Mourinho, il figliuol prodigo

Il calcio ha bisogno degli antipatici per sopravvivere.

Per questo l’avvento di Mourinho sulla panchina tradizionalmente più bollente della serie A, nella Città peggiore per fare calcio, nella piazza dai mille giornalismi e dalle decine di trasmissioni radiofoniche monomaniacali 24 ore su 24, è una buona notizia.

Lo è perché negli stadi italiani svuotati dalla pandemia sembrano rimaste solo le urla disumane ad ogni falletto o spintarella, con ventidue ragazzotti viziati che precipitano a terra tarantolati e dolenti.

E allora ben venga lo Special One, con le sue fissazioni e l’ironia sprezzante, le sue guerre personali con i giornalisti, le mani in faccia ai calciatori pigri e indolenti.

Non sappiamo quanto durerà nella Babele Capitale e non sappiamo se supererà indenne la prima conferenza stampa.

Quello che sappiamo è che non vediamo l’ora di vedergli calcare ancora un rettangolo di gioco, mentre con un italiano maccheronico mastica la propria idea di calcio e la dispensa alla folla con l’aria del messia.

Il nostro calcio cloroformizzato, in attesa delle riforme strutturali e del ritorno sugli spalti dei tifosi, non può che trarre beneficio dai personaggi sopra le righe, dagli Ibrahimovic come dai Mourinho, a patto di perdonare loro qualche errore veniale.

L’avventura romana di José “espulso” dal calcio inglese ci fa venire in mente gli occhi lucidi ed eccitati del nano Gimli ne “Il Signore degli Anelli”, pronto a lanciarsi nell’ennesima impari battaglia: “Certezza di morte, scarse possibilità di vittoria. Che cosa aspettiamo?”

Welcome back home, José.

Regine d’Europa

Non ricordiamo molte altre squadre capaci di una simile impresa, nella pallavolo e non solo. Quattro trofei in un anno, e con tutto il rispetto, non parliamo di tornei pseudo inventati o fantomatiche leghe da 4 squadre che assegnano un trofeo. Parliamo di Supercoppa, Coppa Italia, scudetto e Champions League, in un’unica parola, il massimo raggiungibile in una stagione. Cannibalismo sportivo. L’impresa è riuscita a Conegliano formazione guidata in panchina da Daniele Santarelli ed in campo da una superba e divina Paola Egonu. Prima di loro soltanto la Foppapedretri Bergamo aveva raggiunto queste vette che sembravano irraggiungibili.

Con la 64ª vittoria consecutiva (ultima sconfitta il 12 dicembre 2019 a Perugia) la squadra veneta ha inevitabilmente iscritto il proprio nome nella storia di questo sport sfruttando il momento della magnificenza di Paola Egonu. La stella della Nazionale e senza ombra di dubbio la giocatrice più forte al mondo, ha firmato una partita surreale, da 40 punti con il 54% di efficacia, un dato mostruoso per chi gioca nel ruolo di opposto. È come se avesse vinto, da sola, un set e mezzo. Questo dato è devastante e dà, insieme agli altri la portata dell’impresa compiuta.

Imbattibili per definizione queste ragazze hanno finalmente iscritto il proprio nome nell’albo d’oro di una competizione che finora era un tabù ma che potrebbe trasformarsi in una piacevole abitudine.

Carlo Galati

L’inaccettabile dolore

Un dolore al ginocchio che non gli dava tregua, esami approfonditi e un verdetto netto che non lascia spazio ad interpretazioni: un osteosarcoma alla gamba sinistra s’è rivelato fatale. Se n’è andato così Filippo Mondelli a causa di un infame avversario che non è riuscito a battere, così come faceva regolarmente in gara con gli altri, più leali e onesti.

Filippo era un campione vero: ha partecipato a 9 campionato mondiali conquistando 5 medaglie (2 ori, 1 argento, 2 bronzi). Quattro (2 ori e 2 argenti) le volte che è salito sul podio ai campionati europei. Successi ai quali si aggiungono le 13 medaglie raccolte in altre gare internazionali (5 ori, 4 argenti e altrettanti bronzi) e le altre 15 (4 ori, 8 argenti, 3 bronzi) infilate al collo grazie alle vittorie nei campionati italiani. Un atleta straordinario strappato alla sport e alla vita all’apice della sua forza e della sua predominanza fisica. Questo male bastardo non guarda in faccia nessuno, neanche un campione del mondo. E oggi piangiamo tutti, per la scomparsa di un atleta, di un uomo, di un figlio che è figlio di tutti noi che amiamo lo sport; stava preparando le olimpiadi di Tokyo e proprio al raduno preolimpico un mese fa l’inizio del baratro.

