
A Gigi Riva sono legati i ricordi di più generazioni contemporaneamente, generazioni che in lui hanno visto un giocatore eccellente ed un uomo insuperabile. Un campione di signorilità e di coraggio, un coraggio che gli costò la frattura di una gamba in nazionale, infortunio che lo tenne fuori dal campo per tantissimo tempo, per poi tornare con lo stesso piglio, la stessa inimitabile e, per certi versi irraggiungibile, forza. Perché forza e signorilità lo hanno accompagnato in tutta la sua vita anche quella fuori dal campo, da dirigente impeccabile della Nazionale Italiana, che tutti vedevano come un punto di riferimento, una roccia solida a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Come quando Roberto Baggio, calciò alto quel maledetto rigore di Pasadena. Gigi Riva era lì, ad abbracciarlo, a consolarlo.
E poi Cagliari, la Sardegna. Lui varesotto di nascita ma sardo di vita, ha rifiutato quello che adesso sembrerebbe impossibile rifiutare: soldi, successo, vittorie. Tutte cose superflue se contestualizzate nella loro sfera materialistica, esaltate se rapportate a quello che poi è stato il Cagliari. Campione d’Italia nel 1970, una delle squadre più belle che il calcio italiano abbia mai avuto, con alla guida l’irripetibile campione e capitano. Emblema di un popolo che in lui vedeva, negli anni ’70, anni di migrazioni e difficoltà, un punto di riferimento, una bandiera da sventolare. Un mito. E i miti non vanno discussi per definizione, ma ammirati. Ed è con quella ammirazione che salutiamo Gigi Riva, calciatore, uomo, mito, emblema di un mondo che non c’è più.
In campo poi, giocatore eccezionale, primo attaccante moderno: uno che giocava in costruzione con la squadra, ma che sapeva girarsi in aria di rigore o attaccare la porta in verticale, dribblando e calciando verso la rete. Come in quell’Italia-Germania di Messico ’70 o come le tante reti, 35 in 42 partite, che ne fanno a tutt’oggi il cannoniere più prolifico della storia italiana.
Carlo Galati @thecharlesgram