Alysa Liu, la stella sul ghiaccio

Se nel 1989 il padre non fosse scappato da Pechino dopo le proteste di piazza Tienanmen, forse oggi il pattinaggio artistico femminile non avrebbe una nuova regina americana. La storia di Alysa Liu, 20 anni, è figlia della Storia: esilio, identità, radici lontane e un destino che passa dal ghiaccio di Milano-Cortina fino all’oro olimpico.

Liu conquista il titolo con 226,79 punti, primato personale proprio nel giorno più importante, come solo i veri campioni sanno fare, davanti alle giapponesi Kaori Sakamoto e Ami Nakai. È la medaglia che interrompe il lungo dominio russo iniziato a Sochi 2014 e proseguito tra polemiche, sospetti e casi doping fino a Pechino 2022. Ed è anche il ritorno degli Stati Uniti sul podio olimpico femminile, che mancava da Torino 2006.

Il suo è un pattinaggio che sa di adolescenza e maturità insieme: sette tripli puliti, interpretazione trascinante, una presenza scenica che vibra sulle note di Donna Summer. Sakamoto risponde con esperienza e solidità, Nakai con la leggerezza dei suoi 17 anni e otto tripli di rara eleganza. Ma il segno resta quello lasciato da Liu: pulizia, controllo, coraggio.

Dietro, le grandi storie mancate. Ilia Malinin crollato nella gara maschile, Petrosian lontana dal podio, la Russia assente e ingombrante, spettatrice di un’epoca che cambia. Il ghiaccio di Milano incorona un’atleta e insieme racconta una transizione: dal dominio di sistema alla vittoria di una traiettoria personale.

Alysa Liu vince l’oro e, forse, chiude un cerchio. Come già aveva fatto da giovanissima, quando aveva pensato di lasciare tutto. L’Olimpiade le restituisce senso e grandezza: non solo campionessa, ma simbolo di un pattinaggio che torna umano, imperfetto, se volete, libero e vivo. Terribilmente vivo.

Sighel, una beffa continua

La goccia fa traboccare il vaso. Pietro Sighel scivola via dai 500 metri short track alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, ma la sua eliminazione non è solo un episodio sportivo. Diventa un simbolo. Un punto di rottura dove la competizione incontra l’ingiustizia percepita, e una federazione decide di alzare la voce. Il Forum di Assago rumoreggia, fischi e proteste si mescolano al freddo del ghiaccio. Poi arriva il silenzio istituzionale che parla più forte di ogni boato. La Federazione Italiana Sport del Ghiaccio, attraverso il presidente Andrea Gios, rompe gli schemi con un comunicato che non usa mezzi termini. “Decisioni incoerenti e contraddittorie” scrive, dipingendo un quadro “grave e preoccupante”. La costruzione è lenta, ostinata. Sighel viene steso dal canadese Maxime Laoun in semifinale, ma i giudici non intervengono come ci si aspetterebbe. L’atleta azzurro, invece di essere avvantaggiato, subisce l’eliminazione. Una doppia ferita: fisica sul ghiaccio, emotiva nel verdetto. La FISG non si limita a registrare il fatto. Trasforma la protesta in analisi tecnica, citando il consenso di “tecnici e dirigenti di altre nazioni” che condividono le perplessità. Ma la denuncia va oltre l’episodio singolo. La Federazione punta il dito contro la International Skating Union, accusata di non essere intervenuta “per porre fine a un operato del tutto fuori luogo”.

