Postcards from Tokyo #15

4×100, Italia d’Oro e d’Alta Velocità

La solidità di Patta, l’esplosività di Jacobs, la curva di Desalu, il talento lanciato di Tortu: shakerare nella notte giapponese, sul bancone dorato delle Olimpiadi più incredibili della storia, e il cocktail è micidiale.

Il quinto Oro nell’Atletica è il termometro del movimento, la cartina al tornasole, l’assicurazione sul futuro glorioso della velocità azzurra e dell’Atletica.

Nell’anno del lockdown, mentre gli statunitensi lottavano contro l’azzeramento delle sponsorizzazioni e la crisi dei talenti, alle nostre latitudini si è lavorato a testa bassa, puntando sui successi a livello giovanile della nostra atletica e sulla valorizzazione di gente come Jacobs e Tamberi, sulla maturità agonistica dei marciatori, sull’entusiasmo di una Nazionale giovane.

E forte.

La 4×100 che mette il muso davanti a tutti è da “orgasmo” sportivo, quanto e come i 100 metri di Marcell, con quella sfrontata dimostrazione di forza e di geometrica potenza: quattro cambi quasi perfetti e quella frazione lanciata dell’enfant prodige deluso, ma concentrato proprio sulla staffetta, magnifica ossessione.

Battuto l’inglese, sul filo di lana, ai rigori, tutti gli altri lontanissimi, ad osservare impotenti le terga del quartetto veloce più bello del mondo, con il Tricolore moltiplicato per quattro a sventolare ancora sul pennone di questi Giochi, fra un Inno di Mameli e l’altro a ricordarci che questo è il decimo squillo, il quinto nell’Atletica.

È bellissima, e dolcissima, la notte azzurra di Tokyo, nell’Olimpiade dei record, nella quale tradiscono solo gli sport di squadra, tranne una: la storica 4×100 metri piani di Patta, Jacobs, Desalu e Tortu.

Il rugby rosa che domina

Forse sembrerà strano al grande pubblico, a chi non conosce a fondo questo sport e le sue dinamiche eppure esiste un rugby azzurro vincente, che non ha paura, dominante tecnicamente e fisicamente. Un rugby che non si arrocca dietro scuse e giustificazioni, che non ha pagato un (non) lavoro tecnico all’altezza. È la nazionale di rugby femminile, capace di compiere l’impresa di andare a vincere a Glasgow 41-20.

Avete letto bene il punteggio: quarantuno punti. Se pensiamo che i più titolati e mediatica mente più esposti colleghi uomini di punti nello scorso Sei Nazioni, na hanno marcati 55…beh fate un po’ voi.

Un’Italia champagne quella vista in Scozia. Addirittura sette le mete segnate dalla nazionale italiana che domina in lungo e in largo la partita, gestendola per tutti gli ottanta minuti di gioco. Partita di grande qualità soprattutto di Capitan Furlan e Ostuni Minuzzi. Settimana prossima a Parma, sfida all’Irlanda per il terzo posto nel torneo.

Ecco, quando si parla di estromissione dell’Italia dal Sei Nazioni o amenità del genere, bisognerebbe sempre ricordarsi che il torneo non si limita esclusivamente alla sua versione maschile, ma che ha nell’espressione femminile e nell’U20, altre due facce della medaglia che sorridono all’Italia. In buona sostanza, bisognerebbe parlare con cognizione di causa perché sarebbe insensato, nonché fortemente ingiusti nei confronti di queste ragazze che tengono alto il valore del nostro rugby. Con buona pace dei commentatori di passaggio bravi a pontificare e ahinoi prestati alla palla ovale solo per qualche weekend. Avanti ragazze.

Carlo Galati

La lunga notte del rugby italiano

Cinque partite, cinque sconfitte. Ennesimo cucchiaio di legno, l’undicesimo dal 2000 ad oggi e peggior sei nazioni di sempre, in quanto a punti incassati. Ci sarebbe da piangere, ed infatti l’Italia rugbistica piange. Lacrime amare.

Ne potremmo citare altre di statistiche negative, tutte con un unico filo conduttore: dall’ultima vittoria italiana nel Sei Nazioni, anno di grazia 2015, questi dati sono tutti peggiorati, segnale inequivocabile di un declino del nostro movimento rispetto a tutti gli altri. E per anni ci siamo cullati su discorsi legati più al conservatorismo immobile che sul guardare in faccia la realtà, adottare misure e provare a cambiare.

E’ vero, il rugby europeo dopo l’Italia è (per nostra fortuna) ben lontano dagli standard delle altre cinque del torneo. Probabilmente continueremo a battere la Georgia, la Russia, il Portogallo e tante altre squadre europee. Ma è sempre un guardarsi indietro, mai avanti.

Placcaggi sbagliati, una costante. Tecnica di base, molto spesso latente. Solo facendo riferimento alla gara con la Scozia, come è possibile sbagliare per ben due volte il calcio di inizio regalando una mischia a centrocampo? Com’è possibile subire costantemente la pressione offensiva, senza saper mai rialzare la testa? E ancora: è possibile in una situazione di emergenza placcare un giocatore e non accompagnarlo al suolo, dando ancor di più un handicap alla propria squadra già in difficoltà?

E questi sono soltanto dei piccoli spunti sul tema che è ovviamente, molto più profondo e molto più complicato da analizzare. Ma non si può buttare tutto, si deve ripartire dalle parole del neo presidente federale Marzio Innocenti che ha il compito immane di risollevare una situazione drammatica, facendo sì che si possa tornare a sorridere parlando di rugby italiano. D’altronde, scivolando verso non si può far altro che risalire. La notte è buia, la speranza è di vedere un barlume in lontananza.

Carlo Galati