momento, arriverà.

Dal 2021, infatti, lui ha un sensazionale 17-3 nel computo vittorie-sconfitte contro i tennisti classificati fra la posizione numero 6 e 30. Contro i top 5 però è 0-9. Quando ci si domanda dove deve fare il salto di qualità, ecco la risposta.

Carlo Galati

L’ossessione di Charles

L’ossessione della vittoria, del primato non è qualcosa che puoi inventarti: o ce l’hai dentro quel fuoco, che arda e ti consuma, o non lo puoi accendere. Ci si nasce così. Ci si nasce con l’ossessione della vittoria e del primato.

C’è nato, per fortuna nostra e di chi ama la Ferrari, Charles Leclerc, monegasco di nascita italiano d’adozione. Non vorremmo tanto soffermarci sulla vittoria a Melbourne e sul primato in classifica mondiale dopo tre gare e con un distacco già importante, in termini di punti sugli altri piloti. No. Parliamo d’altro.

Dopo averne ottenuti due nelle prime due gare, il ventiquattrenne aveva già il giro record, e tendenzialmente si capiva che nessuno avrebbe potuto toglierglielo, e in un primo team radio Leclerc si sente chiedere al suo team se aveva bisogno di fare il giro veloce. La risposta è stata: “No, va bene così, è già il tuo”. Ma il leader del Mondiale voleva la certezza del giro veloce. E invece che gestire, sicuro anche dalla sua Ferrari, pur sapendo che non erano in discussione la vittoria, voleva avere la certezza del giro veloce. L’ha ottenuta battendo se stesso e il suo giro. Il messaggio è chiaro: l’ossessione della vittoria passa in primis dal battere sempre se stessi. Nella speranza che il mondiale di F1, quest’anno, viva su questa lotta.

Carlo Galati

Alcaraz è già grande

Come molte volte accade in queste occasioni, il tema non è mai se, il tema è quando. Quel quando è arrivato, ed è arrivato a Miami dove Carlos Alcaraz ha definitivamente iscritto il suo nome, non solo nell’albo d’oro del torneo, ma nel ristretto novero di papabili successori al trono di numero uno al mondo. Anche qui la domanda è: quando?

Non lo sappiamo, ma sicuramente accadrà perché abbiamo di fronte ai nostri occhi, il futuro dominatore del circuito, un giocatore che non ha “soltanto” (perdonateci) la grande fisicità che trasmette, ma ha tutto quello che un giocatore di tennis deve avere per il salto definitivo nell’Olimpo dei più grandi; tra gli altri tempismo sulla palla e rapidità di piedi negli spostamenti. Il tutto unito ad un tocco che ha pochi eguali.

Insomma, un giocatore che ha già infranto il muro dei record: il primo spagnolo a vincere a Miami, il più giovane di sempre. Quest’anno ha vinto il suo primo 500 e il suo primo 1000 su due superfici diverse. Non sappiamo quali altri dubbi ci possano essere sul fatto che sia e sarà dominante nei prossimi anni. Ne diciamo uno noi: l’erba. Ma è un dubbio momentaneo, che svanirà col tempo. Come tutti gli altri, finora.

Carlo Galati

Iga, la nuova regina

Compirà 21 anni solamente a fine maggio, ma è gia la nuova la regina del tennis femminile. Iga Swiatek, dopo il fresco ritiro di Ash Barty, è riuscita nell’impresa di vincere prima ad Indian Wells, mostrandosi implacabile nel conquistare anche Miami, battendo in finale Naomi Osaka che il numero 1 lo ha conquistato e perduto nel giro infinito dei suoi pensieri.

Iga è la quarta a centrare il “Sunshine Double” nella stessa stagione: in passato vi erano riuscite Stefanie Graf (1994 e 1996), Kim Clijsters (2005) e Victoria Azarenka (2016). Ora ha un altro record nel mirino visto che solo Serena Williams, con i trionfi nel 2013 a Miami, Madrid, Roma e Toronto, ha vinto 4 tornei 1000 consecutivi in una stagione.

