Pallavolo, dominio italiano

Come la nazionale di Fefè De Giorgi. Come i loro fratelli maggiori anche la nazionale di pallavolo maschile Under 20 ha battuto la Polonia 3-2 al tie break la Polonia e si aggiudica il titolo europeo di categoria, trascinata dalle schiacciate di Alessandro Bovolenta – classe 2004 e figlio del compianto Vigor – dai voli in ricezione/difesa di Gabriele Laurenzano e dalle bordate di Luca Porro dai nove metri. Gli Azzurrini, allenati da Matteo Battocchio, coronano così un 2022 da favola per le Nazionali. A livello under, tra uomini e donne, negli ultimi tre mesi l’Italia ha vinto infatti sei titoli europei: tutti quelli che erano stati messi in palio. En plein.

Se a questi successi si aggiungono quelli centrati dall’Italvolley maschile e dall’Italvolley femminile negli Europei 2021 (senior), l’Italia è attualmente detentrice di 8 titoli europei sui 10 che la CEV (Confédération Européenne de Volleyball) riconosce a oggi.

Tutto ciò a conferma di un movimento che fa letteralmente scuola, non soltanto perché ha la possibilità di pescare da un bacino di utenza incredibile: il lavoro della FIPAV, anche e soprattutto a livello giovanile, dovrebbe essere preso quale esempio da tantissimi altri organismi chiamati a gestire sport di squadra diversi. Ma questo è un altro discorso…

Carlo Galati

Abbiamo tutti pianto con Roger, per Roger

È stato bellissimo. Difficile ricordare un momento di tale intensità nell’addio di un atleta, di un campione assoluto. Roger Federer è l’emblema della simpatia; e non solo per il suo volto rassicurante o per i suoi modi di fare e di essere se stesso: lo è nel concetto greco di sympatheia, condivisione di emozioni, di patimento condiviso.

Ed è stato così anche nel suo ultimo match, in coppia con la sua nemesi Rafa. Al servizio con match point, sempre a Londra, sempre ad un passo. Come quella volta. E non importa nulla se poi a vincere siano stati due baldanzosi e cafoncelli ragazzotti americani. Questa volta la partita era solo un pretesto, la creazione di una serie di emozioni che dovevano portare a quel momento, il momento in cui abbiamo tutti pianto insieme a lui. Da Nadal a Tsitsipas, da Mirka ai gemelli e alle gemelle, dal primo degli spettatori alla 02 Arena all’ultimo di quelli davanti un televisore.

Ed è stato proprio con Mirka, nell’abbraccio dell’amore di una vita, che ha potuto congedarsi, uscendo di scena come solo i più grandi sanno fare, facendoci vivere le sue stesse emozioni, condividendo con tutti noi la tristezza di un addio e la gioia di averlo vissuto e amato. A te Roger, il re simpatico: grazie.

Carlo Galati

Le Farfalle e Sofia, tesOri azzurri

La farfalla non nasce bella nella sua natura: è un bruco, non particolarmente accattivante che ad un certo punto decide di trasformarsi, aprire le proprie ali, meravigliose, sprigionando bellezza e regalando sprazzi di pura gioia a chi le ammira. Le farfalle azzurre della ginnastica lo hanno fatto di nuovo.

Campionesse mondiali, laureatesi nella prova a squadre nei 5 cerchi con 34.950 punti davanti a Israele (34.050) e Spagna (33.800). Prosegue così la marcia trionfale degli Azzurri ai Mondiali bulgari, dominati da Sofia Raffaeli con quattro ori e un bronzo. L’Italia ha concluso il medagliere al primo posto con 9 medaglie, 6 d’oro, una d’argento e due di bronzo.

Ed è l’alba di una disciplina che ha regalato allo sport italiano sempre grandi soddisfazioni e che sembra aver trovato nelle Farfalle e in Sofia Raffaeli delle nuove eroine con l’obiettivo non tanto nascosto di cinque meravigliosi cerchi…e no, non parliamo degli attrezzi.

Carlo Galati

Per sempre Roger Federer

Lo sapevamo, lo sapevamo tutti, lui in primis: questo momento sarebbe arrivato, prima o poi, il momento in cui Roger Federer avrebbe scritto di suo pugno, la parola fine al più bel romanzo sportivo che sia mai stato scritto. Nessuno ha incarnato il tennis come lui, perfetta crasi tra il senso del gioco e la bellezza del gesto, che vivevano in simbiosi nei suoi gesti perfetti, nelle sue movenze eleganti e nello sguardo di chi sapeva come farsi amare.

