
Se la finale femminile di Wimbledon fosse stata un film, sarebbe un bianco e nero senza musica. Né i violini del patetismo, né i tamburi della rivolta. Solo il rumore sordo di una porta che si chiude. Iga Swiatek ha battuto Amanda Anisimova 6-0 6-0. Dodici giochi a zero. Come uno di quei treni che passano senza fermarsi, e se ti trovi sul binario sbagliato, puoi solo scostarti e guardarlo sfrecciare. Ma nemmeno troppo, perché a malapena lo vedi. Troppo veloce.
In 57 minuti Swiatek ha compiuto qualcosa che rimarrà nei libri, ma non nei racconti. Perché il dominio non appassiona, non accende dispute, non alimenta il tifo. Il dominio, quello assoluto, mette in soggezione. E lei, Iga, lo sa. Ha ricevuto il trofeo dalle mani della Principessa di Galles con la stessa delicatezza con la quale si entra in una chiesa vuota: senza alzare la voce, con lo sguardo basso e il rispetto per la storia, ma la storia, oggi, la scrive lei.
Sarebbe ingiusto dimenticare le due settimane di Amanda. A 23 anni, con una carriera già piena di inciampi e di rinascite, ha incantato il pubblico di Wimbledon con il suo tennis pulito, classico, da romanzo americano. Ha battuto Sabalenka in semifinale, ha resistito alla pressione dei grandi campi e si è guadagnata un posto nell’ultimo match. Poi si è smarrita: “in campo era come congelata. Non riuscivo a respirare; mi sarei immaginato diversamente la mia prima finale Slam. Succede. Succede soprattutto contro una Swiatek così, ma dopo aver superato le sabbie mobili della depressione che l’hanno allontanata dal tennis, saprà tornare in alto”.
La perfezione, diceva Borges, è una condanna. Ma chi ama il tennis sa che esistono giornate in cui tutto quadra, tutto fila, e l’armonia tra mente, corpo e racchetta diventa un’arte silenziosa. Oggi sul Centrale non c’era spazio per il pathos, solo per l’ammirazione. Iga Swiatek ha portato in dote la sua freddezza, la sua lucidità, la sua fame composta. Ha portato anche la Polonia con se, un intero popolo che l’ha sostenuta e orgogliosamente tifata sempre, anche quando le cose andavano male. Oggi la gioia è di tutti, una gioia fantastIGA.
Carlo Galati