
A Bruno Pizzul non servivano effetti speciali. Non alzava la voce, non cercava il titolo a effetto, non inseguiva la polemica. Raccontava il calcio con la misura di chi sapeva che una telecronaca è un servizio, non uno spettacolo. In un’epoca in cui i telecronisti sembrano dover dimostrare ogni secondo quanto siano emozionati, lui rimaneva fedele al suo stile: sobrio, elegante, pulito.
Se n’è andato oggi, e il calcio italiano è un po’ più solo. Nato a Udine nel 1938, Bruno era figlio di un altro calcio e di un’altra Italia. Un’Italia di radioline gracchianti e voci che raccontavano le partite con precisione chirurgica. Un’Italia dove il giornalismo sportivo aveva il tono della competenza e non della tifoseria.
Il calcio lo aveva amato prima con i piedi, poi con la voce. Mezzala di talento, aveva giocato da Catania a Udine, prima che un infortunio gli chiudesse la strada. Da lì in avanti, aveva scelto un altro modo di stare nel pallone: con la parola. E che parola.
Dal 1986 al 2002 è stato la voce della Nazionale italiana. Ha raccontato la cavalcata spezzata di Italia ’90, la notte magica di Berlino ’96, la beffa di Euro 2000, il buio di Corea e Giappone. E sempre con il suo stile. Mai un urlo di troppo, mai un eccesso. Se l’Italia segnava, lui aspettava che lo stadio parlasse prima di lui. Un gol lo raccontava come si racconta un quadro: con pochi tratti essenziali, senza mai soffocarlo.
Non era un cronista da bar. Se volevi sapere se la palla fosse entrata o meno, lo capivi subito. Se cercavi l’insulto all’arbitro o la battuta sugli avversari, meglio cambiare canale. Pizzul era uno di quelli che ti facevano sentire intelligente. Ti spiegava il calcio senza urlarlo, senza masticarlo e risputartelo in bocca. Ti lasciava spazio per pensarci su.
Quando nel 2002 lasciò la Rai, si portò via un pezzo di calcio che non c’è più. Oggi che ci lascia definitivamente, quel pezzo diventa ancora più lontano.
Bruno se n’è andato, e con lui un’idea di giornalismo che ci mancherà. Un giornalismo che rispettava il gioco e chi lo ascoltava.
Buon viaggio, Bruno è stato tutto molto bello.
Carlo Galati