
Solo chi non ha mai provato la corsa può pensare che l’impresa di Nadia Battocletti, argento sui 10000 metri ai giochi olimpici, possa essere una cosa “normale”.
La corsa di fondo è una esperienza quasi mistica, nella quale ogni atleta raggiunge e oltrepassa i propri limiti, sintonizza i propri battiti con il passo che ticchetta sull’asfalto o sulla pista, parla con se stesso in quelle ore e ore passate fra ripetute e lavori speciali.
Sempre, ad ogni gara, a volte persino in allenamento: sudore e fatica.
Nadia, classe 2000, ha fatto irruzione nel circuito dell’atletica partendo dalle campestri, con le caviglie sporche di fango e un fisico minuto e teso come una corda di violino, nel patrimonio genetico un padre ex mezzofondista e maratoneta e una mamma ottocentista.
All’ultimo europeo ha sbancato i 5000, teoricamente la sua gara, e anche i 10000, quasi per inerzia; qui a Londra sembrava destinata al ruolo di quarta incomoda, dopo il piazzamento alle spalle delle africane sui 5000.
E invece il destino, travestito da talento puro e cristallino, aveva in serbo per lei e per l’atletica italiana una serata magica: quella nella quale l’inossidabile e ineluttabile certezza del dominio africano nel fondo e nel mezzofondo viene messo in dubbio dall’ennesima Italiana mai doma, un metro e 69 per 49 chili di metallo prezioso.
D’argento, per la precisione, a qualche centimetro dalla Chebet e con tre quarti d’Africa a guardarle le caviglie.
Gli dei della corsa danzano nell’Olimpo, chi lo avrebbe mai detto, al ritmo dell’Inno di Mameli.
Lo stupor mundi, come sempre, è roba nostra.
Paolo Di Caro