Le Medaglie del cuore: Tomasoni per Matilde, Deromedis tra sogno e destino

Non tutte le medaglie nascono allo stesso modo. Alcune arrivano al termine di una gara perfetta, altre sono il punto d’incontro tra talento e destino. Quelle conquistate dallo ski cross azzurro a Milano-Cortina hanno un peso specifico diverso: parlano di dediche, di assenze che diventano presenza, di sogni dichiarati e poi realizzati. L’argento di Federico Tomasoni e l’oro di Simone Deromedis non sono soltanto risultati, sono storie che restano.

Tomasoni ha affrontato ogni salto e ogni contatto con un pensiero fisso. Matilde Lorenzi, la sua compagna, scomparsa nell’ottobre 2024 dopo una caduta in allenamento in Val Senales, è stata la sua forza silenziosa. Per mesi aveva raccontato di aver vissuto nella confusione, di sognarla ogni notte. A Milano-Cortina ha gareggiato con un casco nero e un sole giallo al centro, simbolo della fondazione che porta il nome di Matilde. Un segno tangibile, quasi una protezione. Sul podio ha baciato la medaglia e poi l’ha sollevata verso il cielo. Un gesto istintivo, potente. “Sarai per sempre il mio sole”, aveva scritto. E quell’argento, oggi, è il compimento di un sogno vissuto in due.

Diverso il percorso, ma altrettanto profondo il significato dell’oro di Simone Deromedis. Il trentino era arrivato ai Giochi con il peso e l’orgoglio del favorito, forte del titolo mondiale conquistato nel 2023. Aveva detto di voler condurre la gara fin dalla prima curva, per evitare rischi e contatti. Missione compiuta. Ha preso la testa e non l’ha più lasciata, firmando la decima medaglia d’oro dell’Italia in un’Olimpiade già leggendaria. Sul casco, l’omaggio ad Ayrton Senna, modello di coraggio e precisione, riferimento ideale per chi vive una disciplina dove l’equilibrio è tutto.

Due medaglie che raccontano molto più di un piazzamento. Per Tomasoni è amore che continua a correre sulla neve, per Deromedis è la forza delle idee chiare e dei sogni pronunciati ad alta voce. In entrambi i casi, lo sport diventa qualcosa di più grande del risultato: memoria, identità, valore. In una parola, storia.

Klaebo, sei ori per la storia: il capolavoro perfetto del re dello sci di fondo

Johannes Hosflot Klaebo non si è limitato a vincere: ha riscritto i confini dello sci di fondo. Ai Giochi ha costruito un capolavoro assoluto, sei gare disputate e sei medaglie d’oro al collo, l’ultima arrivata nella mass start sui 50 chilometri in tecnica classica, il terreno dove la fatica diventa selezione e la leggenda prende forma. Non è stato soltanto il migliore: è stato irraggiungibile.

Il norvegese ha dominato ogni contesto, dalla velocità pura delle sprint alla resistenza estrema delle distanze lunghe, passando per staffette e prove miste. Un en plein che entra di diritto nella storia dello sport prima ancora che in quella della disciplina. Mai nessuno era riuscito a vincere sei ori nella stessa edizione dei Giochi invernali: il precedente più vicino resta quello di Eric Heiden, cinque titoli a Lake Placid 1980. Klaebo è andato oltre, trasformando la continuità in perfezione.

Il traguardo dei 50 chilometri, tagliato con il volto segnato e le gambe svuotate, è l’immagine simbolo di un’Olimpiade dominata. «È stata durissima, ho bisogno di tempo per capire cosa ho fatto davvero», ha raccontato a caldo, quasi incredulo davanti alla portata dell’impresa. Una tripletta norvegese, con Nyenget e Iversen alle sue spalle, ha chiuso il cerchio di una superiorità collettiva, ma il centro della scena è rimasto lui.

A 29 anni Klaebo ha già accumulato undici ori olimpici complessivi e una collezione di podi che lo proietta tra i più grandi di sempre. La sua forza è la completezza: sprint, skiathlon, 10 km, staffette e maratone bianche, tutto affrontato con la stessa naturalezza. Non esiste un terreno ostile, non esiste una distanza che non possa fare sua.

