Jannik, così no!

Da queste pagine abbiamo sempre sostenuto e alle volte difeso, Jannik Sinner, tutelandone la crescita sportiva e umana, infondendo speranza e pazienza ai nostri pochi ma affezionati lettori e non solo. E non lo abbiamo fatto per semplice partigianeria, ma perché reputiamo che lui, insieme ad altri azzurri, rappresenti il glorioso futuro del tennis italiano. Ma proprio per questi motivi, oggi siamo delusi dalla sua scelta di non partecipare alle Olimpiadi.

Non ritenere importante questo evento o considerarlo un intoppo nel proprio percorso di crescita è un errore e un autogol clamoroso. In primis perché non esiste manifestazione sportiva nella carriera di uno sportivo, che possa essere paragonata all’evento olimpico, un evento che se sei fortunato riesci a disputare 3 forse 4 volte in carriera. Non credete? Beh, ditelo a Djokovic che nonostante abbia vinto tutto, a 34 anni vola a Tokyo per giocarsi l’ultima occasione di vincere l’oro olimpico, orgogliosissimo di rappresentare il proprio paese. Ditelo a Larissa Iapichino che, quasi coetanea di Sinner, per volontà del destino, si è infortunata all’ultimo salto dell’ultima gara prima delle Olimpiadi. Chiedete a lei; chiedetele se non farebbe carte false per andare a disputare la competizione più importante della sua vita.

Ecco, rinunciare a questo grande onore, non per un oggettivo impedimento fisico, è un errore d’immagine enorme. I molto o pochi che siano, che non credono in lui, avranno una comoda palla da spingere nel campo avversario per segnare un 15 che si sarebbe potuto evitare. Ma non gettiamo la croce solo addosso al ragazzo, non sarebbe giusto. Chi ne ha la paternità tennistica ha una grande responsabilità tennistica e non solo. Sinner è un patrimonio italiano e tutti, soprattutto chi lo consiglia, hanno l’obbligo di tutelarlo sotto ogni punto di vista. Missione che, questa volta, è clamorosamente fallita. Dispiace.

Carlo Galati

(V)Erba volant, victoriae manent

È diventata ormai una piacevole abitudine quella dei tennisti italiani negli Slam; per il nono slam di fila, infatti, almeno un rappresentante del tennis azzurro raggiunge gli ottavi (l’ultimo senza: Australia Open del 2019). La famosa seconda settimana che prima era un miraggio per i nostri atleti adesso sta diventando l’obiettivo minimo.

Accade per di più che gli italiani agli ottavi, a Wimbledon, siano due, Matteo Berrettini e Lorenzo Sonego. Per intenderci, l’ultima volta in cui ciò accadde sui prati verdi di Londra, era il 1955, grazie a Pietrangeli e Merlo. Insomma, non proprio l’altro ieri.

Due partite fotocopie, vinte con la stessa erbivora autorità, dimostrando ancora una volta di essere i più completi tennisti italiani in circolazione, capaci di vincere e raggiungere finali su più superfici, giocando un tennis che si sposa bene con le differenti condizioni, mostrando un carattere e una determinazione che nel tennis rappresenta un valore aggiunto fondamentale.

Matteo e Lorenzo sono la bella Italia del tennis, sui campi dove si conquistano i galloni di nobiltà tennistica. Campi che hanno fatto la storia e che permettono ai giocatori meritevoli di entrarci, in quella storia. Nello specifico, una storia italiana ancora tutta da scrivere.

Carlo Galati

L’erba di Matteo è sempre più verde

“È solo servizio e dritto”.

Anche Ivanisevic lo era, se dovessimo limitarci a dare credito agli innumerevoli soloni del tennis da divano spuntati fuori come i funghi alle prime vittorie dei ragazzi terribili d’Italia.

Matteo, però, non appartiene a questa categoria. Il servizio che funziona conferisce solidità al suo gioco, il dritto è devastante, ancor di più con le traiettorie rasoterra disegnate dai ciuffi d’erba idel Queen’s; eppure anche il rovescio di Matteo comincia a funzionare, sotto il peso della ripetitività tattica dei suoi avversari, che lo “allenano” sul colpo potenzialmente più debole.

Matteo ha brucato l’erba dal primo turno, aggrappandosi al servizio nei momenti difficili e studiando la superficie, come fanno i grandi quando si avvicinano a Wimbledon.

La testa di serie numero 1 del torneo ha rispettato i pronostici, arrivando in finale senza aver perso un set.

Alla faccia dei detrattori, dei gufi e del tafazzismo italico, sempre pronto a farsi del male quando il tricolore sventola più alto di tutti.

Adesso la finale, contro Norrie, uno che sull’erba vale una classifica decisamente migliore del suo #41.

Andiamo, Matteo: servizio, dritto, punto.

