Sogni di Goggia

I bergamaschi si sa, hanno la tempra dura. E’ gente decisa che parla poco, che lavora tanto. E no, non è un luogo comune ma la realtà dei fatti. Per usare uno slogan molto in voga in questo momento storico, è gente che non molla mai, che guarda oltre le difficoltà della vita. Il Covid ha provato a sferzare il loro animo, colpendo, nei primi giorni di pandemia, proprio quella gente che ha lottato e nonostante tutto a testa alta è andata avanti. Sofia Goggia è figlia di quella terra, di quei luoghi e di quelle montagne. Ha la forza di rialzarsi sempre ad ogni caduta, anche la più dolorosa, anche quella che ne ha precluso i mondiali di Cortina, quella stessa Cortina che l’ha esaltata nella vittoria per poi darle il dolore più grande. Una caduta ed una parziale lesione del crociato. Per altri, sarebbe stato un ko; sarebbe significato dire addio alle olimpiadi e ai sogni di gloria. Per Sofia no.

Intendiamoci, da quello che dicono i medici ci vorrà un quasi miracolo, per un infortunio grave che, però, non necessita di intervento chirurgico. Ed è già un’ottima cosa. Come ottima è la tenacia che la Goggia, supportata dal suo staff, metterà in pista per provare un recupero che avrebbe l’odore del miracolo. Lì dove altri avrebbero mollato, lei rilancerà. Lì dove in molti si sarebbero rassegnati al destino cinico e barbaro, lei sarà capace di non arrendersi, di provare a scrivere una pagina di storia dello sport anche solo per ridisegnare le curve di un sogno. E che non sia solo un sogno di gloria, ma un sogno di Goggia. Ancora uno.

Carlo Galati

Matteo, il Boss

(Photo by Cameron Spencer/Getty Images)

Matteo Berrettini è il primo giocatore italiano a raggiungere i quarti di finale in tutti gli Slam. Basterebbe questo per definire la grandezza di questo tennista di cui si parla sempre troppo poco, soprattutto a livello internazionale. Eppure lui, con la naturalezza dei campioni, ha raggiunto la 20esima vittoria consecutiva negli Slam, se si escludono i match con Novak Djokovic, l’unico in grado di batterlo.

A colpi di servizio e dritto è entrato nell’olimpo dei più grandi, in quella top ten che dimostra ogni giorno e sempre di più di meritare. E ancora una volta ha dato la paga ai detrattori, battendo di seguito due esponenti della grande armata rossa che non ha inflessioni sovietiche ma spagnoleggianti. Prima Carlitos Alcaraz, poi Carreno Busta sono caduti sotto i colpi di Matteo, uno dopo l’altro soccombendo di fronte ad un giocatore più forte non soltanto tecnicamente ma anche e soprattutto mentalmente.

Perché la vera forza di Matteo sta anche lì. Non basta colpire forte di dritto o avere il miglior servizio del circuito se queste armi non vengono usate nei momenti giusti. Ed è proprio sotto questo aspetto che Berrettini ha dimostrato e dimostra di essere, ogni giorno di più uno dei migliori giocatori al mondo, perché sa gestire al meglio la sua potenza, i suoi colpi dimostrando di avere una testa solida e quadrata, anche nei momenti di difficoltà e soprattutto carattere. Tanto tantissimo carattere. Tra lui e la finale c’è Monfils e l’ultimo grande esponente dell’armata spagnola, il più grande di tutti, quel Nadal che ha mostrato in questi turni il campione che è. Mettiamoci comodi, il viaggio di Matteo è ancora lungo.

Carlo Galati

Lo slalom della Regina

Dave Ryding vince a Kitzbühel: primo inglese nella storia.

Li abbiamo visti vincere ovunque i sudditi di Sua Maestà: sui campi di calcio come nei bacini del canottaggio, dentro una monoposto di formula 1, in piscina, sui campi da rugby e persino fra le pinte di birra dei campionati di freccette.

All’appello mancava la neve, non proprio l’elemento naturale di un’isola con poche montagne e altitudini non proibitive, quasi fastidiosi cavalcavia se messe a confronto con i rilievi alpini o le vette dei Paesi nordici.

Ci ha pensato un giovanotto classe 1986, Dave Ryding, l’unico capace di non deragliare sulla neve soffice e fresca di Kitzbühel, in piedi sulle rovine di inforcate e errori clamorosi, in una gara ad eliminazione che ha mietuto vittime eccellenti.