Più che una serie di vittorie, la sua è stata una dimostrazione di controllo totale. Tecnica, testa e gestione della gara: ogni dettaglio al posto giusto. Sei ori in sei gare non sono solo un record, sono un manifesto. Di superiorità, di metodo, di futuro. Perché, con un’altra Olimpiade davanti, la sensazione è che la storia di Klaebo non sia ancora arrivata al capitolo finale. Il più incredibile.

Carlo Galati

Lame insanguinate

La caduta di Kamila Sellier nella finale dei 1500 metri di short track ai Giochi di Milano-Cortina non è soltanto un incidente di gara: è un campanello d’allarme. Uno di quelli che fanno tremare lo stomaco e obbligano a fermarsi un istante, oltre il risultato, oltre la classifica. Perché quando in pista entrano le lame, non esiste margine per la leggerezza.

L’atleta polacca ha rischiato di perdere un occhio dopo l’impatto con il pattino dell’americana Santos-Griswold. Orbita colpita, guancia ferita, testa contro il ghiaccio: immagini che hanno gelato il pubblico prima ancora della pista. È andata bene, se così si può dire. Ma poteva finire molto peggio. E proprio qui nasce la riflessione che lo short track non può più rimandare: la protezione totale delle atlete non è un dettaglio tecnico, è una necessità.

Negli anni la sicurezza ha fatto passi enormi, tra caschi, guanti rinforzati e tute anti-taglio. Eppure il volto resta la zona più esposta. La visiera integrale anti-lama esiste, viene utilizzata soprattutto da alcune atlete olandesi, ma non è obbligatoria. Le ragioni sono note: visibilità periferica, dinamica di gara, il bisogno di percepire ogni movimento in spazi dove si viaggia a quasi 50 chilometri orari. Una maschera può limitare, appannarsi, pesare. Ma può anche salvare un volto.

Lo short track è uno sport di contatto involontario, fatto di traiettorie incrociate e centimetri. Qui il pericolo non arriva da un disco o da una pallina, ma dalle lame. Affilate, velocissime, imprevedibili. E quando la fortuna decide di non intervenire, il rischio diventa tragedia.

Per questo l’incidente di Sellier deve lasciare un segno. Non per generare paura, ma consapevolezza. Abituarsi a una protezione integrale, studiarla meglio, renderla compatibile con la prestazione: è una strada che federazioni e atlete devono percorrere insieme. Perché il talento merita libertà, ma prima ancora merita sicurezza. Con le lame non si scherza. E lo sport, per continuare a essere spettacolo, deve saper proteggere chi lo rende possibile.

Alysa Liu, la stella sul ghiaccio

Se nel 1989 il padre non fosse scappato da Pechino dopo le proteste di piazza Tienanmen, forse oggi il pattinaggio artistico femminile non avrebbe una nuova regina americana. La storia di Alysa Liu, 20 anni, è figlia della Storia: esilio, identità, radici lontane e un destino che passa dal ghiaccio di Milano-Cortina fino all’oro olimpico.

Liu conquista il titolo con 226,79 punti, primato personale proprio nel giorno più importante, come solo i veri campioni sanno fare, davanti alle giapponesi Kaori Sakamoto e Ami Nakai. È la medaglia che interrompe il lungo dominio russo iniziato a Sochi 2014 e proseguito tra polemiche, sospetti e casi doping fino a Pechino 2022. Ed è anche il ritorno degli Stati Uniti sul podio olimpico femminile, che mancava da Torino 2006.

Il suo è un pattinaggio che sa di adolescenza e maturità insieme: sette tripli puliti, interpretazione trascinante, una presenza scenica che vibra sulle note di Donna Summer. Sakamoto risponde con esperienza e solidità, Nakai con la leggerezza dei suoi 17 anni e otto tripli di rara eleganza. Ma il segno resta quello lasciato da Liu: pulizia, controllo, coraggio.