Terribile nella sua drammaticità. Nel momento in cui inizi a lavorare per l’obiettivo più grande, ti viene tolto tutto. Piangiamo oggi e piangeremo domani, non vedendolo sulla sua barca gareggiare e competere, lasciando quel vuoto incolmabile che solo un grande atleta morto così presto può lasciare, con una scia di amarezza trasversale che acuisce un dolore di tutti, senza che nessuno possa trovare consolazione. Sei partito per un lungo viaggio portando con te tutto, lasciando qui il tuo ricordo.

Carlo Galati

Berrettini a sonagli

E’ giusto così e ne siamo felici. In primis per lui, per Matteo Berrettini che torna a vincere un torneo ATP a Belgrado, casa Djokovic, a distanza di due anni dal suo ultimo successo, Stoccarda nel 2019, e dopo la valanga di critiche immeritate e successive alla sconfitta al primo turno del 1000 di Monte Carlo.

Ma solo chi non sa, poteva criticare. Solo chi non capisce cosa voglia dire venire fuori da un infortunio grave come quello che ha subito agli Australian Open, giudicandolo con troppa fretta e esprimendo giudizi figli del tutto e subito tipicamente italico, che non sa aspettare i suoi campioni. Forse Berrettini non ha le stigmate del campione assoluto, come Jannik Sinner, ma ha un servizio e un dritto da assoluto protagonista, oltre ad una personalità da vendere.

E sono queste le armi che ha sfoderato durante tutto il torneo, che hanno trovato la loro massima espressione nella finale giocata e vinta con Karatsev, ad oggi uno dei tennisti più in forma di questo 2021, e considerando che siamo ormai a quasi un terzo della stagione, è un dato da non sottovalutare.

Siamo contenti per Matteo e per il tennis italiano. Ancora una volta con un finalista italiano in un torneo. Dopo Sinner a Melbourne (con Travaglia), lo stesso altoatesino a Miami, Sonego a Cagliari, Matteo a Belgrado: tre di queste vinte. Non c’eravamo abituati e stiamo cominciando ad assaporare quello che potrà essere. Intanto ci godiamo un’altra vittoria, ottenuta dal numero 1 italiano, che dimostra di non temere nessuna concorrenza e lancia un segnale importante per la stagione in rosso e non solo. L’Italia del tennis può contare (anche) sul suo bombardiere perchè il meglio deve ancora arrivare…e arriverà.

Carlo Galati

SuperLeague: la banalità del Male

C’è poco da esultare per il probabile naufragio del progetto Super League, affondato dalla inadeguatezza sostanziale e comunicativa degli stessi che lo hanno pensato.

La romantica rivoluzione digitale che per quarantotto ore ha spalato montagne di letame sulle corazzate pallonare continentali è solo la punta dell’iceberg: il calcio del Real, della Juve, del Milan, del Manchester United era già un bubbone ipertrofico, prima della “cura di fine mondo” della Super League, viveva di fluttuazioni azionarie, di speculazioni, di diritti televisivi venduti alle aste “truccate” delle Pay Tv.

E lo sapevano tutti.

Dalle vergini immacolate della FIFA ai sepolcri imbiancati dell’UEFA, fino ad arrivare a un De Zerbi qualsiasi, che oggi recita la parte del Masaniello con la casacca del Sassuolo, ma domani, con ogni probabilità, venderebbe l’anima sua e della sua settima generazione ai miliardi del fondo Elliott o alle scatole cinesi dell’Internazionale pur di sedere su una panchina prestigiosa.

È il calcio moderno, come lo chiamano con disprezzo gli Ultras.

Una roba che andrebbe governata da manager all’altezza, anziché da gentucola che compra i voti dei Paesi del Terzo Mondo pur di assegnare i Mondiali a Nazioni con poche o nessuna legge seria sugli appalti negli Stadi.

Gente che avrebbe dovuto lavorare per portare sempre più spettatori negli Stadi, parallelamente a una fruizione moderna del fenomeno-calcio a livello globale, spettacolo-sport, esattamente in questo ordine.

Lezioni da nessuno di “lorsignori”, per pietà.

La pandemia ha accelerato, nelle testa e nelle tasche dei Florentino Peres e degli Agnelli, quel processo di riforma della Coppa dei Campioni (romanticismo per romanticismo) al quale si lavora da anni, senza mai arrivare a una conclusione che contemperasse adeguatamente l’interesse economico dei padroni, la modernizzazione del fenomeno calcistico e la “puzza di piscio”, scusate il francesismo, dei cessi di ogni stadio, in ogni parte del mondo.

