Papa Francesco e lo sport, l’ultimo dribbling

Se n’è andato oggi Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio, argentino fino all’osso e vescovo del mondo per chiamata divina. Un Papa che, pur vestendo bianco, ha sempre avuto il cuore nei colori popolari, quelli del San Lorenzo, squadra del barrio e della fede, dei sogni che rotolano su un campo da calcio, come pane e Vangelo. Con lui, lo sport non è mai stato una distrazione. Era qualcosa di più serio, qualcosa che parlava d’uomo. Francesco lo ha detto spesso, in molte lingue e senza bisogno di traduttori: lo sport è scuola di vita, è palestra del cuore, è allenamento alla lealtà. E non lo diceva da spettatore distratto: lo diceva da uomo che conosceva la polvere dei campi, l’odore del sudore, la fatica dell’allenamento. 

Aveva questa idea, Francesco, che il campo da gioco fosse un’estensione del pulpito. Che un gol, un canestro, valessero quanto una predica ben fatta. Perché lo sport insegna, come il Vangelo, a rialzarsi dopo una caduta, a giocare per gli altri, non contro. Amava il calcio, certo, ma non era cieco al resto. Il rugby lo definiva “metafora perfetta della Chiesa: si avanza solo se si sta uniti”. La boxe, “coraggio e disciplina”. Il ciclismo, “sacrificio in salita e gioia nella discesa”. Una volta disse che ammirava il portiere, perché è l’unico che può salvare. Anche lì, una pennellata evangelica in un gesto sportivo. C’è stato un Francesco che ha parlato agli sportivi durante le Olimpiadi, e uno che ha ascoltato storie di vite spezzate dallo sport-malato. E forse è questo che mancherà di più: la capacità di vedere nello sport qualcosa di più di un risultato, di vederci la possibilità di redenzione.

E mentre il mondo lo saluta con voce rotta e bandiere a mezz’asta, forse in qualche campetto polveroso di Buenos Aires un ragazzino con la maglia del San Lorenzo calcia un pallone come fosse una preghiera, perché glielo ha insegnato il Papa, che il vero gioco si fa con il cuore e per gli altri. E allora sì, buon viaggio Papa Francesco; che lassù ci sarà un campo dove si gioca per il gusto di farlo, dove il fischio finale non arriva mai.

X: @carlogalati

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