Dietro, le grandi storie mancate. Ilia Malinin crollato nella gara maschile, Petrosian lontana dal podio, la Russia assente e ingombrante, spettatrice di un’epoca che cambia. Il ghiaccio di Milano incorona un’atleta e insieme racconta una transizione: dal dominio di sistema alla vittoria di una traiettoria personale.

Alysa Liu vince l’oro e, forse, chiude un cerchio. Come già aveva fatto da giovanissima, quando aveva pensato di lasciare tutto. L’Olimpiade le restituisce senso e grandezza: non solo campionessa, ma simbolo di un pattinaggio che torna umano, imperfetto, se volete, libero e vivo. Terribilmente vivo.

Sighel, una beffa continua

La goccia fa traboccare il vaso. Pietro Sighel scivola via dai 500 metri short track alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, ma la sua eliminazione non è solo un episodio sportivo. Diventa un simbolo. Un punto di rottura dove la competizione incontra l’ingiustizia percepita, e una federazione decide di alzare la voce. Il Forum di Assago rumoreggia, fischi e proteste si mescolano al freddo del ghiaccio. Poi arriva il silenzio istituzionale che parla più forte di ogni boato. La Federazione Italiana Sport del Ghiaccio, attraverso il presidente Andrea Gios, rompe gli schemi con un comunicato che non usa mezzi termini. “Decisioni incoerenti e contraddittorie” scrive, dipingendo un quadro “grave e preoccupante”. La costruzione è lenta, ostinata. Sighel viene steso dal canadese Maxime Laoun in semifinale, ma i giudici non intervengono come ci si aspetterebbe. L’atleta azzurro, invece di essere avvantaggiato, subisce l’eliminazione. Una doppia ferita: fisica sul ghiaccio, emotiva nel verdetto. La FISG non si limita a registrare il fatto. Trasforma la protesta in analisi tecnica, citando il consenso di “tecnici e dirigenti di altre nazioni” che condividono le perplessità. Ma la denuncia va oltre l’episodio singolo. La Federazione punta il dito contro la International Skating Union, accusata di non essere intervenuta “per porre fine a un operato del tutto fuori luogo”.

Qui la questione si eleva dal caso specifico al principio generale: quando l’incoerenza diventa evidente, il dovere delle istituzioni è garantire equità durante l’evento stesso, non dopo. Poi il comunicato compie la sua svolta più significativa. Dalla denuncia passa all’abbraccio. “La Federazione ribadisce la propria totale vicinanza a Pietro Sighel, riconoscendo il valore di un atleta che è un patrimonio del pattinaggio italiano e internazionale”. Parole che trasformano Sighel da vittima di circostanze a simbolo di resistenza. L’orgoglio non viene meno, anzi si rafforza nell’adversità. La chiusura è un atto di fede nel futuro. “Speriamo e crediamo che Pietro, insieme ai suoi compagni di squadra, saprà reagire con determinazione”. La medaglia diventa non solo un obiettivo sportivo, ma una rivendicazione morale. “Meriterebbe pienamente, per sé e per tutto il movimento italiano dello short track”. Questo comunicato non è solo una presa di posizione. È un cambiamento di paradigma. Una federazione che non si limita a gestire atleti e risultati, ma che diventa scudo istituzionale, voce collettiva di fronte a ciò che percepisce come ingiustizia. Pietro Sighel diventa così il punto di convergenza di due narrative: quella sportiva della prestazione individuale e quella istituzionale della tutela di un sistema. Il pattinaggio italiano, attraverso questa presa di posizione, conquista uno spazio simbolico che va oltre il ghiaccio. Dimostra che lo sport è anche battaglia per principi, difesa di valori che trascendono il singolo risultato. E che a volte, perdere una gara può significare vincere un’altra partita, più grande e significativa.