È stato un viaggio bellissimo che ci ha accompagnato per 20 lunghi anni, nel quale, al netto delle delusioni, non possono esserci rimpianti perché sentimento troppo terreno per essere affiancato a chi ha elevato e portato il tennis, ma forse tutto lo sport, su un altro livello. Non possono esserci rimpianti per le ore passate davanti alla tv o in giro per i campi a seguirne le gesta; è stato il motivo per cui è valsa la pena svegliarsi nel cuore della notte sacrificando ore di sonno e tempo per fare altro. Ogni minuto speso per Federer è per tutti un minuto da consegnare al cassetto dei ricordi più cari.

Ci mancherà tutto di lui, ma quello che ci mancherà di più è la magia disincantata che ci faceva battere il cuore. Ci sarà un prima e un dopo Federer per i tanti che l’hanno amato e per quel mondo del tennis che da oggi sicuramente sarà più povero. Noi invece saremo più ricchi perché potremmo per sempre dire di aver vissuto l’epopea di Roger Federer, il Re.

Carlo Galati

Campioni del mondo, 24 anni dopo il Dream Team


L’Italia della pallavolo torna sulla vetta del mondo, con una squadra giovane e sfrontata, incosciente e consapevole, guidata in regia da Fefè De Giorgi, lucido traghettatore di anime pallavolistiche. Vinciamo in casa della Polonia, in un palazzetto caldissimo e gremito, colorato di bianco e di rosso, colmando un divario che negli ultimi anni sembrava irrecuperabile.

La vera finale era quella con la Francia di Giani, in una delle tante sliding doors che lo sport racconta: una vittoria al Quinto contro i transalpini, antipasto della scorpacciata mondiale, tutt’altro che pronosticabile.
Inizia oggi, nel modo più esaltante possibile, la stagione di una nuova generazione di fenomeni: da Zorzi, Lucchetta e compagni, a Giannelli, Michieletto, Romanò, Anzani, Galasso, Balaso.

In un’Italia pazza per la pallavolo, da sempre, oggi la goduria è d’oro, sul tetto del mondo.

Paolo Di Caro

L’Italbasket e il paradosso serbo

L’Italia di Tonut, Melli, Fontecchio e Spissu non può battere mai la Serbia di Jokic, Micic e Kalinic. Non soltanto è impossibile ma è illegale anche solo immaginarlo. Eppure nessuno degli azzurri in campo ne era informato e quindi l’Italia azzurra del basket torna a battere la Serbia dopo quel meraviglioso spareggio olimpico di Belgrado.

Una vittoria in cui ha creduto fortemente Gianmarco Pozzecco, coach azzurro, che da giocatore ha realizzato un’impresa ancor più grande, battendo il Dream Team di Iverson, Wade, Anthony; a confronto un due volte MVP NBA e un due volte MVP in Eurolega sembrano quasi uno scherzo. E invece lo scherzo lo ha nuovamente fatto la squadra azzurra ancora una volta da underdog.

Bello, bellissimo e stupendo. Quasi inimmaginabile e fantasticamente irreale, adesso l’Italbasket è attesa dalla Francia, anche questa volta favorita. Ma il paradosso del calabrone ha adesso le fattezze di Melli, Fontecchio e tutta la squadra azzurra, che non potevano battere i più forti ma loro non lo sapevano e li battono lo stesso.

Carlo Galati

Vittoria gIGAntesca

La palla di Jabeur è lunga, il suo dritto si spegne oltre la linea di fondo. È il punto finale in favore di Iga Swiatek che crolla al suolo guardando verso l’alto e sorridendo con gli occhi di chi sa di aver compiuto un percorso che la legittima, non solo come numero uno al mondo, ma come giocatrice che ambisce ad essere tra le più grandi di questo sport.

E se nel tennis femminile l’impresa estemporanea è di casa, leggasi Andreescu, Stephens o Raducanu, la vittoria di Iga ha il sapore diverso di chi ha impresso un marchio importante che va oltre la vittoria del terzo Slam, dopo i due conquistati a Parigi. Ha il sapore del possibile dominio di un circuito orfano di una capofila attendibile, dopo il ritiro di Ashley Barty.