Fino a Wimbledon, passando per il Queen’s.

Musetti e Sinner, gli intoccabili

Se anche uno solo dei nostri pochi ma affezionatissimi lettori possa solo pensare che il termine di paragone per Sinner e Musetti siano le carriere di Nadal, Federer e Djokovic, a lui diciamo: no. Immaginare anche solo per un istante che il tennis sia quel qualcosa di sovrannaturale che questi tre mostri dello sport hanno finora mostrato, allora esiste un problema; ma questo lo sapevamo. A lui, a loro, dico che il tennis è stato altro fino al loro avvento, un avvento comunque rappresenta qualcosa di IRRIPETIBILE non soltanto nel tennis ma forse nello sport in generale.

Bene, chiarito questo concetto, possiamo ben dire ad alta voce che sì, i due giovanotti del tennis azzurro hanno un futuro radioso davanti a loro. Avrebbe potuto fare di più Jannik nella partita con Rafa? Forse sì, forse no. Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che per due anni consecutivi Sinner ha sfidato il Re nel proprio regno incontrastato, perdendo sì, come tutti gli altri per 104 volte in questo torneo, ma uscendo dal campo accompagnato dall’applauso del proprio sfidante. Pur riconoscendo al maiorchino una sportività innata, non ricordiamo tante altre occasioni in cui questo sia accaduto. Eppure è successo.

E Musetti? Beh che dire?! Ha fatto letteralmente impazzire il numero uno al mondo per quasi due ore: mai due palle simili, colpi sempre al limite, variazioni in top e in back, lotta, sudore e corsa. In poche parole il manuale del perfetto terraiolo. Poi tutti a chiedersi, ma cosa è successo? E’ successo che Djokovic è il numero uno al mondo, è successo che a 19 anni e giocando da una vita (9 anni circa…!!!) match due su tre, alla prima esperienza in un ottavo di finale in uno Slam, vincendo due set al tie break sul Philippe Chatrier, la carica nervosa possa esaurirsi e con esso il fisico. Capita. Per chi vince e chi perde in questi casi si usa una sola parola: esperienza. Tanta per chi vince, poca per chi perde. Ah, dimenticavo: anche in questo caso applausi di Nole al giovane sfidante. Anche in questo caso non ricordiamo tante altre volte in cui sia successo.

Cosa voglio dire? Che da queste partite bisogna portarsi a casa il meglio e metterlo a frutto per il futuro, lavorando lavorando e lavorando ancora. Perché è innegabile che degli errori ci siano ma, chi non ne ha compiuti a 19 anni? Di sicuro non sul centrale del Roland Garros.

Carlo Galati

Il giorno della marmotta di Sonego

Senza paura, senza timore, senza sentire la stanchezza e la fatica di due match giocati in un giorno. Prima la vittoria nei quarti di finale con Rublev, al terzo set, dopo oltre due ore e mezzo di partita, poi, senza accorgersene, il quasi miracolo con Djokovic, numero uno incontrastato del circuito. Partite durissime che hanno esaltato le caratteristiche del ragazzone di Torino, una su tutte: mai un passo indietro. Sempre all’attacco, attaccato al match come solo i più grandi sanno fare. Partite già perse, soprattutto quella con Djokovic, sono state in bilico fino alla fine. Un dato esplicativo: quasi un’ora dal primo match point del serbo al secondo, risultato poi decisivo.

E’ una splendida abitudine quella che ormai il tennis maschile italiano sta regalando ai tanti appassionati, abituati per anni ad accontentarsi di un secondo o terzo turno nei 1000 e di una seconda settimana agli Slam. Pane e cipolle prima, tavolo stellato adesso. E se per Berrettini, per Sinner, è ormai una bella e sana abitudine, giustamente esaltati da chi il tennis lo vive e lo racconta, per Sonego invece i riflettori non sono mai troppi e troppo puntati. Il perché è un mistero che appartiene ad aspetti che ci sono quantomeno sconosciuti, ma che sono in assoluta controtendenza con il personaggio in and off the court.

Sonego tradisce eleganza sabauda nelle sue smorzate e tenacia piemontese nel non mollare mai nessun punto, restando aggrappato a partite che sembrano perse, andate via senza colpo ferire. La sua più grande qualità è proprio questa. Non sarà dotato di un colpo particolare che lo rende unico o quanto meno caratterizzante nel proprio tennis, eppure nel circuito non ricordiamo nessuno con questa indomita voglia di continuare a giocare anche quando le cose non sembrano girare per il verso giusto.