Il filotto di Arianna

La staffetta femminile italiana di short track ha firmato un argento che risplende come un’icona di resistenza e consapevolezza. Sul ghiaccio del Forum di Assago, le azzurre Chiara Betti, Arianna Sighel, Elisa Confortola e Arianna Fontana hanno tessuto una gara feroce, un crescendo controllato che si è arreso solo alla potenza coreana. La partenza sorride al Canada, subito deciso a imporre un ritmo serrato. I Paesi Bassi inseguono, guidati da Xandra Velzeboer, ma un cambio maldestro spezza il loro slancio. Michelle Velzeboer scivola, il ghiaccio diventa un nemico improvviso. La caduta incide anche sulla Corea del Sud, costretta a inseguire, ma la sua memoria tecnica non vacilla. In questa confusione, l’Italia costruisce la sua ascesa. Elisa Confortola conquista uno spazio simbolico, supera la canadese con un gesto preciso, quasi artigianale. Lancia Arianna Fontana nel cambio finale, davanti a tutte. Per un attimo, l’oro sembra a portata di mano. Ma la Corea del Sud non dorme. Choi Minjeong piazza l’affondo nel penultimo giro, un lampo che decide la storia. La Corea del Sud celebra l’oro con 4’04″014, l’Italia si ferma a 4’04″107, il Canada completa il podio.

Per Fontana, però, questa medaglia è più di un argento. Diventa la prima atleta di sempre a conquistare più di due medaglie in quattro edizioni olimpiche consecutive. Il suo palmarès sale a quattordici podi, un bottino che la colloca al secondo posto nella graduatoria di ogni epoca, alle spalle della fondista Marit Bjørgen e in coabitazione con il biathleta Ole Einar Bjørndalen. Soprattutto, si prende il primato di atleta italiana più medagliata della storia dello sport tricolore. Questa staffetta non è solo una gara. È un viaggio attraverso l’adversità, una sinfonia di coraggio e tecnica. Le azzurre hanno dimostrato che la linea azzurra non si spezza mai, anche quando l’oro sfugge per un respiro. Fontana, con la sua esperienza iconica, rimette al centro dello sport italiano la sua storia, una narrazione di continuità e resilienza che ispira generazioni. La medaglia d’argento brilla come una stella nel firmamento olimpico, un simbolo di quanto lo sport possa elevarsi oltre il semplice risultato.

Carlo Galati

L’Italrugby spaventa l’Irlanda: siede al tavolo dei grandi

È stata una gran bella Italia quella che oggi ha calcato il prato verde dell’Aviva Stadium di Dublino, teatro di questa seconda giornata del Sei Nazioni e che portava con sé una moltitudine di significati. Da un lato l’Irlanda di Andy Farrell era chiamata a risollevarsi dopo il pesante 36 a 14 subito in Francia, mentre l’Italia di Gonzalo Quesada si è presentata con quella consapevolezza giusta che serve per provare a fare l’impresa in un luogo sacro per questo sport. 

L’Italia infatti ha approcciato l’incontro con molta compattezza e l’Irlanda è sembrata non essere la solita. Nonostante qualche tentativo iniziale dei quindici in verde, un possibile turning point poteva già arrivare al 10’, quandol’ammonizione e conseguenze assenza dal campo di Louis Lynagh ha portato l’Italia in inferiorità numerica. Ma gli azzurri non hanno accusato il colpo. 

Poco dopo è arrivata però la meta di Jamie Osbourne. Dopo tante aspettative, questa poteva già spezzare il morale, ma così non è stato e gli uomini guidati da capitan Lamaro si sono subito focalizzati sull’obiettivo, non lasciando intravedere crepe. Si sono incitati e hanno squadra, trovando il premio nella meritata meta con Giacomo Nicotera e relativa conversione di Paolo Garbisi. È 10 a 5 per l’Italia a fine primo tempo. Gli azzurri non hanno praticamente mai sofferto e hanno gestito con ordine. 

Dal tunnel dell’Aviva però esce un’Irlanda decisamente diversa, molto più viva e, per certi versi, di fronte ad un’ultima chiamata per entrare definitivamente nel match dal punto di vista nervoso. Questo approccio più determinato paga subito; Jack Conan capitalizza la pressione con la meta al 42’ riportando il risultato sul 10 pari.

