
Abituarsi ad un’idea, non vuol per forza dire abituarsi ad un dato di fatto. L’idea vola, ispira, traccia un solco profondo dentro il quale però le azioni devono concretizzarsi, dando vita all’idea. Jannik Sinner non è più un’idea, è azione. È dato di fatto. Ma soprattutto è vittoria, ed è l’abitudine alla vittoria, un concetto a cui siamo abituati da anni, ma godendone sempre da una prospettiva esterna: adesso il protagonista veste il colore azzurro, gioca per l’Italia e sta facendo innamorare un Paese intero. La vittoria conseguita ad Halle, è l’ennesima dimostrazione di questa abitudine. Quattro 500 vinti nelle ultime quattro partecipazioni, ottavo giocatore a vincere il primo torneo da numero 1 al mondo e insieme a Federer l’unico capace di vincere ad Halle da numero uno. Questi non sono numeri, sono sentenze.
E la cosa che stupisce è che a tutto ciò ci si abitui considerando il tutto una normalità che però non apparteneva al tennis italiano e che non le è mai appartenuta. Almeno finora. Andando oltre Sinner non possiamo non ricordare la vittoria, sempre ad Halle, di Bolelli/Vavassori (coppia numero 1 della race) o la finale raggiunta da Lorenzo Musetti al Queens, lì dove solo qualche anno fa Berrettivi dominava. Insomma, ci siamo riscoperti un popolo di erbivori e tutto questo non stupisce più, ci abbiamo fatto l’abitudine. E così ci si avvicina a Wimbledon, il torneo dei tornei, il luogo dove ritrovare la bellezza e la vera essenza di questo sport, sì globale, ma ancora dall’anima ancorata alle sue tradizioni.
Fino a qualche anno Wimbledon significava sperare in un terzo turno, miraggio la seconda settimana, offuscati com’eravamo dalla grandezza di sua altezza Roger Federer o di Nadal o di Djokovic. Ad arrivare per primo fu Matteo Berrettini, che segnò quella strada figlia dell’idea che diventa azione. Poi Jannik e con lui oggi una spedizione da sogno. L’abitudine a sognare adesso è una realtà.
Carlo Galati @thecharlesgram