Qui la questione si eleva dal caso specifico al principio generale: quando l’incoerenza diventa evidente, il dovere delle istituzioni è garantire equità durante l’evento stesso, non dopo. Poi il comunicato compie la sua svolta più significativa. Dalla denuncia passa all’abbraccio. “La Federazione ribadisce la propria totale vicinanza a Pietro Sighel, riconoscendo il valore di un atleta che è un patrimonio del pattinaggio italiano e internazionale”. Parole che trasformano Sighel da vittima di circostanze a simbolo di resistenza. L’orgoglio non viene meno, anzi si rafforza nell’adversità. La chiusura è un atto di fede nel futuro. “Speriamo e crediamo che Pietro, insieme ai suoi compagni di squadra, saprà reagire con determinazione”. La medaglia diventa non solo un obiettivo sportivo, ma una rivendicazione morale. “Meriterebbe pienamente, per sé e per tutto il movimento italiano dello short track”. Questo comunicato non è solo una presa di posizione. È un cambiamento di paradigma. Una federazione che non si limita a gestire atleti e risultati, ma che diventa scudo istituzionale, voce collettiva di fronte a ciò che percepisce come ingiustizia. Pietro Sighel diventa così il punto di convergenza di due narrative: quella sportiva della prestazione individuale e quella istituzionale della tutela di un sistema. Il pattinaggio italiano, attraverso questa presa di posizione, conquista uno spazio simbolico che va oltre il ghiaccio. Dimostra che lo sport è anche battaglia per principi, difesa di valori che trascendono il singolo risultato. E che a volte, perdere una gara può significare vincere un’altra partita, più grande e significativa.

Il filotto di Arianna

La staffetta femminile italiana di short track ha firmato un argento che risplende come un’icona di resistenza e consapevolezza. Sul ghiaccio del Forum di Assago, le azzurre Chiara Betti, Arianna Sighel, Elisa Confortola e Arianna Fontana hanno tessuto una gara feroce, un crescendo controllato che si è arreso solo alla potenza coreana. La partenza sorride al Canada, subito deciso a imporre un ritmo serrato. I Paesi Bassi inseguono, guidati da Xandra Velzeboer, ma un cambio maldestro spezza il loro slancio. Michelle Velzeboer scivola, il ghiaccio diventa un nemico improvviso. La caduta incide anche sulla Corea del Sud, costretta a inseguire, ma la sua memoria tecnica non vacilla. In questa confusione, l’Italia costruisce la sua ascesa. Elisa Confortola conquista uno spazio simbolico, supera la canadese con un gesto preciso, quasi artigianale. Lancia Arianna Fontana nel cambio finale, davanti a tutte. Per un attimo, l’oro sembra a portata di mano. Ma la Corea del Sud non dorme. Choi Minjeong piazza l’affondo nel penultimo giro, un lampo che decide la storia. La Corea del Sud celebra l’oro con 4’04″014, l’Italia si ferma a 4’04″107, il Canada completa il podio.

Per Fontana, però, questa medaglia è più di un argento. Diventa la prima atleta di sempre a conquistare più di due medaglie in quattro edizioni olimpiche consecutive. Il suo palmarès sale a quattordici podi, un bottino che la colloca al secondo posto nella graduatoria di ogni epoca, alle spalle della fondista Marit Bjørgen e in coabitazione con il biathleta Ole Einar Bjørndalen. Soprattutto, si prende il primato di atleta italiana più medagliata della storia dello sport tricolore. Questa staffetta non è solo una gara. È un viaggio attraverso l’adversità, una sinfonia di coraggio e tecnica. Le azzurre hanno dimostrato che la linea azzurra non si spezza mai, anche quando l’oro sfugge per un respiro. Fontana, con la sua esperienza iconica, rimette al centro dello sport italiano la sua storia, una narrazione di continuità e resilienza che ispira generazioni. La medaglia d’argento brilla come una stella nel firmamento olimpico, un simbolo di quanto lo sport possa elevarsi oltre il semplice risultato.

Carlo Galati

L’Italrugby spaventa l’Irlanda: siede al tavolo dei grandi

È stata una gran bella Italia quella che oggi ha calcato il prato verde dell’Aviva Stadium di Dublino, teatro di questa seconda giornata del Sei Nazioni e che portava con sé una moltitudine di significati. Da un lato l’Irlanda di Andy Farrell era chiamata a risollevarsi dopo il pesante 36 a 14 subito in Francia, mentre l’Italia di Gonzalo Quesada si è presentata con quella consapevolezza giusta che serve per provare a fare l’impresa in un luogo sacro per questo sport. 