Arriva il momento che risulterà decisivo, Louis Lynagh mette giù la meta del nuovo sorpasso Italia, ma la review guidata da Hollie Davidson, primo arbitro donna nella storia del Sei Nazioni, evidenzia l’in avanti di Tommaso Menoncello, quindi tutto torna in parità. Da un potenziale 17-10 per l’Italia, si passa in un lampo al 17 a 10 per gli irlandesi con la meta di Robert Baloucoune e la conversione di Jack Crowley, subentrato a Sam Prendergast con una grande acclamazionedel pubblico. Un’altra punizione di Crowley e quella al 66’ di Paolo Garbisi fisseranno il punteggio sul 20 a 13 finale.

“Ci sono stati tanti errori, ma abbiamo mostrato grande resilienza” dirà coach Farrell alla fine, mettendo ancora più in luce quanto di buon abbia fatto l’Italia che, infatti, ci ha provato lasciando l’Aviva con il fiato sospeso fino all’ultimo momento.

“Sono consapevole di contro chi abbiamo giocato e sono piùche orgoglioso per quello che abbiamo fatto in questa partita. – Spiega in conferenza Quesada – È stata una grande performance dell’Italia. Oggi sono molti più i punti positivi.”Queste parole sottolineano come ci siano ancora dei passi da fare per il gruppo azzurro, ma lo standard raggiunto dalla nazionale è molto alto.

Fabrizio Salvi

Lollobrigida, l’oro della maturità: la forza di un’atleta che ha imparato a restare

Francesca Lollobrigida non vince soltanto un oro olimpico. Si prende una storia, la sua, e la rimette al centro dello sport italiano. Nei 3000 metri di Milano-Cortina 2026, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, l’azzurra firma la gara perfetta: record olimpico, primato italiano e una superiorità costruita giro dopo giro, con la lucidità delle campionesse vere.

Ma il punto non è il cronometro, pur straordinario. Il punto è il personaggio. Lollobrigida arriva a questo appuntamento con addosso il peso di una carriera già piena, l’argento e il bronzo di Pechino, i podi mondiali, e con la consapevolezza di chi ha attraversato momenti difficili, fisici e mentali, senza mai smettere di cercarsi. Non è un talento improvviso, non è una sorpresa: è una costruzione lenta, ostinata, quasi artigianale.

La sua gara è un crescendo controllato. Parte composta, resta in scia, studia. Poi, negli ultimi due giri, cambia ritmo e cambia storia: sorpassa, allunga, domina. La canadese Maltais cede, la norvegese Wiklund resiste finché può, ma il finale è tutto azzurro. Sul ghiaccio resta la traccia di un’atleta che conosce perfettamente il proprio corpo e il proprio tempo.
E forse è proprio questo il tratto che la rende diversa: Lollobrigida è un’atleta adulta, consapevole, lontana dall’idea romantica della giovane promessa. La sua forza è la continuità, la capacità di restare, di migliorarsi, di trovare nuove motivazioni quando il mondo sportivo chiede sempre il prossimo talento da celebrare.

A 35 anni non conquista soltanto una medaglia. Conquista uno spazio simbolico: quello di chi dimostra che la maturità può essere un vantaggio, che l’esperienza pesa quanto la freschezza, che la resilienza è una qualità sportiva prima ancora che umana.
Milano le consegna l’oro, ma soprattutto le restituisce il senso del percorso. Francesca Lollobrigida diventa così il volto di un’Olimpiade che parla di identità, di carattere, di profondità. Non solo una campionessa del ghiaccio: una storia italiana di ostinazione e talento che, proprio ora, trova il suo momento più alto.

Pioggia e orgoglio: l’Italrugby piega la Scozia all’Olimpico

Inizia come meglio non poteva l’Italrugby nel Sei Nazioni 2026: 18-15 alla Scozia all’Olimpico, al termine di una partita sporca, combattuta, profondamente vera. Pioggia, contatti, gestione del territorio e una difesa che negli ultimi minuti diventa il simbolo di una squadra cresciuta. L’Italia di Quesada risponde presente proprio nel rugby più duro, quello delle scelte e della disciplina. «Ogni minuto in cui abbiamo funzionato come squadra mi è piaciuto», dirà il ct a fine gara.

