
Nella domenica della Santissima Trinità, è andato in scena qualcosa di raro: il Giubileo dello Sport. E sul campo più grande, la Basilica di San Pietro, a dare il calcio d’inizio non è stato un arbitro, ma Papa Leone XIV.
L’omelia, però, non sembrava un sermone. Sembrava un discorso da bordo campo. Il Papa ha guardato i volti degli atleti, dei dirigenti, dei bambini in maglia sportiva, e ha detto una cosa che ha spiazzato tutti: “Dio gioca.”
Ha parlato della Trinità come di una danza. Una parola difficile – pericoresi – per dire che Dio è movimento, relazione, apertura. E che ogni gesto autentico, anche sportivo, può rispecchiare questo dinamismo. “Dio non è statico,” ha detto. “È comunione viva.”
E poi è arrivato quel “Dai!” che risuona su ogni campo. Il Papa lo ha preso sul serio. “È l’imperativo del verbo dare,” ha spiegato. Non solo prestazione fisica, ma darsi per gli altri. Per crescere, per chi ci sostiene, anche per chi ci sfida.
Ha costruito la sua omelia come una partita a tre tempi:
Primo, contro l’individualismo, il valore della squadra.
Secondo, contro l’astrazione digitale, la concretezza del corpo.
Terzo, contro la cultura della vittoria a ogni costo, l’arte – preziosa – di saper perdere.
“L’atleta che non sbaglia mai non esiste,” ha detto. Come dire: non si diventa santi né campioni senza cadute. Lo sapeva Pier Giorgio Frassati, beato alpinista e prossimo santo, che saliva le vette col cuore leggero e lo zaino pieno di vangelo.
Alla fine, il Papa ci ha lasciato un’ultima immagine: Maria che corre da Elisabetta, con passo veloce e amore pronto. Come un’ala che parte a tutta, non per gloria personale, ma per servire.
E allora, in questa giornata speciale del Giubileo dello Sport, Papa Leone XIV ci ha ricordato che il gioco più bello è quello che non finisce, dove la gioia è piena e il campo è l’eternità.
Carlo Galati