Due grandi cuori (azzurri) nella pallavolo

Dopo le Donne, anche gli Uomini centrano il titolo continentale.

È valanga azzurra.

Al quinto set, come tutti i thriller che si rispettino. Contro la Slovenia che ha liquidato i favoriti padroni di casa della Polonia.

Con una squadra consapevolmente imbottita di giovani e giovanissimi, rendendo la vittoria europea ancora più dolce: questa squadra, forgiata nel fuoco dal proprio demiurgo in panca, Fefè De Giorgi, potrebbe aprire un ciclo e batte un colpo tanto inaspettato, quanto emozionante.

L’Italia che vince anche a briscola in un 2021 di platino, riconquista il primato in uno dei tre sport nazionali, la pallavolo: quella che a livello giovanile riempie palazzetti e pomeriggi dei giovani italiani, quella che vinceva tutto, quella dei Bernardi e della generazione di fenomeni.

E siamo anche i primi, nella storia, a vincere l’Europeo sia nel maschile che nel femminile, nella medesima edizione.

E lo fa puntando sugli incoscienti diciannove anni di Michieletto, su qualche quasi sconosciuto pescato dal cilindro, su otto esordienti, otto, sulla forza del collettivo che trova per strada anche il talento cristallino del singolo.

Un’Opera complessa, per solisti e orchestra, che stasera contro la Slovenia diventa un misto fra la Cavalleria Rusticana e la Cavalcata delle Valchirie.

Cinquanta minuti di applausi, una medaglia d’oro che brilla, un Tricolore che sale sul pennone più alto.

Fermate qui il 2021 dello sport.

Non vogliamo scendere.

Filippo Ganna, campione dei due mondi

Aggiorniamo la leggenda del ciclismo: due titoli iridati consecutivi in questa specialità, l’Italia non li aveva mai vinti. Vuol dire essere nella storia di questo sport e di questo dobbiamo dire grazie a Filippo Ganna, l’uomo che ha scelto di sfidare il tempo. Una lotta impari, all’apparenza, una sfida invincibile contro un elemento che non si può fermare ma domare, sì.

Il 25enne piemontese, campione olimpico nell’inseguimento a squadre a Tokyo, ha percorso i 43,3 chilometri da Knokke-Heist a Bruges in 47’47″83 precedendo i belgi Wout Van Aert (47’53″20) e Remco Evenepoel (48’31″17), su un percorso che i belgi avevano studiato, gestito e disegnato per far sì che la gloria iridata non travalicasse i confini fiamminghi ma scontrandosi contro l’evidenza del più forte.

Il ciclista azzurro, che non aveva mai vinto una cronometro più lunga di 40 km in carriera, non ha tradito le aspettative: il tracciato veloce è stato dominato da Ganna, che nell’ultimo tratto, dopo essere arrivato praticamente appaiato a Van Aert all’ultimo intermedio, ha scavato tra sé e il belga quei 5″ che gli sono valsi l’oro.

Una dedica particolare in chiusura, un ringraziamento che non ti aspetti: “Devo ringraziare i ragazzi belgi: mi hanno molto motivato, sapevo quanto per loro fosse importante vincere qui e sono partito con il solo obiettivo di vincere”. Aggiungere qualcosa potrebbe sembrare mellifluo e non aggiungere altro alla leggenda che questo ragazzo sta scrivendo. Perché questo è quello che sta facendo, raffigurandosi come eroe dei due mondi del ciclismo, pista e strada. Una figura mitologica tutta italiana.

Carlo Galati

Prospettiva Medvedev

Contro la storia, contro ogni pronostico, contro ogni logica, contro la classifica ed il pubblico di New York (vergognoso e inadatto al tennis), in poche parole contro tutto e tutti Daniil Medvedev ha compiuto un’impresa inaspettata quanto roboante nel punteggio, nel gioco, nell’idea di superiorità mostrata in campo.

E chiamatelo sgraziato, disarticolato o inelegante nella gestualità di un tennis sicuramente diverso da quello di molti altri, ma non per questo meno efficace. Anzi geniale in alcuni momenti: in quanti oserebbero tirare seconde di servizio come prima, in finale agli Us Open, con Djokovic dall’altro lato del campo, il più grande risponditore di tutti i tempi? Rispondiamo noi: solo Medvedev.

Ha spiazzato tutti, costringendo in molti a modificare uno story telling che era già scritto con Nole pronto a diventare il più grande della storia (se consideriamo i numeri di vittorie Slam) ottenendo quel grande Slam che lo avrebbe consacrato forse quasi definitivamente e senza appello con il GOAT di questo sport. Ma la storia non si è scritta, questa storia non si è scritta. La storia l’ha fatta Daniil Medveded, una storia ancora tutta da scoprire fino in fondo. Come un grande classico della letteratura russa: geniale, insensato in alcuni momenti, ma destinato ad emozionare.