L’avvio è tutto azzurro: pressione, ritmo e due mete nei primi minuti con Lynagh e Menoncello, Garbisi preciso dalla piazzola a costruire il margine. La Scozia resta agganciata, accorcia prima dell’intervallo e nella ripresa trova il contesto ideale, con il campo pesante che spezza il gioco e trasforma la partita in una battaglia di nervi. Un piazzato per parte, un giallo agli ospiti, poi la meta nel finale che riporta tutto in equilibrio.

Ed è lì che l’Italia costruisce la sua vittoria. Negli ultimi minuti la Scozia attacca per oltre trenta fasi, ma la linea azzurra non si spezza mai. Ordine, sacrificio, comunicazione continua: la partita si decide in quella resistenza collettiva che vale più di qualsiasi giocata.

Capitan Michele Lamaro fotografa il senso del successo: «Abbiamo vinto con la precisione. Era fondamentale andare avanti quando il campo era asciutto, poi con la pioggia sapevamo sarebbe stato molto più difficile segnare. Volevamo travolgerli con il nostro gioco e ci siamo riusciti». E ancora: «Quando si vince non bisogna sbilanciarsi troppo. L’Irlanda si sta preparando a una sfida durissima e se non ci faremo trovare pronti a Dublino rischia di essere un pomeriggio lunghissimo».

È una vittoria che pesa anche per ciò che rappresenta. Lamaro, Garbisi e Brex festeggiano le 50 presenze, Ferrari arriva a 70 caps con una prestazione da leader. L’Italia non si limita a vincere: dimostra di saper soffrire, di sapersi adattare, di poter competere quando il piano gara si sporca.

Sabato a Dublino ci sarà l’Irlanda, e la montagna sembra altissima. Ma partite così cambiano la percezione, prima ancora della classifica. L’Italrugby ha trovato una base solida da cui ripartire. E, soprattutto, la consapevolezza di poter restare dentro le partite vere fino all’ultimo respiro.

L’alba olimpica è azzurra: Franzoni e Paris inaugurano il medagliere italiano

L’Italia del ghiaccio e della velocità si prende subito la scena a Milano-Cortina 2026. La discesa della Stelvio, pista iconica e spietata, regala agli azzurri un doppio colpo che vale più del metallo: l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris sono la fotografia di due generazioni che si incontrano nel punto più alto, quello olimpico.

Il risultato racconta molto più di una gara. Da una parte Franzoni, 24 anni, talento in piena esplosione, capace di stare in scia agli svizzeri per tre chilometri e mezzo e di giocarsi tutto sul filo dei centesimi. Dall’altra Paris, 36 anni, veterano della velocità, che sulla “sua” Stelvio trova finalmente la medaglia olimpica che mancava a una carriera già scolpita nella storia. Non un passaggio di consegne, ma una convivenza: esperienza e freschezza che si sostengono a vicenda.

La gara è feroce. Franjo Von Allmen scende senza paura, sfiora i 150 all’ora e si prende l’oro con l’autorità di chi sta costruendo una dinastia svizzera nella velocità. Dietro di lui però c’è l’Italia, compatta. Franzoni attacca, sbaglia qualcosa sulla Carcentina ma resta lì, vicino al limite. Paris gestisce, conosce ogni curva, accende nel finale e difende un podio che sa di rivincita.

Le loro parole spiegano meglio di qualsiasi cronometro. Franzoni quasi si stupisce: «Wow, che roba… al cancelletto avevo le gambe dure, pensavo fosse impossibile battere gli svizzeri». Paris invece parla da leader: «Ci ho provato tante volte, sapevo di poter fare quello che volevo su questo tracciato. Giovanni? È in forma e lo ha dimostrato sotto pressione».

È qui che sta il senso di questo doppio podio. Non solo due medaglie, ma un’identità. L’Italia dello sci veloce non vive di fiammate, vive di continuità, di atleti che crescono accanto a chi ha già vinto. Franzoni rappresenta il futuro immediato, Paris la memoria tecnica di una disciplina che non perdona.

La Stelvio, ancora una volta, diventa casa. E l’Italia, appena iniziati i Giochi, manda un messaggio chiarissimo: la velocità azzurra non è un ricordo, è una presenza. Oggi, più che mai.