Regine d’Europa

Non ricordiamo molte altre squadre capaci di una simile impresa, nella pallavolo e non solo. Quattro trofei in un anno, e con tutto il rispetto, non parliamo di tornei pseudo inventati o fantomatiche leghe da 4 squadre che assegnano un trofeo. Parliamo di Supercoppa, Coppa Italia, scudetto e Champions League, in un’unica parola, il massimo raggiungibile in una stagione. Cannibalismo sportivo. L’impresa è riuscita a Conegliano formazione guidata in panchina da Daniele Santarelli ed in campo da una superba e divina Paola Egonu. Prima di loro soltanto la Foppapedretri Bergamo aveva raggiunto queste vette che sembravano irraggiungibili.

Con la 64ª vittoria consecutiva (ultima sconfitta il 12 dicembre 2019 a Perugia) la squadra veneta ha inevitabilmente iscritto il proprio nome nella storia di questo sport sfruttando il momento della magnificenza di Paola Egonu. La stella della Nazionale e senza ombra di dubbio la giocatrice più forte al mondo, ha firmato una partita surreale, da 40 punti con il 54% di efficacia, un dato mostruoso per chi gioca nel ruolo di opposto. È come se avesse vinto, da sola, un set e mezzo. Questo dato è devastante e dà, insieme agli altri la portata dell’impresa compiuta.

Imbattibili per definizione queste ragazze hanno finalmente iscritto il proprio nome nell’albo d’oro di una competizione che finora era un tabù ma che potrebbe trasformarsi in una piacevole abitudine.

Carlo Galati

SuperLeague: la banalità del Male

C’è poco da esultare per il probabile naufragio del progetto Super League, affondato dalla inadeguatezza sostanziale e comunicativa degli stessi che lo hanno pensato.

La romantica rivoluzione digitale che per quarantotto ore ha spalato montagne di letame sulle corazzate pallonare continentali è solo la punta dell’iceberg: il calcio del Real, della Juve, del Milan, del Manchester United era già un bubbone ipertrofico, prima della “cura di fine mondo” della Super League, viveva di fluttuazioni azionarie, di speculazioni, di diritti televisivi venduti alle aste “truccate” delle Pay Tv.

E lo sapevano tutti.

Dalle vergini immacolate della FIFA ai sepolcri imbiancati dell’UEFA, fino ad arrivare a un De Zerbi qualsiasi, che oggi recita la parte del Masaniello con la casacca del Sassuolo, ma domani, con ogni probabilità, venderebbe l’anima sua e della sua settima generazione ai miliardi del fondo Elliott o alle scatole cinesi dell’Internazionale pur di sedere su una panchina prestigiosa.

È il calcio moderno, come lo chiamano con disprezzo gli Ultras.

Una roba che andrebbe governata da manager all’altezza, anziché da gentucola che compra i voti dei Paesi del Terzo Mondo pur di assegnare i Mondiali a Nazioni con poche o nessuna legge seria sugli appalti negli Stadi.

Gente che avrebbe dovuto lavorare per portare sempre più spettatori negli Stadi, parallelamente a una fruizione moderna del fenomeno-calcio a livello globale, spettacolo-sport, esattamente in questo ordine.

Lezioni da nessuno di “lorsignori”, per pietà.

La pandemia ha accelerato, nelle testa e nelle tasche dei Florentino Peres e degli Agnelli, quel processo di riforma della Coppa dei Campioni (romanticismo per romanticismo) al quale si lavora da anni, senza mai arrivare a una conclusione che contemperasse adeguatamente l’interesse economico dei padroni, la modernizzazione del fenomeno calcistico e la “puzza di piscio”, scusate il francesismo, dei cessi di ogni stadio, in ogni parte del mondo.

Il Covid-19 ha fatto nascere e morire la Super League, con l’unico merito di aver scoperchiato il pentolone dell’ipocrisia, dentro al quale sguazzano tutti quelli che hanno responsabilità di “governo” del calcio mondiale, generali di un esercito che sarebbe nulla senza l’indotto stramiliardario delle super sorelle, ma sarebbe ancora meno senza la dimensione “glocal” del tifo, della passione, degli stadi pieni, delle generazioni che si tramandano rituali e feticci di un amore inspiegabile, difficile da comprendere, resistente anche alle porcherie più evidenti, ben prima della ipotesi Super League.

Il Re è nudo, il pallone sgonfio e la base digitale degli spettatori e dei tifosi inorriditi segna una vittoria di Pirro.

La vera battaglia per salvare quanto di buono c’è ancora in questo mondo, parafrasando il dialogo fra Frodo e Samvise Gamgee nel Signore degli Anelli, deve ancora cominciare e vale la pena di combatterla, certo.

Provando, però, a non farsi guidare dal fariseismo di chi ha lucrato fino a ieri sulle storture del sistema e oggi lucida la lama della ghigliottina.

You’ll never walk alone, guys, ma fino a un certo punto.

Anche gli Dei si scansano

Il miglior calciatore del mondo, uno che guadagna 3582 euro l’ora, 85.968 euro al giorno, 2,58 milioni di euro al mese e 31 milioni di euro l’anno, si scansa sul calcio di punizione, salta e da le spalle all’avversario che calcia, per evitare di prendere una pallonata in faccia.

È uno scherzo?
No, è la firma sul peggior affare del secolo: Ronaldo si sarebbe ripagato solo andando avanti, molto avanti, in Champions per due anni.

E sono state due eliminazioni agli Ottavi.
Per la Juve è una debacle che va ben oltre l’ennesima delusione europea: il portoghese era l’ideale ciliegina sulla torta di una Società stufa di vincere e stravincere solo in Italia e desiderosa di fare quel passettino verso la consacrazione continentale, l’investimento che si ripaga da solo, perché nessuno poteva immaginare quello che è accaduto.

Meglio, molto meglio in Europa la Juve pre-Ronaldo, senza la divinità dai muscoli scolpiti ma più squadra, più collettivo, più Juve.

Ronaldo si scansa e si scansa la Juve, lasciando spazio a un Porto per nulla trascendentale, ma solido e voglioso, nei 180 minuti superiore ai bianconeri.

Orfani di Cristiano. Spiazzati da Cristiano. Oltre Cristiano, con un danno anche economico difficilmente quantificabile.

La maledizione della vecchia Coppa dei Campioni resta incollata alle maglie bianconere anche nell’era Champions, con l’affare Ronaldo, in negativo, a renderla ancora più inarrivabile.

Il migliore di tutti non fa la differenza fuori dall’Allianz Stadium (e dintorni), per cui non serve a nulla, e fa specie dirlo guardando alle cifre del suo ingaggio e alla montagna di denaro sulla quale è assiso.

Adesso alla Juve tocca cambiare, ricominciare, reinventare.

Senza Ronaldo?

È probabile, magari rincorrendo i petroldollari degli Emiri per evitare il tracollo economico e mettere un po’ di fieno in cascina.

Foto di rito con la nuova maglia, da lanciare lontana per mettere in mostra la “tartaruga”, qualche zero su un contratto fuori scala e il Circo riparte.

Anche senza la maglia bianconera e senza la necessità di ripararsi la faccia in barriera su calcio di punizione.

A quelle latitudini non ce ne sarà bisogno, la Champions non si gioca.