
Montecarlo è il salotto buono del tennis europeo, quello dove la terra rossa bacia il mare, attraversati dai dolci sapori di una primavera che abbiamo assaporato in questa settimana, ma mai totalmente fatto nostra; un posto dove si vive in una costante sfida stilistica tra uomini e donne che non fanno altro che ricordati dove ti trovi, tra vestiti e accessori per molti neanche immaginabili, In mezzo a tanto charme, c’è anche il tennis. Quello vero. Sul campo che profuma di nobiltà e di Nadal, Carlos Alcaraz si prende tutto. Il titolo, l’applauso, e pure un bel pezzo di futuro.
Contro Lorenzo Musetti, uno che sa suonare la racchetta come una chitarra classica, il giovane murciano ha dovuto aspettare il secondo set per cambiare spartito. Il primo l’ha giocato meglio l’azzurro, con variazioni da manuale, colpi in controtempo e quella leggerezza d’animo che spesso dura quanto un soufflé. 6-3 per Musetti, che intanto faceva sognare gli italiani e scartare prosecco nei bar.
Poi, come succede nelle migliori delle storie narrative, arriva il capitolo della crescita. Alcaraz cambia marcia, anzi cambia motore. Accelera col dritto, azzanna col rovescio, alza la voce negli scambi lunghi. Il secondo set finisce 6-1: è l’anticamera della bandiera bianca per un Musetti dilaniato dai problemi fisici. Il terzo non è neppure una partita: 6-0, come a dire “grazie e arrivederci”. Musetti, stanco, con una gamba che fa cilecca e lo sguardo basso, resta in campo per onore. Che non è poco, ma non basta.
Alcaraz alza il trofeo sotto gli occhi del sole e dei tabloid, firma il suo primo Masters 1000 da queste parti e sale al secondo posto del ranking. Dietro solo a Sinner, che osservava da lontano, magari un po’ contrariato. Ma oggi c’era da applaudire Carlos, che entra nell’albo d’oro con i grandi di Spagna: Nadal, Ferrero, Moya. A 21 anni, con un tennis che pare più ispirazione che geometria.
Per Musetti resta il sapore amaro del quasi. Ma anche il profumo – intenso – di quello che potrebbe essere. Perché il tennis, a volte, sa anche aspettare.
Carlo Galati