Il gesto oltre il risultato: l’esempio di Sinner e Alcaraz

Per una volta vogliamo tornare all’essenza di questa pagina, che ama raccontare lo sport partendo da un’immagine, aggiungendo delle parole lì dove probabilmente non servirebbero: è la grande sfida da raccogliere. Non vi parlerò di quella che è la più bella vittoria della giovanissima carriera di Jannik Sinner, colta su Carlos Alcaraz, che quest’anno ha negli italiani le bestie nere degli Slam: in Australia fu Berrettini ad eliminarlo, ora Sinner a Wimbledon.

Quello che mi è piaciuto più di tutto quello che è stato, da uomo di sport e da uomo di tennis, è questo gesto, che ha un significato che va oltre il momento. Alcaraz sotto due set a zero, nell’ottavo gioco del terzo set impegna Sinner con una palla corta. Impegnandosi nel recupero, Jannik cade e Alcaraz corre subito a sincerarsi sulle sue condizioni. Quello che vedete in questo istante è la vera essenza di quello che è lo sport, è tutto.

Nel giorno in cui si celebrano i 100 anni del campo Centrale di Wimbledon, davanti a tanti eroi che quel campo lo hanno vissuto e reso immortale, questi due ventenni hanno spiegato al mondo di essere il futuro di questa disciplina. Non c’è altro da aggiungere in questo, se non che le prossime generazioni hanno trovato, si spera, l’epicità del duello in Jannik e Carlos. Ad maiora.

Carlo Galati

Salvate il soldato Charles

Nel giorno della vittoria di Carlos Sainz a Silverstone, nel giorno in cui la Ferrari torna sul gradino più alto del podio, in quel giorno in cui l’orgoglio ferrarista dovrebbe gonfiare nuovamente il petto, c’è un retrogusto amaro che rovina, in parte, la gioia di una vittoria.

C’è chi lo chiama sabotaggio, chi boicottaggio. No, non credo si possa arrivare ad utilizzare concetti che non trovano nella sfera sportiva la giusta collocazione semantica; più semplicemente si tratta di inettitudine. O se volete di impreparazione. E a pagarne le conseguenze è sempre e solo Charles Leclerc, anche oggi vittime sacrificale di una strategia che non ha avuto senso. Sì, la gara l’ha vinta Sainz ma perché non effettuare il cambio gomme durante la safety car, unico a non rientrare nei box?

Sono situazione estemporanee che si sommano alle tante altre nella stagione e che potrebbero costare molto caro in termini di obiettivo finale, ovvero il mondiale piloti. L’occasione era ghiotta con un Verstappen oggi con problemi tecnici che lo hanno relegato nelle retrovie. Oggi la Ferrari ha vinto, godendo dell’uovo oggi. La gallina domani forse sarà bollita; come il muretto Ferrari.

Carlo Galati

Greg, la divinità dell’acqua

Educato, bello, sorridente, vincente: mai visto un “cannibale” così gentile, capace di sbranare gli avversari con l’eleganza di chi quasi si schernisce per aver conquistato in sequenza un oro nei 1500 stile libero, un bronzo nella Staffetta mista 4×1.5km acque libere, un argento nella 5km acque libere, un oro (con Acerenza secondo) nella 10km acque libere.

Disumano.

L’orgia di informazioni sui social, un paradosso, rischia di relegare sportivi mitologici a mero fenomeno “mordi e fuggi”: qualche ora di esaltazione collettiva, milioni di foto, spezzoni video e poi sotto con la prossima notizia acchiappa-click, senza neppure il tempo di un loop o di un fermo-immagine.

E invece Paltrinieri merita ben altro.

Merita le sfumature di colore “catodiche” di Mark Spitz e dei suoi sette ori di Monaco ‘72, con il loro fascino romantico; merita il bianco e nero delle imprese consegnate alla storia di atleti di ogni disciplina, quando la fatica non era una ruga super definita sul viso, ma la sommatoria di movimento sbilenchi e immaginazione, immagini sfocate e calde di tensione agonistica.

A nulla valgono i paragoni, ma sarebbe bello che fra qualche anno ci si ricordi di Greg e delle sue quattro fatiche di Budapest come la storia disi ricorda di Coppi quando scalò da solo la Maddalena, il Vars, l’Izoard, il Monginevro ed il Sestriere e giunse a Pinerolo con 11’52” su Gino Bartali.

Dodici medaglie mondiali, dodici, una maledetta mononucleosi che gli preclude il bottino pieno a Tokyo, dove vince un argento incredibile negli 800, ma gli lascia pur sempre una medaglia per metallo nel palmares a cinque cerchi, oltre a ben tredici in Europa: un medagliere in continuo aggiornamento, visto che adesso Greg ha deciso che le piscine sono troppo piccole, troppo umide, troppo chiassose.