Ricorderà a lungo questo giorno Lorenzo, il giorno che ha vissuto tante volte, tante quante le difficoltà che ha superato, i vincenti che ha tirato, le palle break salvate e quelle convertite. Ricorderà di esser stato in campo per oltre cinque ore contro avversari sulla carta più forti di lui ma che lui ha battuto e che da cui è stato battuto, ma con l’onore delle armi concesso dal numero 1 al mondo, mai, ad un certo punto del match, così traballante dall’altro del suo trono. Merito del grande cuore di Lorenzo che merita la giusta ribalta e che continuerà a regalare gioie allo sport e al tennis italiano, come ha fatto oggi. Il suo giorno della marmotta, da vivere e rivivere. Magari con un finale diverso.

Carlo Galati

Il sorriso di Sinner, a Miami per la gloria

Un sorriso e ho visto la mia fine sul tuo viso.

È quello che deve aver pensato Bautista Agut in un ultimo game contro Sinner nel quale l’Italiano di Bolzano lo ha annichilito, chiudendo a zero il gioco decisivo con l’avversario al servizio.

Quattro vincenti micidiali, a velocità supersonica, con la maturità di un trentenne, dal basso dei suoi diciannove anni, per chiudere un match partito male e finito con la stesa del tappeto rosso.

E una finale a Miami, in un Master 1000, con un tennis moderno e gioiosamente violento, che migliora di partita in partita, adattandosi alle caratteristiche degli avversari.

Sorride Jannik e questa è la notizia.

Umano, troppo umano, parafrasando Nietzsche, anche dopo l’ennesima partita fuori giri.

Sorride, soffre, lotta, si arrabbia, come un diciannovenne, come un campione, come solo un predestinato sa fare con tanta geometrica potenza.

Il solido Bautista gioca bene, variando il gioco e mettendoci dosi massicce di esperienza, ma Sinner resta lì, aggrappato al match anche quando dall’altra parte della rete il professor Bautista sale in cattedra provando a insegnare tennis.

Nulla di fatto.

Jannik mette il servizio quando serve, in un ultimo set vinto in rimonta e paradigma di un cervello tennistico da studiare in laboratorio.

È giovane Sinner, è Italiano, gioca un tennis che somiglia solo a quello di Sinner, un tennis che con un pizzico di fantasia e meno impacci sotto rete potrebbe presto rasentare la perfezione.

Ce lo godiamo mentre sorride, dopo il game perfetto che gli regala la finale dorata sotto il sole di Miami, sapendo che chiunque sarà il suo avversario Jannick non avrà nulla da perdere.

Il tatuaggio sul suo braccio lo ha ideato Bublik, marchiandoglielo a fuoco: “tu non sei umano”.

E invece sì, Jannik: sei umano e sei già nella storia del tennis tricolore.

Per adesso.

La venere nera del tennis

Naomi non scherza. Non lo ha mai fatto. Si è presentata al grande pubblico nel 2018 battendo sua maestà Serena Williams nello Slam di casa a New York; non l’ha solo battuta ma dominata, in tutti gli aspetti del match e anche oltre. Chi ha un buona memoria e sa di tennis, ricorderà sicuramente.

Naomi non scherza. E’ al suo quarto Slam in altrettante finali. Due successi a New York, due a Melbourne dimostrando a tutti di essere la più forte sul cemento. Su questa superficie non ce n’è per nessuno.

Fa sul serio Naomi. Alla sua età solo cinque tenniste avevano più più slam e parliamo di campionesse assolute come la Graff, la Seles, la Evert, la Hingis e…proprio Serena. Ed è a Serena che Naomi guarda ed è da lei che ha imparato i movimenti sul campo, il dritto profondo e arrotato, il servizio potente che non lascia scampo. Ma rispetto a Serena ha qualcosa in più. E’ una tennista che unisce. Difficile trovare per lei detrattori sul campo e fuori dal campo sia per il proprio impegno nel sociale in cause molto importanti, sia per il comportamento finora avuto in campo. Rispettoso, impeccabile, educato, sincero: tutti elementi tipici della cultura giapponese di cui è fiera portabandiera.

E’ però campionessa di tutti. Amata dai tifosi e dagli sponsor che la corteggiano come mai nessuno nel tennis femminile da gran tempo a questa parte. Il tennis femminile, in declino per mancanza di leadership ha bisogno di figure come la sua, forti ma gentili, determinate ma sensibili, implacabili ma rispettose. Ecco perché merita il trionfo e perché merita i giusti riflettori. Semplicemente perché è nata per essere la migliore.

Carlo Galati

Il valore della classifica

Nell’ultimo periodo lo sport mondiale e il tennis di conseguenza, ha vissuto e continua a vivere momenti difficili in cui le poche certezze residue sono messe a dura prova dal contesto complicato in cui si opera. Non sono salve da questa condizione le classifiche, ovvero quel valore oggettivo che sancisce chi sia più bravo sancendo una graduatoria che poi regola e allinea i valori delle singole squadre, dei piloti o dei tennisti.