L’Italia infatti ha approcciato l’incontro con molta compattezza e l’Irlanda è sembrata non essere la solita. Nonostante qualche tentativo iniziale dei quindici in verde, un possibile turning point poteva già arrivare al 10’, quandol’ammonizione e conseguenze assenza dal campo di Louis Lynagh ha portato l’Italia in inferiorità numerica. Ma gli azzurri non hanno accusato il colpo. 

Poco dopo è arrivata però la meta di Jamie Osbourne. Dopo tante aspettative, questa poteva già spezzare il morale, ma così non è stato e gli uomini guidati da capitan Lamaro si sono subito focalizzati sull’obiettivo, non lasciando intravedere crepe. Si sono incitati e hanno squadra, trovando il premio nella meritata meta con Giacomo Nicotera e relativa conversione di Paolo Garbisi. È 10 a 5 per l’Italia a fine primo tempo. Gli azzurri non hanno praticamente mai sofferto e hanno gestito con ordine. 

Dal tunnel dell’Aviva però esce un’Irlanda decisamente diversa, molto più viva e, per certi versi, di fronte ad un’ultima chiamata per entrare definitivamente nel match dal punto di vista nervoso. Questo approccio più determinato paga subito; Jack Conan capitalizza la pressione con la meta al 42’ riportando il risultato sul 10 pari.

Arriva il momento che risulterà decisivo, Louis Lynagh mette giù la meta del nuovo sorpasso Italia, ma la review guidata da Hollie Davidson, primo arbitro donna nella storia del Sei Nazioni, evidenzia l’in avanti di Tommaso Menoncello, quindi tutto torna in parità. Da un potenziale 17-10 per l’Italia, si passa in un lampo al 17 a 10 per gli irlandesi con la meta di Robert Baloucoune e la conversione di Jack Crowley, subentrato a Sam Prendergast con una grande acclamazionedel pubblico. Un’altra punizione di Crowley e quella al 66’ di Paolo Garbisi fisseranno il punteggio sul 20 a 13 finale.

“Ci sono stati tanti errori, ma abbiamo mostrato grande resilienza” dirà coach Farrell alla fine, mettendo ancora più in luce quanto di buon abbia fatto l’Italia che, infatti, ci ha provato lasciando l’Aviva con il fiato sospeso fino all’ultimo momento.

“Sono consapevole di contro chi abbiamo giocato e sono piùche orgoglioso per quello che abbiamo fatto in questa partita. – Spiega in conferenza Quesada – È stata una grande performance dell’Italia. Oggi sono molti più i punti positivi.”Queste parole sottolineano come ci siano ancora dei passi da fare per il gruppo azzurro, ma lo standard raggiunto dalla nazionale è molto alto.

Fabrizio Salvi

Lollobrigida, l’oro della maturità: la forza di un’atleta che ha imparato a restare

Francesca Lollobrigida non vince soltanto un oro olimpico. Si prende una storia, la sua, e la rimette al centro dello sport italiano. Nei 3000 metri di Milano-Cortina 2026, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, l’azzurra firma la gara perfetta: record olimpico, primato italiano e una superiorità costruita giro dopo giro, con la lucidità delle campionesse vere.

Ma il punto non è il cronometro, pur straordinario. Il punto è il personaggio. Lollobrigida arriva a questo appuntamento con addosso il peso di una carriera già piena, l’argento e il bronzo di Pechino, i podi mondiali, e con la consapevolezza di chi ha attraversato momenti difficili, fisici e mentali, senza mai smettere di cercarsi. Non è un talento improvviso, non è una sorpresa: è una costruzione lenta, ostinata, quasi artigianale.

La sua gara è un crescendo controllato. Parte composta, resta in scia, studia. Poi, negli ultimi due giri, cambia ritmo e cambia storia: sorpassa, allunga, domina. La canadese Maltais cede, la norvegese Wiklund resiste finché può, ma il finale è tutto azzurro. Sul ghiaccio resta la traccia di un’atleta che conosce perfettamente il proprio corpo e il proprio tempo.
E forse è proprio questo il tratto che la rende diversa: Lollobrigida è un’atleta adulta, consapevole, lontana dall’idea romantica della giovane promessa. La sua forza è la continuità, la capacità di restare, di migliorarsi, di trovare nuove motivazioni quando il mondo sportivo chiede sempre il prossimo talento da celebrare.