Per questo ha scelto di nuotare nelle acque libere, allungando i chilometraggi senza diminuire la formidabile acquaticità e il senso della vittoria.

Scivola, Greg, scatta, attacca, e sembra sorridere dentro quell’elemento naturale che gli fa da liquido amniotico, lo protegge e lo nutre.

Dal bianco e nero alla dissolvenza, fino al burn-in, quel fenomeno che imprime sui televisori di ultima generazione l’ombra di una immagine troppo persistente.

Ecco, lasciatelo lì, in ogni televisore, per ricordarci che un altro Paltrinieri chissà quando rinascerà, con il suo elogio della lentezza e la serenità di chi non deve chiudere tutto nei pochi secondi di un 50 metri stile libero, ma ha tempo per farsi ammirare in vasca e nel mare, novello Poseidone, solo più sinuoso e sbarbatello.

Lo davano per finito, ma sfiniti siamo noi dopo l’ultima fatica della dieci chilometri, stravolti da una sfida entusiasmante ed increduli: Greg ha vinto la quarta medaglia in quattro giorni, mentre noi boccheggiamo fra divano e telecomando.

Lasciate stare le celebrazioni social, prendete carta, penna e calamaio, vergate su carta pergamena quest’impresa, seppiate le immagini perfette dei vostri televisori 8k: quando i vostri figli e le vostre figlie troveranno questi cimeli, in libreria o dentro a un cassetto, capiranno cosa sia l’eternità del mito, anche nello sport.

Dopo i mitologici Yam, dio del mare, Manannan Mac Lir, dio del mare e delle tempeste, Dakuwaqa, il Dio Squalo e proprio Poseidone, Dio delle Acque e del Mare, il pantheon delle divinità acquatiche ha un nuovo protagonista: Greg Paltrinieri, venerabile divinità delle piscine e delle acque libere.

Berrettini, il coraggio di scegliere

Matteo Berrettini ha avuto coraggio. Il coraggio di una scelta che nessuno gli ha chiesto di fare, una scelta che probabilmente gli costerà tanto, forse troppo. Era uno dei favoriti a Wimbledon, ci arrivava da campione a Stoccarda e al Queen’s, aveva i titoli per conquistare quella coppa sfuggitagli lo scorso anno proprio all’ultimo atto di un percorso perfetto.

Ha avuto coraggio ed è stato leale, con se stesso ma soprattutto con gli altri, sottoponendosi ad un tampone al Covid-19, risultato positivo, che nessuno gli aveva chiesto di fare, solo per senso di responsabilità nei confronti di chi gli sta attorno ricordando a tutti quelli che oggi, pulcini da tastiera, lo criticano che il tennis è sport di galantuomini. Detto questo, non tutti lo sono. Matteo lo è e lo ha dimostrato.

In quanti avrebbero in uno sport individuale ed individualista, preso una simile decisione? Non ci sbilanceremmo su nessuno, neanche sui più grandi, ossessionati più dal risultato finale che dal percorso da fare; focalizzati sulla storia e non sul racconto della stessa. Matteo Berrettini ha dato una lezione di stile a tutti; si vince e si vive da uomini, ponendosi di fronte alle proprie responsabilità. Magari non sarà il più furbo, ma di sicuro il più vero.

Carlo Galati

Acqua azzurra, acqua d’oro

Azzurro come il cielo di Budapest, azzurro come l’acqua della piscina, azzurro come il colore del secondo posto nel medagliere di questo incredibile mondiale in terra magiara.

L’Italia dei poeti, dei Santi e dei navigatori, si riscopre terra di nuotatori e nuotatrici, collezionisti di mettalli pesanti, con il sigillo imperiale dell’oro nella 4×100 dei Misti.

È difficile fare una graduatoria della medaglia più bella o dell’impresa che resterà negli annali: è quella di Ceccon, baffetto vintage e carta d’identità da maggiorenne di una volta, primatista del mondo dei 100 dorso?

O quello di Martinenghi e Pilato, ranisti d’Italia trionfatori nei loro 100?

È quella di Greg Paltrinieri, il capitano, dato a 26 dagli scommettitori dopo la delusione degli 800 e capace di disintegrare gli avversari, nuotando addirittura su livelli da primato del mondo?

Oppure è la medaglia-termometro della 4×100 mista, quella che rappresenta la cartina al tornasole del movimento natatorio di una Nazione?

Cinque istantanee di un trionfo, impossibili da mettere in fila con una graduatoria, perché rappresentano nell’insieme la capacità organizzativa, la tradizione, le metodiche di allenamento, la vocazione, custodite in anni di successi e di personaggi nelle vasche da 25 e da 50 metri, culminati oggi nella migliore spedizione mondiale di sempre.