Il Covid-19 ha fatto nascere e morire la Super League, con l’unico merito di aver scoperchiato il pentolone dell’ipocrisia, dentro al quale sguazzano tutti quelli che hanno responsabilità di “governo” del calcio mondiale, generali di un esercito che sarebbe nulla senza l’indotto stramiliardario delle super sorelle, ma sarebbe ancora meno senza la dimensione “glocal” del tifo, della passione, degli stadi pieni, delle generazioni che si tramandano rituali e feticci di un amore inspiegabile, difficile da comprendere, resistente anche alle porcherie più evidenti, ben prima della ipotesi Super League.

Il Re è nudo, il pallone sgonfio e la base digitale degli spettatori e dei tifosi inorriditi segna una vittoria di Pirro.

La vera battaglia per salvare quanto di buono c’è ancora in questo mondo, parafrasando il dialogo fra Frodo e Samvise Gamgee nel Signore degli Anelli, deve ancora cominciare e vale la pena di combatterla, certo.

Provando, però, a non farsi guidare dal fariseismo di chi ha lucrato fino a ieri sulle storture del sistema e oggi lucida la lama della ghigliottina.

You’ll never walk alone, guys, ma fino a un certo punto.

La prima volta di Stefanos

La prima volta che lo abbiamo visto giocare dal vivo, era il 2018 alle Next Gen Finals di Milano, che lui, Stefanos Tsitsipas, vinse nella finale del torneo su Alex De Minaur. Ci colpì il suo saper stare in campo, sempre perfetto nell’approccio al colpo ed un rovescio ad una mano che ricordava quello dei grandissimi della specialità.

Dopo due finali 1000 perse, contro Djokovic e Nadal, e dopo aver già vinto le Finals, e per questo titolato a fregiarsi del titolo di “maestro”, per Tsitsipas è arrivata finalmente quella vittoria necessaria nel processo di crescita che lo porterà ad essere un protagonista di primissimo piano del circuito per molti anni a venire. Ha scelto un palcoscenico di primo piano, il greco, per battezzare il successo tanto anelato.

Il torneo di Monte Carlo rappresenta, nel circuito dei mille, uno di quei tornei che per blasone, storia ed importanza scenica, nulla ha da invidiare ai torneo dello Slam e lo ha vinto con una prova schiacciante di superiorità degna dei più grandi. Degna di chi ha i galloni del predestinato. Rublev, macchina da guerra della nouvelle vague dei tennisti russi, poco ha potuto, ma siamo consapevoli, anche in questo caso, di trovarci di fronte ad uno dei futuri protagonisti del circuito. Oggi no.

Oggi è il giorno di Stefanos Tsitsipas. Deo greco del tennis che non vede l’ora di diventare il numero 1.

Carlo Galati

Il rugby rosa che domina

Forse sembrerà strano al grande pubblico, a chi non conosce a fondo questo sport e le sue dinamiche eppure esiste un rugby azzurro vincente, che non ha paura, dominante tecnicamente e fisicamente. Un rugby che non si arrocca dietro scuse e giustificazioni, che non ha pagato un (non) lavoro tecnico all’altezza. È la nazionale di rugby femminile, capace di compiere l’impresa di andare a vincere a Glasgow 41-20.

Avete letto bene il punteggio: quarantuno punti. Se pensiamo che i più titolati e mediatica mente più esposti colleghi uomini di punti nello scorso Sei Nazioni, na hanno marcati 55…beh fate un po’ voi.

Un’Italia champagne quella vista in Scozia. Addirittura sette le mete segnate dalla nazionale italiana che domina in lungo e in largo la partita, gestendola per tutti gli ottanta minuti di gioco. Partita di grande qualità soprattutto di Capitan Furlan e Ostuni Minuzzi. Settimana prossima a Parma, sfida all’Irlanda per il terzo posto nel torneo.

Ecco, quando si parla di estromissione dell’Italia dal Sei Nazioni o amenità del genere, bisognerebbe sempre ricordarsi che il torneo non si limita esclusivamente alla sua versione maschile, ma che ha nell’espressione femminile e nell’U20, altre due facce della medaglia che sorridono all’Italia. In buona sostanza, bisognerebbe parlare con cognizione di causa perché sarebbe insensato, nonché fortemente ingiusti nei confronti di queste ragazze che tengono alto il valore del nostro rugby. Con buona pace dei commentatori di passaggio bravi a pontificare e ahinoi prestati alla palla ovale solo per qualche weekend. Avanti ragazze.