Carlo Galati

Europa chiama Italia: Colbrelli campione

È la stagione d’oro dello sport italiano, non poteva mancare all’appello il ciclismo. Già alle Olimpiadi avevamo gioito con Ganna and co, ripetutisi qualche giorno fa in Trentino nella prova a squadre. Mancava l’assolo finale. Per il quarto anno consecutivo, infatti, il campione europeo di ciclismo su strada è un italiano. Il capolavoro odierno porta la firma di Sonny Colbrelli, che non molla sugli attacchi del belga Remco Evenepoel e lo sconfigge nella volata a due per l’oro, nel delirio del pubblico di Trento. Bronzo per il francese Benoit Cosnefroy. Il quarto posto dell’altro azzurro Matteo Trentin chiude in bellezza la spedizione di Trentino 2021.

Colbrelli, che a 18 anni lavorava in fabbrica (faceva tubi e maniglie), sta vivendo una grandissima stagione: ha vinto il campionato italiano a Imola e, settimana scorsa, il Tour of Benelux con una tappa da campione che lo aveva segnalato in grandissima forma. Cosa confermata oggi nell’Italia guidata da Davide Cassani, alla penultima uscita da c.t.. L’ultima sarà il mondiale di fine mese, la grande volata è già lanciata.

Carlo Galati

From Emma with love

L’ultima inglese a vincere una prova dello Slam era stata Virginia Wade nel 1977, sull’erba di casa, a Wimbledon, sotto gli occhi della Regina Elisabetta II, ed anche l’ultima inglese a vincere gli Us Open, nell’anno di grazia 1968; con tutto il rispetto possibile, parliamo di preistoria tennistica. C’è voluta una ragazzina nata in Canada, da padre rumeno e madre cinese, ma residente nel Regno Unito da quando era poco più che in fasce, per riportare un titolo Slam all’ombra di Buckingham Palace. C’è voluta Emma Raducanu.

Prima tennista nella storia a vincere uno Slam partendo dalle qualificazioni, prima teenager a vincere uno Slam dal 2004, anno in cui Maria Sharapova trionfò a Wimbledon. Venti set vinti su venti, poche speranze lasciate sul campo, anche a Leyla Fernandez che di scalpi importanti, per arrivare in finale, ne aveva collezionati parecchi disputando un torneo magistrale. Tanto solida nell’imbastire un gioco nella cui rete sono finite tutte le sue avversarie, quanto determinata nell’approcciare al meglio un match con quella che ad ogni probabilità sarà un’altra delle nuove e giovani protagoniste del circuito, Raducanu è riuscita a conquistare un pubblico Newyorchese all’inizio sbilanciato verso il supporto nei confronti dell’avversaria canadese.

Con questa vittoria il tennis britannico riacquista entusiasmo e soprattutto futuro, con un Murray ormai agli ultimi sprazzi di gioco, il sorriso di Emma rende radioso il domani tennistico d’oltremanica. Con buona pace della Regina che nel 1977, come oggi, rende il giusto omaggio a queste importanti vittorie.

Carlo Galati

La lunga estate nell’estasi di Gimbo

Arrivare in alto e restarci. Sembrerebbe un paradosso per chi di professione sfida le leggi gravitazionali, saltando in alto per poi ricadere verso il basso in una sorta di costante compromesso con le leggi della fisica. Un paradosso che non ha impedito a Gimbo Tamberi di continuare a volare anche dopo Tokyo in una lunga parabola che lo ha portato fino a Zurigo.

Dopo l’oro olimpico, il marchigiano si prende anche il titolo di Diamond League: nel meeting che ha chiuso la stagione. Tamberi è il primo italiano a vincere il diamante del massimo circuito dell’atletica mondiale. Il marchigiano, vero mattatore anche davanti al pubblico, prima arriva fino a 2.30 senza errori, poi vince la gara a 2.32 e infine sale addirittura a 2.34 (a Tokyo aveva toccato quota 2.37), con un risultato che conferma la sua statura assoluta del campione.

Poi lo show oltre l’atletica: giri di campo con la medaglia d’oro al collo, foto, sorrisi e il saluto del campione olimpico. Il personaggio e l’atleta che tutti amano a cui tutti vogliono bene; per questo non c’è premio che valga il cuore di chi tifa per te.

Carlo Galati

Campionesse d’Europa, la gioia del riscatto

Era l’otto agosto. L’Olimpiade di Tokyo quel giorno segnò la debacle degli sport di squadra; tra questi la nazionale femminile di volley, battuta con un secco 3-0 dalla Serbia. Erano i quarti di finale e le possibilità di medaglia sfumarono in malo modo e con essa una certa consapevolezza di essere tra le più forti, se non le più forti.
Ma la vita, e lo sport, danno, prima o poi, la possibilità di riscatto, basta farsi trovare pronti, essere in grado di trasformare sconforto e scoramento in voglia di vincere, ristabilendo il giusto ordine delle cose.

Per la nazionale di Mazzanti è capitata subito quell’occasione. Il gioco dei calendari ha fatto sì che il torneo olimpico fosse seguito a strettissimo giro dal campionato europeo; non è passato neanche un mese a conti fatti. Per chi è in disarmo poco tempo per riprendersi e riagguantare situazioni sfuggite di mano, per chi invece è consapevole della propria forza, giusto il tempo di ricaricare le batterie e tornare semplicemente a vincere.

