
E sono otto. Otto Monumento. Ma questo non è un numero, è un presagio. Perché otto è anche il numero dell’infinito, e Pogacar pare proprio una cosa così: infinito. Quello che Tadej ha fatto sul Vecchio Kwaremont ha il sapore delle cose destinate a restare, come un verso di Prévert, come la carezza che tua madre ti dava prima di dormire. Non è una vittoria, è un gesto artistico. Il mondo va veloce, lui va a tempo. E spesso lo detta.
Vince con la maglia iridata, e quella maglia non è mai banale. Se la porti come lui, è un segnale: sono il più forte, ma anche il più elegante. Ha scelto il momento giusto, con la solita flemma da maestro di scacchi. Van der Poel, che di solito è una colata lavica, oggi sembrava una candela accesa al vento. Ha provato a resistere, ma quando Pogacar se ne va, è come se si chiudesse una porta dietro di lui. Puoi bussare quanto vuoi, non ti aprirà.
Oudenaarde lo accoglie come si accoglie uno di casa. E non importa se è sloveno: quando fai cose così, parli la lingua universale del ciclismo. Gli altri arrivano dopo: Pedersen, Van der Poel, Van Aert, Stuyven. Poi Ganna, ottavo. Buona prova, certo, ma Pogacar gioca in un altro sport, sembra. Un ibrido tra un passista degli anni ’60 e un grimpeur colombiano con la testa di un ingegnere e il cuore di un poeta.
Tra una settimana lo aspetta Roubaix. L’Inferno. Ma chi ha visto oggi il suo volto sul Kwaremont, sa che il fuoco non lo brucia, semmai lo accende. Hinault vinse là nel ’81. Da allora, nessun altro Tourminator ha osato. Ma Tadej non è “altro”. È oltre. E quando corre, lo senti che il ciclismo, quello vero, quello che profuma di tubolari e fatica, è ancora qui.
Carlo Galati