
Quando perdi il primo set 6-1 in meno di mezz’ora contro uno come Tsitsipas, tre volte campione qui, di solito è già scritto come va a finire. Ma Lorenzo Musetti non ha letto quel copione. Oppure l’ha letto, gli è sembrato banale, e ha deciso di riscriverlo a modo suo. Con la pazienza di un artigiano e il coraggio di un ragazzo che sa che certi treni non passano due volte.
Ha vinto 1-6 6-3 6-4, ed è stata una vittoria che ha avuto dentro quasi tutto. Il tennis a momenti, la poesia in certi rovesci, il sudore sempre. E anche il rischio, perché quando prendi un’imbarcata così nel primo set non è che ti vengano solo pensieri positivi.
Tsitsipas aveva cominciato come se dovesse dare una lezione: spingeva, comandava, accorciava gli scambi. Lorenzo sembrava perso, fuori giri. Ma poi – succede raramente, ma succede – qualcosa ha girato. Non d’improvviso, ma come una corda che si tende piano. Ha tenuto un turno di servizio, poi un altro, poi ha cominciato a rispondere meglio. Più profondo, più pesante. Come se nel campo ci fosse un altro Musetti, uno che non voleva uscire in silenzio.
Nel secondo set ha preso un break e non l’ha più restituito. Tsitsipas ha iniziato a sbuffare, a guardare il padre più del necessario. In certi frangenti il greco è come quei campioni che sembrano invincibili finché non li tocchi nel punto debole: l’orgoglio. E Lorenzo, con quel suo tennis che pare leggero e invece pesa, glielo ha toccato più volte.
Il terzo set è stato battaglia. Equilibrio sottile, pochi punti di differenza. Ma si è avuto spesso l’impressione che l’inerzia fosse dalla parte del carrarino. Il break sul 3-3 è stato quello che decide, e da lì Musetti non ha più tremato. Ha chiuso con un rovescio lungo linea, come a dire: questo è il mio colpo, questa è la mia giornata.
Non sarà (ancora) un campione affermato, Musetti. Ma oggi ha battuto uno vero, su una terra nobile, con una rimonta da uomo. E questo non glielo toglie più nessuno.
Carlo Galati