
Ci sono dei momenti, prima di un match così importante, che pensi che sì, si possa fare, che possano esserci motivi per sperare in qualcosa di diverso rispetto ad uno spartito che sembra già scritto e delle note che rimandano sempre lo stesso motivo. Dopo la sconfitta con la Nuova Zelanda, ci si è lasciati con la speranza che l’occasione della vita poteva essere con la Francia. Così non è stato. Ed i motivi sono molteplici, i principali dei quali si ricollegano ad uno strapotere transalpino, sceso in campo nella sua versione migliore, tirato a lucido per l’obiettivo finale.
Ma ridurre solo a questo la spiegazione del 60-7 finale non renderebbe giustizia a quanto visto in campo: troppi gli errori per la squadra di capitan Lamaro: sui punti di incontro, nei placcaggi, nei momenti decisivi del match. La Francia, questa Francia, non ne aveva bisogno. Eppure si è ricaduto nuovamente nei soliti errori, come fantasmi del passato che si fa fatica a scacciare definitivamente e che tornano puntualmente quando te lo aspetti. Perché sai che sono lì, come una spada di Damocle, che colpisce la testa prima che il corpo.
Ed è proprio sul piano fisico che si è segnato il divario, incolmabile in molti momenti, soprattutto nella pressione costante sui punti di incontro, che hanno costretto la mischia azzurra a rinforzarsi, uomo dopo uomo, fase dopo fase, lasciando spazi aperti dove i francesi hanno aperto la miglior bottiglia di rugby champagne. Il rugby è uno sport maledettamente semplice da raccontare, vivere e giocare, uno sport dove inevitabilmente vince sempre il più forte. Che a questo livello non è (quasi) mai l’Italia.
Carlo Galati