Il veterano Ryding si è piazzato lì, ha piantato la bandiera con la croce di Sant’Andrea sul podio virtuale e non l’ha più ammainata, mentre gli uomini della neve, austriaci, svizzeri, francesi e italiani, litigavano coi paletti e con le cunette, gestendo quando non si doveva o inforcando nel tentativo di forzare il ritmo.

Un’ecatombe che non toglie nulla alla manche straordinaria dell’atleta britannico, bravo a interpretare al meglio un tracciato difficile e un fondo friabile come gli scones, i tipici biscotti inglesi della colazione.

Ogni tanto lo sport ci racconta una fiaba, recitando filastrocche che nascono da grandi sacrifici, caparbietà e voglia di non mollare: la fiaba di Dave Ryding, quasi trentaseienne, come quella degli uomini del suo staff in lacrime, increduli e felici, a cantare God save the Queen su un podio di ghiaccio, al gusto di pudding e salsa gravy.

La storia infinita del bob giamaicano

Chi non ha visto “Cool Runnings”, piccolo capolavoro targato Disney, alzi la mano. Ecco, se qualcuno dei nostri pochi ma affezionati lettori, è tra questi il nostro consiglio è di rimediare…e di farlo in tempo perché i 4 ragazzi giamaicani, stanno per tornare. 

Ebbene sì, dopo 24 anni (all’edizione di Nagano 1998 risale l’ultima apparizione) un equipaggio di bob a quattro maschile tornerà a difendere i colori della bandiera giamaicana in un’Olimpiade invernale. Shanwayne Stephens Rolando Reid, Ashley Watson e Matthew Wekpe saranno i “Quattro sotto zero” dell’edizione dei Giochi Olimpici invernali di Pechino 2022 dopo essersi aggiudicati l’ultimo spot disponibile; il pilota Shanwayne Stephens, in particolare, si era messo in luce dopo che il video di un suo allenamento in cui spingeva una Mini Cooper era stato diffuso in rete diventato virale.

E nel pieno dello spirito olimpico poco importa il risultato che i quattro atleti conquisteranno. La loro prima gara, a Calgary nel 1988, fu un disastro. Tutta la squadra si cappottò a 120 chilometri orari, a pochi metri dal traguardo. Le immagini che potete vedere qui sotto sono notevoli. Il bob strisciò per diversi metri contro le pareti di ghiaccio, gli atleti ne uscirono illesi spingendo il mezzo a mano e salutando il pubblico. Ma fu l’inizio quello di una favola e di una bella storia che in tanti abbiamo amato e che,per fortuna, sembra essere ancora lontana dalla parola fine.

“Se sembriamo giamaicani, camminiamo da giamaicani, parliamo da giamaicani e siamo giamaicani, dobbiamo anche correre sul nostro bob… da giamaicani”.

Carlo Galati

Djoko, partita, incontro

Novak Djokovic lascia l’Australia e gli Australian Open a seguito di un provvedimento dei giudici della Corte Federale, a causa del suo mancato vaccino e del pasticcio brutto che lo ha trasformato in una icona no-vax, forse persino oltre le sue iniziali intenzioni.

In quella “bolla” nella quale vivono i tennisti, ancora più bolla per il numero uno con tanti zeri nel conto in banca e uno staff pagato anche per pensare al suo posto, nessuno si era preoccupato della legge australiana.

Neppure gli organizzatori degli Open, convinti che nessuno potesse negare un posticino nella terra dei canguri al testimonial del tennis degli dèi.

Hanno fatto male i conti. Tutti.

Li hanno fatti talmente male da contribuire con una comunicazione fra il demenziale, il grottesco e il criminale, a intaccare l’immagine di Nole, finito a fare l’immaginetta per la minoranza anti-vaccinista mondiale, per giunta quella dell’ala complottista. La malattia, vera o presunta, le immagini del presunto malato a un evento, i certificati, la presunzione di poter riscrivere le regole in una Nazione che sui confini nazionali non ha mai scherzato: tutto questo non è da numero uno e lo sappiamo.

