
Piove su Roma, piove sulla schiena curva del rugby gallese. Una pioggia sottile, insistente, che lava via la polvere di tante sconfitte italiane e bagna una vittoria che ha il sapore di un passo avanti, di una maturità attesa, cercata, conquistata con sudore e placcaggi. L’Italia batte il Galles 22-15 e il Sei Nazioni, che troppo spesso aveva il sapore amaro della delusione, regala agli Azzurri un giorno da ricordare.
L’Olimpico non è una cattedrale del rugby, ma oggi si è comportato come se lo fosse. Il pubblico c’era, e c’era la voglia di credere che questo gruppo possa dare un senso alla fatica di chi l’ha preceduto. L’inizio è di quelli giusti: l’Italia gioca con disciplina, tenendo il campo con ordine. Garbisi dirige, Allan punisce, Capuozzo danza sotto la pioggia come se il fango non esistesse. La prima meta arriva proprio così, un calcio ben dosato di Garbisi, un guizzo di Capuozzo, meta. Allan trasforma e poi aggiunge punti dalla piazzola. Il Galles, intanto, cerca il bandolo della matassa senza trovarlo. La mischia soffre, i trequarti non incidono. All’intervallo è 16-3 per l’Italia.
Poi, nel secondo tempo, il rugby si ricorda di essere sport crudele. La stanchezza si insinua, le gambe cedono, la pioggia diventa nemica. Il Galles trova una meta con Wainwright, ma sbaglia la trasformazione. L’Italia tiene duro, si aggrappa alla difesa, concede falli, subisce una meta tecnica. Riccioni e Lamb vedono il giallo, e per un attimo il passato sembra tornare. Ma stavolta no. Stavolta l’Italia regge. Allan aggiunge un altro calcio, il tempo scorre, l’ultimo pallone finisce in tribuna. È finita.
Non è solo una vittoria, è una dichiarazione. L’Italia che batte il Galles non è un miracolo, è il frutto di un lavoro serio. Lamaro ha guidato la squadra con la fermezza di un capitano che crede nel futuro. Quesada ha dato un’identità, un equilibrio, una consapevolezza. Ora viene il difficile: confermarsi, crescere ancora. Ma per una notte, sotto la pioggia di Roma, c’è solo una certezza. L’Italia c’è.
Carlo Galati