
Alza le braccia al cielo, sorridendo. Un sorriso che racchiude tutto il bello di un viaggio lungo tre settimane, un viaggio lungo l’Italia che lo ha consacrato in maglia rosa. Tadej Pogacar è il monarca di questo Giro, un re dal cuore grande, non soltanto nella declinazione più strettamente legata alla visione romantica del ciclismo, inteso come sport di fatica, sudore e lacrime. Il ragazzo di Komenda ha dato una lezione a tutti, nei risultati e nel come andrebbe inteso lo sport, del significato più stretto della parole campione. Lo ha dimostrato eguagliando Eddy Mercx nelle vittorie al Giro in maglia rosa, cinque come il Cannibale e sei in totale, lo ha dimostrato nelle splendide azioni di Livigno o sul Monte Grappa. Lo ha dimostrato regalando sempre un sorriso a tutti e una borraccia ad un bambino durante il momento di massimo sforzo. Ecco dove sta la sua grandezza.
Solitamente chi vince come lui, ha sempre con se quella vena di antipatia, figlia alle volte dell’invidia che in molti hanno, vittime della sindrome dell’uva acerba, travestiti come sono da volpi. Invece Pogacar, non solo non suscita alcun tipo di sentimento negativo nei suoi colleghi, consapevoli che quel tipo di talento sia un dono della natura, impossibile da declinare su tutti, ma soprattutto non è divisivo sulle strade: i tifosi di ciclismo si inchinano ai lati delle strade di fronte ad uno dei più grandi della storia moderna, e non solo, di questo sport. Come sul Monte Grappa, piccola enclave divisa a metà tra tifosi italiani e sloveni rapiti dal più forte di tutti.
Strappando emozioni ad ogni latitudine ha travolto tutto e tutti ma lo ha fatto col sorriso. Non soltanto la classe, non soltanto il fuoriclasse, questo è un campione che pedala e vince col cuore, uno che ha fatto piangere tutti, di gioia, di emozione e di stupore. Ha incantato sui pedali e si candida ad essere il più forte di tutti, il più forte di una generazione di fenomeni che guarda già a ciò che sarà tra un mese. Chapeau Tadej.
Carlo Galati @thecharlesgram