È già tanto che questa partita sia arrivata al quinto set, ma la vittoria di Nole avrebbe gettato nel ridicolo le autorità australiane, improvvidamente forti con i deboli (tutti coloro i quali si presentano alla frontiera senza i titoli per entrare) e debole con i forti (il tennista multimiliardario).

Ne avremmo fatto volentieri a meno.

L’unica divinità che vorremmo rivedere in campo è il Nole tennista, non la fotocopia di Gesù di Nazareth descritta dal pittoresco genitore serbo in conferenza stampa o l’osannato mentore di qualche “scappato di casa” convinto che col vaccino moriremo tutti in pochi mesi, cadendo come mosche.

E se il Governo vuole fare davvero la cosa giusta, solleciti la propria Federerazione tennis a gestire meglio situazioni potenzialmente a rischio deflagrazione: in fondo se Nole ha preso quell’aereo, pur con tutte le sue colpe, è anche perché qualcuno gli aveva detto di prenderlo.

Gioco, partita, incontro.

Vince Nadal, vince il tennis

Mentre i riflettori del mondo che finge di amare il tennis sono esclusivamente orientati su un oggettivo squallido hotel di Melbourne, nella costante attesa che la querelle Djokovic arrivi alla sua conclusione, in modo da soddisfare la morbosa curiosità e il bieco onanismo mediatico, più o meno a quelle latitudini c’è chi some Rafa Nadal, all’età di 35 anni, ha conquistato il suo titolo Atp numero 85. È la 19esima stagione consecutiva. È record.

Ed è di sicuro questa la notizia più bella che potesse arrivare per uno sport che negli ultimi giorni è mortificato da squallidi teatrini, da comizi di piazza che potremmo considerare deliranti, a latitudini che sono state triste palcoscenico di eventi caratterizzanti lo scorso secolo e le sue evoluzioni belliche. Teatrini potenzialmente destabilizzanti per il tennis, ma che invece trova nei suoi punti di riferimento solide certezze. La vittoria di Nadal in tal senso è salvifica perché ci restituisce la naturale consapevolezza del campione che restituisce dignità ad uno sport brutalmente violentato da chi si crede superiore a tutto, anche al tennis stesso.

Ed è bello che ci sia ancora nel circuito Nadal proprio per questo: perché ci sono voluti i suoi superpoteri a Melbourne per rimettere la chiesa al centro del villaggio. Ancora una volta e per gli anni a venire.

Carlo Galati

A che Djoko giochiamo?

Il marchese del Grillo avrebbe già emesso una delle sue proverbiali sentenze. Il marchese del Grillo del tennis, oggi, ha un nome ed un cognome: Novak Djokovic. In barba ad ogni tipo di restrizione, ad ogni cautela, ad una campagna vaccinale che vive la sua battaglia cruciale, lui, noncurante di tutto ciò e con la complicità di Tennis Australia e dello stato di Victoria, attraverso un’esenzione medica è riuscito a bypassare le maglie dell’obbligatorietà del vaccino, volando in Australia a combattere i suoi demoni.

Che per Djokovic il tennis sia un’ossessione non è un mistero. Il vero problema è che questa ossessione, tipica di tutti quelli che appartengono alla sfera dei campioni assoluti, per il serbo esula dal fuoco agonistico ma si tramuta in un qualcosa che con lo sport ha poco a che fare. Demoni, appunto. L’obiettivo è chiaro, staccare Nadal e Federer nella speciale graduatoria degli Slam vinti, appaiati tutti come sono a quota 20 titoli e restare da solo in cima, ma a che prezzo?

Al prezzo di non essere mai realmente amato dai tifosi, se non i suoi. Al prezzo di passare sopra tutto e tutti, per soddisfare la fame del mostro che lo consuma dentro, presentando una esenzione medica che tutto e nulla vuol dire. Ed è un peccato, perché un grande campione dovrebbe essere un esempio, sul campo da gioco e fuori non soltanto per i propri ultras ma principalmente per chi lo guarda con gli occhi del bimbo innamorato e che magari un domani potrà restare deluso dal suo comportamento. Ma tanto, guardandolo negli occhi, guardando negli occhi il suo piccolo tifoso e tutti gli altri Novak potrà dire: “Perchè io so io e voi non siete un cazzo”.