A 35 anni non conquista soltanto una medaglia. Conquista uno spazio simbolico: quello di chi dimostra che la maturità può essere un vantaggio, che l’esperienza pesa quanto la freschezza, che la resilienza è una qualità sportiva prima ancora che umana.
Milano le consegna l’oro, ma soprattutto le restituisce il senso del percorso. Francesca Lollobrigida diventa così il volto di un’Olimpiade che parla di identità, di carattere, di profondità. Non solo una campionessa del ghiaccio: una storia italiana di ostinazione e talento che, proprio ora, trova il suo momento più alto.

Pioggia e orgoglio: l’Italrugby piega la Scozia all’Olimpico

Inizia come meglio non poteva l’Italrugby nel Sei Nazioni 2026: 18-15 alla Scozia all’Olimpico, al termine di una partita sporca, combattuta, profondamente vera. Pioggia, contatti, gestione del territorio e una difesa che negli ultimi minuti diventa il simbolo di una squadra cresciuta. L’Italia di Quesada risponde presente proprio nel rugby più duro, quello delle scelte e della disciplina. «Ogni minuto in cui abbiamo funzionato come squadra mi è piaciuto», dirà il ct a fine gara.

L’avvio è tutto azzurro: pressione, ritmo e due mete nei primi minuti con Lynagh e Menoncello, Garbisi preciso dalla piazzola a costruire il margine. La Scozia resta agganciata, accorcia prima dell’intervallo e nella ripresa trova il contesto ideale, con il campo pesante che spezza il gioco e trasforma la partita in una battaglia di nervi. Un piazzato per parte, un giallo agli ospiti, poi la meta nel finale che riporta tutto in equilibrio.

Ed è lì che l’Italia costruisce la sua vittoria. Negli ultimi minuti la Scozia attacca per oltre trenta fasi, ma la linea azzurra non si spezza mai. Ordine, sacrificio, comunicazione continua: la partita si decide in quella resistenza collettiva che vale più di qualsiasi giocata.

Capitan Michele Lamaro fotografa il senso del successo: «Abbiamo vinto con la precisione. Era fondamentale andare avanti quando il campo era asciutto, poi con la pioggia sapevamo sarebbe stato molto più difficile segnare. Volevamo travolgerli con il nostro gioco e ci siamo riusciti». E ancora: «Quando si vince non bisogna sbilanciarsi troppo. L’Irlanda si sta preparando a una sfida durissima e se non ci faremo trovare pronti a Dublino rischia di essere un pomeriggio lunghissimo».

È una vittoria che pesa anche per ciò che rappresenta. Lamaro, Garbisi e Brex festeggiano le 50 presenze, Ferrari arriva a 70 caps con una prestazione da leader. L’Italia non si limita a vincere: dimostra di saper soffrire, di sapersi adattare, di poter competere quando il piano gara si sporca.

Sabato a Dublino ci sarà l’Irlanda, e la montagna sembra altissima. Ma partite così cambiano la percezione, prima ancora della classifica. L’Italrugby ha trovato una base solida da cui ripartire. E, soprattutto, la consapevolezza di poter restare dentro le partite vere fino all’ultimo respiro.

L’alba olimpica è azzurra: Franzoni e Paris inaugurano il medagliere italiano

L’Italia del ghiaccio e della velocità si prende subito la scena a Milano-Cortina 2026. La discesa della Stelvio, pista iconica e spietata, regala agli azzurri un doppio colpo che vale più del metallo: l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris sono la fotografia di due generazioni che si incontrano nel punto più alto, quello olimpico.