Carlo Galati

Massimo Cuttitta, eroe senza fine

Ci sono delle figure nello sport che sono emblematiche, figure che rappresentano ed incarnano, valori, gesti, azioni. Massimo Cuttitta ha rappresentato il rugby. In Italia e non solo.

Uno dei più forti piloni che abbia mai vestito la maglia azzurra, è andato fino in Scozia ad insegnare il vecchio mestiere della prima linea, ai maestri di questo sport. Perché Massimo era questo: maestro tra i maestri. Esegesi della mischia, uomo apprezzato anche e soprattutto per le sue doti fuori dal campo, la sua grandezza risiede proprio nell’aver lasciato a tutti il ricordo di un amico, di una persona cara venuta a mancare per colpa di un maledetto virus che lo ha placcato, definitivamente.

Prima però ha passato la palla, perché anche quando qualcuno ti placca e vai a terra, quel pallone devi tenerlo sempre vivo. Ed è quello che importa davvero, per permettere a tutti di continuare a giocare. Fino alla meta.

Grazie Mouse per quello che hai dato al rugby italiano e a tutti noi. La terra ti sia lieve.

Carlo Galati

La settimana perfetta di Sonego

Se non avesse praticato il tennis, probabilmente Lorenzo Sonego sarebbe stato un pugile di assoluto livello. Uno di quelli definiti “incassatori” che stanno lì, in guardia, apparentemente a subire ma sempre in piedi, fino ad assestare il colpo del ko, forse in maniera inaspettata. Questa la sua forza.

Con tanto, tantissimo cuore Sonego ha trionfato al 250 Sardegna Open di Cagliari Lorenzo: battuto in finale il campione in carica serbo, Laslo Djere, con i parziali di 2-6, 7-6, 6-4 dopo una lotta di tre ore. Per il torinese, che sabato si era imposto anche nel doppio, si tratta del 2° titolo ATP dopo quello di Antalya 2019: da lunedì sarà n° 28 del mondo.

Non un torneo semplice, non banale come vittoria: 1h24m con Simon, 2h43m con Hafmann, 2h38m con Fritz, 3h01m con Djere, queste le durate degli incontri di Sonego che, se uniti al torneo di doppio, rendono l’idea di quanto voluto sia stato questo successo, di quante volte in questa settimana abbia vinto partite già perse per molti, non per lui. La retorica del cuore Toro, squadra di calcio di cui è tifoso, forse alla volte troppo abusata, trova in Sonego la perfetta e completa esaltazione, dando le giuste luci di una ribalta tennistica ad un giocatore forse alle volte messo in secondo piano, rispetto ad alcuni più pubblicizzati colleghi, che vivono un giusto momento di esaltazione mediatica.

Lorenzo rappresenta il valore del movimento tennistico italiano che da domani avrà 4 giocatori nei primi 30 al mondo, cosa che non succedeva dal Maggio del 1977. E se il buongiorno si vede dal mattino, la nascente stagione sulla terra rossa, non può che nascere sotto i migliori auspici.

Carlo Galati

Non è da questi particolari che si giudica un giocatore

Inutile nascondere che non ci sia un po’ d’amaro in bocca, dopo aver pregustato una dolcissima vittoria che poteva arrivare, ma è questione di un attimo perché poi arriva il resto.

Il resto è la soddisfazione di aver visto, anche in finale, anche perdendo, un futuro top player di questo sport. Perché sì, se non fosse ancora chiaro di questo parliamo. Di Jannik Sinner e della sua indubbia qualità. E lo ribadiamo con ancora più forza dopo aver visto l’atto finale del 1000 di Miami. Ed è da questa sconfitta che imparerà tantissimo; in primis a gestire con maggiore freddezza i momenti topici del match (con particolare riferimento al 12esimo game del primo set che poteva girare la partita a suo favore).

Il resto è la consapevolezza dei propri mezzi, quelli per intenderci che gli hanno permesso di riprendere quasi del tutto un secondo set che lo vedeva sotto 4-0, mettendo tanta paura e tanta pressione a Hurkacz e chiudendo il parziale sul 6-4 a favore del polacco. In quanti nella stessa situazione avrebbero evitato il 6-1 o peggio? La risposta è pochi, anzi pochissimi.

Il resto, in conclusione, sono solo applausi e fiducia. Fiducia in Sinner, fiducia nei propri mezzi e fiducia nel proprio staff, capitanato da Riccardo Piatti il quale lo chiamerà chiedendogli: “Dove hai perso la partita?”; sappiamo già che Jannik saprà dare la risposta giusta. E questa è la cosa più importante.

Ad maiora.

Carlo Galati

Ps Il titolo di questo articolo è il nostro omaggio all’immenso Francesco De Gregori che proprio oggi compie 70 anni.