Carlo Galati

Marcell Jacobs, il mio 2021 in 100 metri

Ci siamo consumati i polpastrelli a scriverlo, le cornee a leggerlo: sappiamo quanto il 2021 sia stato foriero di successi per lo sport italiano. Non staremo qui a ricordare tutto o a rivangare quello che potremmo già chiamare passato. Con lo sguardo ormai già nel 2022 ma con il cuore ancora saldamente ancora al sogno dell’anno che sta per finire, c’è un momento, tra i tanti, che mi ha fatto quasi scoppiare il cuore e bloccare il respiro: apnea sostanziale di quasi dieci secondi.

I 100 metri di Marcell Jacobs in quella fantastica notte giapponese, primissimo pomeriggio italiano sono quella sensazione di impossibile che diventa concreto che mai avrei pensato di vivere. Quegli istanti, quella gara. Oro. E poi l’abbraccio con Tamberi anche lui glorificato della gloria olimpica solo qualche minuto prima, nel salto in alto. Non è un caso che la bibbia dell’atletica mondiale, ‘Track and Field News‘, li abbia incoronati, insieme ad un altro campione olimpico azzurro, Massimo Stano, atleti dell’anno nelle loro rispettive discipline.

In buona sostanza l’anno d’oro e per certi versi irripetibile, dello sport italiano ha lasciato un segno indelebili in chi le ha compiute quelle imprese e in chi le ha vissute, scritte e raccontate. In me resterà vivo il ricordo in eterno, di un ragazzone che correva veloce in un caldo pomeriggio d’agosto, così veloce da sentire il dolce sollievo di un refolo di vento figlio del suo incedere maestoso e regale. Fino all’oro.

Carlo Galati

Dominik Paris ancora re nel suo giardino

Il 2021 dello sport azzurro ha ancora in serbo dei colpi d’oro. Sta per finire ma non potrà mai essere dimenticato. Non fa eccezione lo sci azzurro capace di arricchire un bottino già folto di successo ma che trova ancora spazio per imprese come quella che vi raccontiamo. La Stelvio i Bormio è pista olimpica, pista esigente, spettacolare, pista che solo i più grandi tra gli uomini-jet hanno saputo domare. E il più forte ce l’abbiamo noi: è Dominik Paris, per la sesta volta in discesa, davanti a Mario Odermatt e Niels Hintermann. Un record, quello delle sei vittorie, che porta Paris sull’Olimpo della specialità, mai nessuno, in Coppa del Mondo, era riuscito a vincere tante volte sulla stessa pista nella disciplina regina. 

E non è un caso se vicino a questa pista lunga, durissima e ghiacciata domini un cartellone con la sua foto e con scritto: “The King on the Queen”. Lui rimane il “Re” indiscusso sulla pista “Regina” della Coppa del mondo, dove coglie la settima perla in carriera, sei in discesa ed una in SuperG.

Non so come ho fatto, ho dato il massimo, sapevo di dover dare tutto e l’ho fatto“, queste le sue parole all’arrivo che danno la misura di un atleta che ha nel suo DNA la vittoria e che guarda a Pechino con la consapevolezza di arrivare da protagonista all’appuntamento con la storia.

La battaglia nel fango

Wout Van Aert e Mathieu Van Der Poel, olandese uno, belga l’altro. Uno campione del mondo, l’altro campione belga di ciclocross che, se non equivale al titolo iridato, poco ci manca, hanno dato vita ad uno spettacolo che riporta alla mente l’epicità di questo sport, in una gara da tregenda nel fango di Dendermonde, in Belgio, dove correre per strada a fine dicembre è già eroico. Figurarsi farlo in una gara di ciclocross.

Ha vinto Wout Van Aert che si è imposto in quella che è stata la prima battaglia tra giganti della stagione. È stata una gara emozionante e intensa, in cui gli sparring partner si sono alternati in attesa del colpo dei due campioni che si sono dati battaglia fin sul traguardo. Il belga della Jumbo Visma ha messo in campo l’azione decisiva al quarto degli otto giri, quando ha staccato Van Der Poel e Aerts poi secondo a terzo classificato.

Ma questo è solo l’inizio di una stagione che li vedrà sicuri protagonisti darsi battaglia su tutte le superfici ed in tutte le specialità ed in tutte le competizioni, gare in linea, tappe di coppa del mondo e grandi giri. Nel frattempo però, Tadej Pogacar inizia la stagione vincendo in Slovenia. Ma questa è un’altra storia…o forse no?!

Carlo Galati