Una Federazione Nuoto capace e tetragona, in un’Italia che negli anni si è riempita di piscine e che dalle vittorie, e dal marketing del successo di atleti e atlete in costume da bagno, ha costruito una immagine vincente e una formidabile capacità di generare campioni e campionesse a ogni ciclo.

Iride, oro e Tricolore: il caleidoscopio di immagini e sorrisi baciati dal cloro non riempie solo la piscina del nuoto, ma ha fatto capolino nella vasca dell‘artistico, con ben cinque medaglie, continuerà nella pallanuoto, con Settebello e Setterosa ai Quarti, nuoterà in acque libere ancora con Greg e i suoi fratelli e sorelle.

Un’Italia giovane, bella, sinuosa e vincente, nella continuità di un movimento che funziona.

Avanti, e grazie, ragazzi e ragazze di Buda!

La sincronette rinata dall’acqua

Danzare è arte, farlo nell’acqua è magia. Le sincronette hanno un qualcosa che le differenzia sia dalle ballerine che dalle nuotatrici. Sono una sorta di ibrido che si posiziona a metà strada tra uno spettacolo è una performance, tra il gesto fine a se stesso e la competizione.

Ai mondiali di nuoto in corso a Budapest sono tante le missive emozionanti che arrivano, sia tra i colori azzurri che tra i giovanissimi 17enni che trionfano sui 100 e i 200 metri stile libero (cercare alla voce David Popovic), una su tutte è la storia di Anita Alvarez, sincronette, che ha incantato durante la sua esibizione, per poi abbandonarsi e affondare alla fine della stessa, scivolando perso la profondità della vasca ungherese. Ha perso i sensi, perdendo se stessa.

Solo l’intervento di chi la conosce bene, la sua allenatrice, ha evitato che la storia da raccontare non avesse il lieto fine che ha. Anita si è ripresa, ha ripreso a danzare nell’acqua, continuando a togliere il respiro a chi la guarda.

Carlo Galati

Il Re del Queen’s

Lo ha fatto di nuovo: Matteo Berrettini ha rivinto, un anno dopo, il torneo del Queen’s. Lo ha fatto dominando, non solo il suo avversario in finale Filip Kraijnovic, ma anche tutta la pressione che gira intorno ad un campione in carica quando si ritrova a difendere il proprio titolo. C’è abituato alle pressioni Matteo, è un tennista che dalle situazioni difficili è sempre riuscito a tirare fuori il meglio. E’ sempre stato in controllo contro un avversario certamente inesperto sulla superficie, ma comunque solido e pericoloso essendo dotato di tutto il talento necessario per cavarsela sui prati. L’erba in ogni caso sta diventando sempre più confortevole per Berrettini che vince così il settimo titolo della carriera.

Andando oltre il singolo risultato con questo successo, Matteo diventa l’ottavo tennista a vincere il titolo al Queen’s Club in due anni consecutivi e condivide questo record con tutti ex numeri 1 del mondo (McEnroe, Connors, Becker, Lendl, Hewitt, Roddick, Murray), inoltre è il primo, sempre nell’Era Open, a farlo alle sue prime due partecipazioni. Un parterre de roi a cui adesso guarda con l’ambizione di traslare questi successi a pochi chilometri da dove è ormai di casa

Wimbledon sta per cominciare e questa volta Matteo l’affronta con il timbro definitivo del tennista erbivoro; il suo non è stato un exploit temporaneo, ma l’inizio di un processo che lo ha portato ad essere tra i favoriti del torneo tennistico più importante al mondo. Tra quei campi, su quell’erba, solo un anno fa colse una finale che poteva sembrare un successo estemporaneo ma che invece ad oggi rappresenta un tassello verso quel passo finale che lo potrebbe consacrare all’immortalità dello sport e del tennis nello specifico.

Carlo Galati

Olimpia Milano 29 volte campione

Le vittorie hanno sempre tanti padri, pronti a rivendicarne spirito e appartenenza. Mai come nel caso dell’Olimpia Milano e del suo 29esimo scudetto questo è vero. È stata una serie stupenda in cui ha prevalso la squadra più forte e nel cui successo ci sono le mani di tanti, una su tutte: Giorgio Armani.

Sempre vicino alla squadra, sempre al palazzetto ha sollevato con merito quella coppa che è anche e soprattutto sua. E poi Ettore Messina, al suo quinto scudetto personale, è non solo allenatore ma trait d’union che tiene insieme tutto: squadra, dirigenza e tifosi. Ha fatto della difesa in campo un mantra e di quella fuori dal campo un virtù difendendosi da svariati attacchi durante tutta la stagione.

E poi i due capitani, Sergio Rodriguez e Nicolò Melli, fari di una squadra che non è soltanto un’accozzaglia di grandi giocatori ma un gruppo unito che ha trovato a fine stagione la forza di battere una grande Virtus. È lo scudetto di tutti, merito infinito di un’Olimpia mai doma, anzi dominante.