Iga non solo ha il gioco giusto per fare questo, ne ha anche le fattezze, il volto: delicato, gentile, sorridente ma deciso a raggiungere quegli obiettivi che le permetterebbero non solo di vincere ma di sedere al tavolo delle più grandi. Le possibilità ci sono, le vittorie arrivano. Impossibile non pensarci.

Carlo Galati

La Regina che amava lo sport

Ci sono passaggi che segnano la fine di un’epoca, archiviano pagine di storia per sempre consegnando il libro su cui sono relegate, agli scaffali dell’eterno. Con la morte della regina Elisabetta II, si chiude forse definitivamente il ‘900 e ci consegna nelle mani di tempi incerti. Altri discorsi. Quelli di cui ci occupiamo sono legati allo sport e al grande legame che Elisabetta ha sempre avuto con esso.

Fortissimo il suo legame con il rugby; la sovrana era infatti la patrona del Rugby Football Union e la Welsh Rugby Union le due entità principali del rugby in Inghilterra e Galles. Oltre al rugby, Elisabetta II ha da sempre avuto un legame anche con il tennis; è stata patrona dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, ovvero casa Wimbledon.

Tra i tantissimi primati che detiene la Regina Elisabetta c’è quello che la vede come primo, e finora unico, capo di Stato ad aver aperto due edizioni delle Olimpiadi in due paesi diversi, ovvero Canada (Montreal 1976) e Regno Unito (Londra 2012). Poi 23 edizioni del Mondiale di calcio tra cui quella del 1966, in cui fu protagonista durante la premiazione della sua Inghilterra. E tanto altro. Ci fermiamo perché inutile provare a raccontare ancora qualcosa che ha già passato l’oggi per diventare sempre.

Carlo Galati

L’inizio di un’era

Qual è il motivo che spinge migliaia di persone a svegliarsi nel cuore della notte per assistere ad una partita di tennis che si gioca dall’altra parte del mondo, sacrificando ore di sonno, arrivando probabilmente tardi al lavoro, emozionandosi una volta e una volta ancora? Quel motivo ce l’hanno spiegato Jannik Sinner e Carlos Alcaraz questa notte o, se preferite, questa mattina, in oltre cinque ore di match.

Un match che ha vissuto di momenti esaltanti, di salite impetuose e discese ripidissime, figlie di palle break e di match point estemporanei e fugaci che hanno in loro l’essenza di questo sport. Lo sport del diavolo. A goderne siamo stati noi tutti ma fondamentalmente gli interpreti di questo meraviglioso racconto che va oltre la cronaca meramente sportiva, abbracciando la giusta epicità di un momento lungo una notte.

Ha vinto Alcaraz ma, concedetecelo, abbiamo vinto tutti, perché, aldilà del tifo e della delusione per Sinner, abbiamo goduto di uno spettacolo che segnerà il futuro di questo sport, segnando uno spartiacque tra ciò che è stato prima e ciò che sarà dopo questa partita, mettendo forse la parole fine ad una stagione, ormai forse definitivamente archiviata e scrivendo l’incipit meraviglioso di un nuovo racconto che non vediamo l’ora di continuare a leggere.

Carlo Galati

Quarti di nobiltà azzurra

Due italiani tra i primi otto di uno Slam è qualcosa che, a pensarci bene solo qualche anno fa, sembrava poco più di una chimera, un sogno che vedevamo vivere agli altri, distaccati quanto basta per provare alle volte empatia ed un pizzico di sana invidia. Ci chiedevamo se, magari un dì, sarebbe stato possibile vivere le vite degli altri. Quel giorno è adesso.

Jannik Sinner e Matteo Berrettini ci stanno abituando, e si stanno abituando, a raggiungere risultati importanti ormai con una certa costanza, soprattutto negli Slam. Ma mai era successo che entrambi i nostri alfieri arrivassero contemporaneamente a raggiungere quel livello, per intenderci, il livello di chi può giocarsela con chiunque.

Non saranno probabilmente i favoriti numeri uno; i match con Ruud e Alcaraz sono ostacoli difficili ma non insormontabili. Candidati ad essere numeri 1 troveranno dall’altra parte della rete due italiani che, mai come adesso, sanno cosa vuol dire vincere con la concreta consapevolezza di raggiungere un obiettivo che non è più degli altri ma finalmente loro. Nostro.

Carlo Galati