
C’è un odore particolare nei campi da rugby di provincia. È un misto di terra bagnata, sudore e speranza. A Rovigo, culla ruvida di una passione che non ha bisogno di riflettori, si è scritta una pagina di rugby vero. Non solo perché il Sudafrica under 20 ha battuto in finale la Nuova Zelanda 23 a 15, prendendosi il tetto del mondo. Ma anche perché, qualche ora prima, un’Italia giovane e mai così bella si è presa il settimo posto del Mondiale battendo il Galles 31 a 23. Non era mai successo. E queste sono cose che contano.
I Baby Boks non hanno solo vinto. Hanno dominato con il silenzio operaio del mestiere. Nessun gesto superfluo, nessuna posa. Solo rugby. Hanno stretto la Nuova Zelanda in una morsa fatta di fisico e geometrie. Il mediano Pead che sembrava un chirurgo. Mentoe che ha schiantato la difesa avversaria con una meta da antologia. E poi la mischia, quel coro basso che nel rugby fa la differenza quando la partita si sporca e si stringono i denti.
E se i sudafricani hanno scritto la storia con la forza, l’Italia l’ha fatto con la pazienza. È stato un torneo difficile, in salita, ma i ragazzi azzurri non si sono persi. Contro il Galles hanno giocato con intelligenza, scegliendo quando soffrire e quando colpire. Casartelli ha guidato con l’istinto del leader. Braga e Benni hanno distribuito gioco senza sbavature. Coach Santamaria ha trovato i momenti giusti. Sempre. E il pubblico, quello vero, ha capito tutto: applausi per tutti, non solo per i vincitori.
Il rugby è uno sport dove le bugie si vedono subito. A Rovigo non c’era spazio per le finzioni. Chi ha vinto, ha meritato. Chi è cresciuto, ha seminato bene. E questa Italia che chiude settima è una notizia che pesa. Perché nel rugby non si improvvisa nulla, ma si può sognare, questo sì. A patto di avere gambe forti, e una testa che non molla.
Carlo Galati