Carlo Galati

Berrettini, ritorno al futuro

Sono passati 58 giorni dall’intervento alla mano destra, un tempo lunghissimo in cui ha dovuto vedere gli altri giocare e competere. Lo abbiamo rivisto in campo a Stoccarda lì dove aveva già vinto nel 2019, per rimettere le cose a posto. Matteo Berrettini è tornato, ha vinto e non poteva esserci notizia migliore.

Non ha mai avuto le stigmate del predestinato, è uomo di sport vero Matteo. Conosce le sue leggi e quelle del tennis che è la disciplina delle seconde opportunità. Le ha previste nel regolamento. Se sbagli una battuta, te ne danno un’altra. C’è sempre subito un nuovo torneo, una nuova occasione. Il plus rispetto agli altri è, coglierle. Matteo ha una tempismo eccezionale in questo.

È il miglior tennista su erba nella storia dello sport italiano e andrà a Wimbledon con la consapevolezza di essere uno della ristretta cerchia dei favoriti. Sembrava impossibile solo qualche settimana fa, non per Matteo. Non è la speranza che tremare il mondo farà, lui fa i fatti. Torna e vince. E si commuove con lacrime vere perché per fare questo ci vogliono quelle. E lui ha dimostrato di averle, ancora una volta.

Carlo Galati

Poeta, giornalista, gentiluomo.

Gianni Clerici, aedo del tennis e dello sport, è stato molto più che un giornalista.

Trascorsa qualche ora dalla morte del novantunenne giornalista e scrittore comasco, le immagini convulse e meravigliose della sua carriera hanno riempito pagine di giornale e televisioni, ribaltate sui social dal piglio nostalgico di chi ha vissuto un’altra era del giornalismo, un’altra era della televisione, un’altra era del tratto di penna che accompagna la voce e la completa, fino a diventare immagine.

Clerici non è stato il Gianni Brera del tennis; non c’è alcun bicchiere di ottimo vino o un video graffiato in 8 millimetri a rendere inmortale una icona novecentesca; semmai ci ricorderemo in uk fermo immagine di un istrionico vecchietto capace di cavalcare la modernità, prestando voce e immagine alla tempesta perfetta della telecronaca televisiva.

Lui e Rino Tommasi non sono preistoria da teche, ma milieu professionale al quale attingere per capire come si possa raccontare una pallina che cambia sempre campo con garbo, eleganza, ironia, sapiente dosaggio di competenza assoluta applicata al vivere ardendo dell’ex tubo catodico, lo stesso che tutto riduce in cenere alla velocità della luce.

Racconto, parole, immagini, passione, sferzante ironia.

Clerici vincerebbe anche domani la sfida dell’on demand, senza aggrapparsi ai tre quarti di nobiltà del proprio pedigree.

Le fragole di Wimbledon non avranno più lo stesso rosso intenso e il bianco obbligatorio delle divise dei tennisti e delle tenniste impallidirebbe ancora senza ascoltare più la voce del tennis; quella voce che all’inizio non piaceva al Berlusca, ma resterà lì, a fare audience e le fortune del tennis raccontato, con lo slang di Rino, l’Americano, e le dotte e infinite divagazioni di Gianni.

Un argomentare che non stancava mai, neanche di fronte a mille scambi da fondo campo fra Gattone Mecir e Mats Wilander, tanto l’eloquio forbito incontrava la simpatia irresistibile e la disarmante bravura.

“Il più grande conoscitore di tennis del mondo”, autore di tomi che resteranno imprescindibili per chi, a capo chino, vorrà orientarsi fra storia, costume e leggenda della racchetta: da “500 anni di tennis” fino alla storia di Lenglen, “Divina”, passando per “Il tennis facile” e “Il tennis nell’arte”.

Il giornalista gentiluomo ha traghettato lo sport da Circoli nell’immaginario popolare, difendendone la nobiltà e l’alterità senza supponenza.

Avrebbe voluto essere accarezzato da McEnroe, ha descritto come nessuno doti, vizi e virtù di Nastase, Borg, McEnroe, Panatta, Lendl, fino ai giovani Nadal e Federer; ha cantato le sfide sull’erba di Martina Navratilova e Chris Evert, ha segnato un’epoca, forse due, più probabilmente tre.

Immaginando il tennis come la Divina Commedia, Clerici sarebbe stato Virgilio, capace lungo novantuno lunghi anni, fra inferni, purgatori e paradisi della quotidianità, di diventare abbastanza adulto da poter fare da guida a chiunque volesse capirci qualcosa di tennis.

La partita è finita, al quinto set, come doveva finire.

In gloria.

Gioco, partita, incontro, Clerici.