Il risultato racconta molto più di una gara. Da una parte Franzoni, 24 anni, talento in piena esplosione, capace di stare in scia agli svizzeri per tre chilometri e mezzo e di giocarsi tutto sul filo dei centesimi. Dall’altra Paris, 36 anni, veterano della velocità, che sulla “sua” Stelvio trova finalmente la medaglia olimpica che mancava a una carriera già scolpita nella storia. Non un passaggio di consegne, ma una convivenza: esperienza e freschezza che si sostengono a vicenda.

La gara è feroce. Franjo Von Allmen scende senza paura, sfiora i 150 all’ora e si prende l’oro con l’autorità di chi sta costruendo una dinastia svizzera nella velocità. Dietro di lui però c’è l’Italia, compatta. Franzoni attacca, sbaglia qualcosa sulla Carcentina ma resta lì, vicino al limite. Paris gestisce, conosce ogni curva, accende nel finale e difende un podio che sa di rivincita.

Le loro parole spiegano meglio di qualsiasi cronometro. Franzoni quasi si stupisce: «Wow, che roba… al cancelletto avevo le gambe dure, pensavo fosse impossibile battere gli svizzeri». Paris invece parla da leader: «Ci ho provato tante volte, sapevo di poter fare quello che volevo su questo tracciato. Giovanni? È in forma e lo ha dimostrato sotto pressione».

È qui che sta il senso di questo doppio podio. Non solo due medaglie, ma un’identità. L’Italia dello sci veloce non vive di fiammate, vive di continuità, di atleti che crescono accanto a chi ha già vinto. Franzoni rappresenta il futuro immediato, Paris la memoria tecnica di una disciplina che non perdona.

La Stelvio, ancora una volta, diventa casa. E l’Italia, appena iniziati i Giochi, manda un messaggio chiarissimo: la velocità azzurra non è un ricordo, è una presenza. Oggi, più che mai.

Meno effetti, più identità: l’Italia firma una cerimonia di classe

Sobria, elegante, profondamente italiana. La cerimonia inaugurale di Milano-Cortina 2026 ha scelto una strada precisa e, per certi versi, controcorrente: rinunciare all’eccesso per puntare sulla misura. Una scelta che, inevitabilmente, la mette in relazione con l’ultima apertura olimpica di Parigi, spettacolare ma spesso sopra le righe, Celine Dion a parte, fino a diventare, in alcuni passaggi, l’emblema di un’estetica più rumorosa che memorabile.
A San Siro, invece, l’Italia ha raccontato se stessa senza urlare. Colori, musica, arte e sport si sono intrecciati in una narrazione coerente, dove ogni elemento aveva un senso preciso. Dall’omaggio alla bellezza classica con Amore e Psiche fino alla sequenza dedicata alla scienza con Samantha Cristoforetti, il filo conduttore è stato chiaro: costruire armonia, non stupire a tutti i costi.

La scelta di un linguaggio sobrio emerge anche nei simboli. Il braccialetto luminoso del pubblico, l’Inno eseguito tra Milano e Cortina, la Fiamma accompagnata da icone dello sport come Tomba e Compagnoni: tutto pensato per dare centralità al significato, non all’effetto. Persino i momenti più spettacolari — da Armani a Mariah Carey — non hanno mai travalicato il racconto, restando parte di un equilibrio complessivo.

È qui che si misura la differenza. Parigi aveva cercato l’impatto immediato, l’Italia ha scelto la durata. Meno provocazione, più identità. Meno artificio, più cultura. Una cerimonia che non ha avuto bisogno di eccedere per lasciare il segno e che, proprio per questo, restituisce l’idea di un Paese consapevole della propria storia e del proprio stile.
Milano-Cortina parte così: con un gesto di eleganza. E con la sensazione che, in un tempo dominato dal rumore, la sobrietà possa essere ancora la forma più potente di spettacolo.

Carlo Galati

Bocelli accorda l’Olimpiade

Non è una questione di volume, ma di direzione. Quando, dopo gli annunci di Mariah Carey e Laura Pausini, arriva il nome di Andrea Bocelli, Milano Cortina cambia passo. Non accelera: rallenta. Sceglie di respirare. Come se, prima di aprire i Giochi, fosse necessario accordare il silenzio, mettere in ordine le emozioni, ricordarsi chi siamo prima di mostrarlo al mondo.