Il suo è un tennis pulito ed efficace, affiancato da quella ventata di aria fresca che irrompe in un circuito alla ricerca di personalità volti a cui aggrapparsi per evitare la deriva; volti ricercati in Osaka prima e Raducanu poi, issati e subito ammainati. Swiatek è diversa da loro perché ha la forza della tranquillità e un tennis solido: un binomio che è per definizione vincente e che, senza affanni, non teme exploit improvvisi o pressioni.

Carlo Galati

Girmay, un africano nella storia del ciclismo

Com’è possibile che un continente votato agli sport dove la fatica la fa da padrone, in cui la corsa su lunghe, lunghissime distanza è sempre stata un tratto distintivo di tutta l’Africa, da nord a sud, passando per gli altipiani etiopi ed eritrei, non aver mai avuto un esponente di alto livello nel ciclismo, sport che nella fatica affonda il proprio DNA? Ed è proprio da quelli altipiani che arriva Biniam Girmay, 21 anni e 359 giorni, luogo di nascita Eritrea. Stupendo tutto il mondo del ciclismo, questo ragazzo che giusto ieri diceva di non conoscere nemmeno il percorso, ha conquistato la Gand-Wevelgem 2022. Il primo africa a conquistare una Classica del ciclismo.

Con una meravigliosa volata a quattro, questo classe 2000, corridore della Intermarché – Wanty – Gobert Matériaux, ha avuto la meglio su Christophe Laporte (Jumbo-Visma), primo a lanciare lo sprint, Dries Van Gestel (TotalEnergies) e Jasper Stuyven (Trek-Segafredo). Un risultato storico che permette all’Africa di entrare nel palmares delle grandi classiche di questo sport. Per Girmay si tratta della prima vittoria nel ProTour, la settima della sua giovanissima carriera.

Una carriera che è solo all’inizio: “È incredibile che sia riuscito a conquistare questa vittoria. Molto è cambiato per me, ma questo significa che c’è un futuro luminoso per i corridori africani e allora voglio che i complimenti vadano a tutti gli africani”. Un movimento quello africano in netta crescita, seppur tra mille oggettive difficoltà e ha trovato in questo ragazzone il proprio portabandiera, che oggi ha scritto una pagina di storia di questo sport. La prima di tante altre a venire.

Carlo Galati

Barty, il perché di un addio

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere qualcosa che riuscisse a rendere omaggio ad Ashleigh Barty, al suo tennis e al suo modo di vivere il tennis, ora che a 25 anni ha deciso di dire basta.

Ashleigh non ha più motivazioni, il fisico già dà segnali di logoramento e i 26 anni che compirà il mese prossimo non torneranno disponibili in futuro. Ciò a dire: ci sono tante cose nella vita, se uno le vuole fare, che vanno fatte e vissute da giovani. Ci sono tanti modi di essere un professionista: c’è chi lo fa ad intermittenza, chi si rende conto di non poter mai diventare un campione e chi ossessivamente vive la sua vita per questo. Oppure, ad una certa, una volta raggiunto un livello di soddisfazione per gli obiettivi raggiunti, si può dire “Ok, ora faccio altro”. Tipo vivere.

Per capire quanto è stata brava Ashleigh Barty, ricordiamo che ha vinto tre Slam su tre superfici diverse, una cosa riuscita solamente a sette tenniste in totale: Chris Evert, Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Steffi Graf, Serena Williams, Maria Sharapova e appunto Ashleigh Barty. E ci mancherà perché era uno dei motivi per cui continuare a guardare il tennis femminile, in piena crisi di personalità e tennis. Lei, Ash, era entrambe le cose. Ha vinto il torneo di casa facendo impazzire le sue avversarie con lo slice di rovescio. Di questo parliamo.

Carlo Galati