L’ Italrugby dei forti cuori e i canguri spenti

L’Italia del rugby a Udine ha fatto qualcosa che non capita tutti i giorni. Non tanto battere l’Australia, già successo, quanto farlo con il passo fermo di chi sa dove andare. Ventisei a diciannove, in una sera che aveva l’odore dell’erba bagnata e delle partite che restano. Non un lampo, non un episodio: una vittoria costruita metro dopo metro, fallo dopo fallo, scelta dopo scelta. Si dice spesso “storica” a sproposito. Qui no. Perché i Wallabies restano i Wallabies, anche quando inciampano. Tre anni fa a Firenze erano caduti di un punto, primo successo dopo diciotto amarezze, stavolta non c’era la sorpresa, c’era la conferma. E la conferma fa più rumore. Parte tutto dal piede sicuro di Garbisi, che apre, ricuce, tiene l’Italia incollata alla partita quando il possesso sfugge e la palla scivola via in avanti nel momento meno opportuno. Sei a zero, poi l’Australia che si infila con pazienza: una maul precisa, poi il varco visto da Bell, braccia protese e meta. Sotto di sei, gli azzurri non si scompongono: chiunque abbia visto rugby sa quanto valga la calma.

Si va al riposo 9-12, partita viva, testa accesa. L’inizio ripresa è un romanzo di piccole imperfezioni: un passo lungo, un passaggio non morbido, l’ovale che fa quel rimbalzo birbone, ma l’Italia non arretra. Pareggia ancora Garbisi. Poi l’arbitro Brace concede una meta che sa di beffa (palla persa in avanti, tutto il mondo lo vede, ma non il fischietto). Sotto di sette, era il punto in cui di solito si spegneva la luce, non stavolta. La reazione è la fotografia di questa squadra: possesso paziente, fiato lungo, zero gesti teatrali. Palla larga per Louis Lynagh, che schiaccia alla bandierina: figlio di Michael, una storia che si chiude in cerchio. Tre minuti dopo, Monty Ioane rientra, prende due difensori, va oltre: altra meta, altro pezzo di memoria che si impara a memoria. Il finale è difesa pura: no placcaggi disperati, no panico, solo ordine. E il pallone recuperato da Cannone è una firma, non una liberazione. L’Italia vince. Bella. Giusta. Senza dover chiedere scusa a nessuno.

Carlo Galati

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