Il Maestro si esibirà alla Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026, il 6 febbraio. Vent’anni dopo Torino 2006, quando fu la sua voce a chiudere il cerchio olimpico, Bocelli torna dentro il racconto non come ospite d’onore, ma come memoria viva. Non è nostalgia: è continuità. È la dimostrazione che alcune traiettorie non seguono la linea retta dell’attualità, ma il respiro lungo della storia.

C’è qualcosa di profondamente sportivo nella sua carriera. La disciplina quotidiana, la solitudine dell’allenamento, l’ossessione per il dettaglio invisibile. La lirica, come lo sport, non ammette scorciatoie: pretende tempo, sacrificio, ascolto. Bocelli non corre, non salta, non scende lungo un pendio ghiacciato, ma conosce la fatica che precede il gesto perfetto. E soprattutto conosce il momento in cui bisogna fermarsi, aspettare, fidarsi.

Dentro la cerimonia ideata da Balich Wonder Studio, ispirata al tema dell’Armonia, la sua esibizione promette di essere un punto di equilibrio più che un picco emotivo. Non l’effetto speciale, ma l’effetto umano. La musica che non accompagna l’evento, ma lo attraversa. Che non copre le storie degli atleti, ma le ascolta e le restituisce con rispetto.

Milano Cortina sceglie così una grammatica chiara e riconoscibile: dopo il pop che accende, arriva il canto che raccoglie. È l’Italia che decide di presentarsi al mondo senza alzare la voce, affidandosi a una voce che non ha bisogno di spiegazioni. Un gesto di identità, prima ancora che di spettacolo. Perché certe note non servono a stupire, ma a restare. E l’armonia, prima di essere un tema, è una responsabilità condivisa.

Carlo Galati

La notte più buia di Trapani

Ci sono giornate in cui lo sport smette di essere racconto e diventa cronaca nera dell’anima. Quella di Samokov, in Bulgaria, resterà negli archivi come una delle pagine più imbarazzanti del basket europeo, una partita che partita non è mai stata. Trapani Shark contro Hapoel Holon finisce 38-5, dura sette minuti scarsi e lascia sul parquet un solo giocatore in canotta. Il resto è silenzio, imbarazzo, incredulità.
Al peggio, si dice, non c’è mai fine. E così, dopo la rinuncia con la Virtus Bologna, Trapani tocca un nuovo fondo, più profondo perché esposto al mondo. Un play-in di Basketball Champions League, la vetrina più importante della FIBA, trasformato in farsa. Cinque giocatori presentati a referto, due dei quali giovanissimi. Canotte prestate, nomi coperti con lo scotch, palla a due senza salto. Dopo due minuti il time-out surreale: “Che facciamo?”. Poi gli “infortuni” a catena, i falli che finiscono la partita, il regolamento che cala come una sentenza: non si può giocare da soli.

Intorno, il vuoto. I giocatori che se ne vanno uno dopo l’altro, Hurt, Allen, Ford, Alibegovic, l’addio di Repesa, una squadra smontata pezzo per pezzo mentre il campionato assegna otto punti di penalizzazione per irregolarità amministrative. Restano Cappelletti, Rossato, Pugliatti e due ragazzi, Patti e Martinelli, 18 e 17 anni: un esordio europeo che non augureresti a nessuno.
Il patron Valerio Antonini rivendica su Facebook la scelta: evitare una multa da 600mila euro. Accusa federazioni, regolamenti, ingiustizie. Ma il conto da pagare è più caro di qualsiasi sanzione: la dignità sportiva. La FIBA non ha avuto alternative: sconfitta per forfait, serie persa, esclusione immediata. Holon avanti, Trapani fuori.
Resta l’immagine più dura: un ragazzo solo in campo, mentre l’Europa guarda. Questo non è basket, non è sport. È una sconfitta che non entra in classifica, ma pesa come un macigno sulla memoria e su chi crede ancora che lo sport sia, prima di tutto, rispetto.

Carlo Galati