Nello specifico la classifica ATP del tennis maschile, così come quella femminile, è stata nell’ultimo anno quasi sospesa, restando in un limbo che ha permesso la conservazione automatica dei punti conquistati e una sostanziale non alterazione delle posizioni in classifica. Una decisione dura e difficile ma necessaria. Ma i valori in campo, aldilà dei calcoli matematici, sono rimasti gli stessi?

L’esempio italiano in tal senso è lampante. Numero 1 Berrettini, numero 2 Fognini e non c’è storia per il momento. Basti guardare a cosa è successo all’ATP Cup, basti vedere l’Australian Open. Battendo rispettivamente Katchanov e De Minaur, Matteo e Fabio hanno guadagnato l’accesso agli ottavi di finale. Riportiamo due italiani nella seconda settimana di uno Slam; certo dobbiamo e dovremo abituarci all’idea che, visto il movimento e le eccellenze che questo sport in Italia sta esprimendo, in un futuro prossimo potremmo trasformare lo stupore in meravigliosa consuetudine.

Ma, per ora, i portabandiera del tennis italiano sono ancora quelli che la classifica sancisce come i due migliori azzurri. E non c’è congelamento di punti che tenga; Tsitsipas e Nadal siano avvisati. Certo, la loro classifica è migliore, su questo nessun senza dubbio. Ma quante volte l’eccezione ha confermato la regola?

Carlo Galati

Fognini-Caruso: molto rumore per nulla

E’ vero. A nessuno è piaciuta quella scena finale dal vago sapore di sfida rusticana, soprattutto perché ha coinvolto due italiani a maggior ragione se la stessa è avvenuta al secondo turno del primo Slam dell’anno. Quel reciproco e vivace scambio di idee alquanto sopra le righe ce lo saremmo risparmiato. E, ne siamo sicuri, se lo sarebbero risparmiato anche i due protagonisti in campo, non tanto per l’oggettività del fatto tanto più per il legame che c’è tra loro (basti guardare la foto che abbiamo scelto: nel momento dell’infortunio a Caruso, durante il quinto set, Fognini è stato il primo a raggiungerlo, preoccupato delle condizioni del siciliano).

Detto questo, basta. Inutile rivangare e aggiungere altri commenti ad una vicenda che è nata e morta in campo, figlia di un match tiratissimo di quasi quattro ore e che valeva tanto, tantissimo per entrambi. Eppure per quel vezzo particolarmente italico di dar risalto a tutto quello che succede senza tenere conto del contesto, della tensione e delle ripercussioni è tutta una ricerca al titolone scandalistico o alla polemica perlopiù social, visti i tempi che corrono.

Polemiche continue che nascono evidentemente da chi su un campo da tennis non c’è mai stato e da chi non riesce a comprendere le semplicissime logiche che muovono gli atleti agonistici. E non serve essere arrivati a quei livelli per comprenderlo. Eppure è tutto un discutere su chi abbia cominciato prima, sul perché ci sia sempre Fognini in mezzo, sul perché Caruso non abbia chiesto scusa dei rimbalzi sulla linea (?!…) e altre amenità del genere. E’ un fatto di campo e sul campo è rimasto. Punto. Inutile andare oltre. I primi a dirlo sono proprio i due protagonisti del match, sia in conferenza stampa che attraverso i propri social hanno giustamente ridimensionato la vicenda, riportandola al giusto rango, dandole il giusto peso.

Complimenti reciproci e stop, life goes on. Tennis too.

Carlo Galati

Il gusto della vittoria

E sono tre. Dopo aver vinto le Atp finals NextGen, il primo titolo del circuito a Sofia, Jannik Sinner regala il terzo assolo a Melbourne battendo nella finale tutta italiana, Stefano Travaglia.

Non una gran partita, va detto. Ma ce lo aspettavamo. I due venivano da un doppio turno giocato venerdì e un calo, ad inizio stagione ci può stare. L’aspetto più importante però sta nell’inizio di continuità che Sinner sta dando ai propri successi dimostrando che può vincere anche non giocando il suo miglior tennis, anche concedendo troppo sul dritto, anche limitandosi a controllare.

Incoraggiante è la maturità con il quale ha gestito i momenti difficile segno che l’allenamento mentale, l’allenamento alla gestione della partita, sta dando i propri frutti. Ed è l’aspetto che ad alti livelli fa la differenza tra il limbo dell’eterna promessa e la fioritura dei campioni.

Non abituiamoci. Arriveranno tanti altri momenti difficili e magari sconfitte concenti o inaspettate, parliamo di un predestinato ma di comunque 19 anni. La sua strada è lunga ma l’esempio è incoraggiante. Sapete chi alla sua età aveva vinto due tornei Atp? Non vi diciamo il nome ma solo un indizio: è il numero 1 al mondo.

Carlo Galati