Perché questo è successo: le azzurre sono riuscite a riscattare Tokyo vincendo il titolo continentale e battendo in finale chi…? Proprio quella Serbia che aveva lasciato in campo alle azzurre solo le briciole e tanta amarezza dentro. E siccome le vendette sportive vanno consumate nel momento giusto e nel posto giusto, quale migliore palcoscenico di gloria se non Belgrado? Un’impresa straordinaria che era scritta nell’evidente destino sportivo. Da quell’ultima palla messa a terra dalle serbe a Tokyo e restituita con gli interessi qualche settimana dopo. Giusto il tempo di rifarsi il look, asciugare le ceneri e tornare lì dove queste ragazze meritano: sul gradino più alto del podio.

Carlo Galati

Le regine della velocità

Prima, seconda e terza, un tripudio di gioia, un’esplosione di gioia. Parla interamente italiano il podio paralimpico femminile dei 100 metri piani, confermando l’Italia come maestra e regina della velocità mondiale. Non importa il genere, la disciplina, le condizioni: la pista di atletica dello stadio olimpico di Tokyo ci incorona ancora una volta e per sempre.

Sul gradino più alto del podio Ambra Sabatini, 19enne originaria di Livorno e residente a Porto Ercole (Grosseto), che con 14’’11 ha realizzato il record del mondo.
Argento a Martina Caironi, 31enne originaria di Alzano Lombardo (Bergamo) e residente a Bologna (14’’46) e bronzo a Monica Graziana Contrafatto, 40enne originaria di Gela (Caltanissetta) e residente a Roma (14’’73).

Tre eroine che hanno lasciato tutti a bocca aperta consegnando agli annali dello sport l’epicità di un’impresa unica e forse irripetibile. I loro volti sono bagnati dall’acqua del cielo giapponese che fa da contorno alle lacrime che sanno di sacrificio e gioia, lavoro e medaglie. Tre per l’esattezza, una più luccicante dell’altra, lascia passare eterno per sedere al tavolo delle leggende della velocità.

Carlo Galati

L’ultimo giro di Kimi

Sapevamo sarebbe arrivato, speravamo non arrivasse mai. Il momento è adesso, Kimi ha deciso di dire basta, rientrare ai box a fine stagione salutando dal muretto non solo la Formula 1, ma i tanti che gli hanno sinceramente voluto bene e tra questi ci siamo anche noi.

Spiegare il perché ci mancherà Kimi Raikkonen è come provare a motivare qualcosa che fa parte dell’irrazionale ma, sperando di non cadere nelle ovvietà vogliamo comunque provarci: in primis Kimi è un’emblema di liberta disarmante, l’ultimo baluardo di pilota restio alle convenzioni, restio a quel benessere unto e luccicante dei piloti di adesso dove l’importante è mostrare: soprattutto fuori dalle corse. Poi, le battute laconiche, l’insofferenza per le domande stupide, il senso della frase a effetto, il gesto disarmante nella sua brutale realtà (leggere Hamilton ed il semaforo del Canada nel 2008), la voglia di non fingere mai niente, l’odiare il paraculismo, il buonismo e le sovrastrutture comportamentali che denominano il cliché di un pilota/atleta.

E adesso dopo l’ufficialità del suo addio, un lungo ultimo tour di saluti; le ultime possibilità di vedere correre Iceman ammirando quel campione, l’ultimo in casa Ferrari è bene ricordarlo, che rappresenta la parte migliore di una Formula 1 che sarà più povera, perché mancherà quell’imprevedibile genuinità mista alla fredda superiorità di un vero pilota. Forse realmente l’ultimo nell’accezione più pura e romantica che conosciamo.

Carlo Galati

La grande bellezza di Bebe

Le tante lacrime che solcano il volto scavato dalla fatica e dalla vita, poi il sorriso e la gioia. È felice Beatrice, per tutti Bebe, Vio dopo il bis olimpico concesso a Tokyo a quattro, anzi cinque, anni di distanza dal primo successo nel fioretto individuale di Rio.

Ha vinto Bebe, ed ha vinto tante volte e non tutte in pedana: ha vinto quando ha deciso di riprovarci dopo Rio, ha vinto quando ha messo a segno la 15esima stoccata alla cinese Jingjing Zhou, ha vinto quando ad aprile ha sconfitto la morte che ha osato sfidarla per mezzo di uno stafilococco, diagnosi chiara: amputazione arto sinistro e tutto finito. Com’è andata lo sappiamo e urliamo insieme a lei, senza prima aver pianto.

È bellezza pura, è gioia, è vita. Si dice che senza speranza non abbia senso vivere nessuna vita; se qualcuno avesse ancora dei dubbi, guardate questo sguardo, ci troverete tutto quello che cercate, ci troverete l’esplosione vitale di chi non si arrende mai. Fino all’oro olimpico.

Carlo Galati