
La salita di Montmartre non perdona. Né alla Parigi degli innamorati né a quella dei ciclisti. Tre volte l’hanno affrontata, nella tappa finale di un Tour che abbandona la passerella per ritrovare la fatica, l’epica. E in cima, quando la pioggia batteva sulle pietre e l’Arco di Trionfo sembrava più lontano che mai, c’era lui: Wout Van Aert. In fuga con Pogacar, Mohoric, Ballerini, Jorgenson, Trentin. L’ultimo giro lo ha preso in mano e lo ha fatto diventare suo. Da solo. Quello che nel 2021 vinse in volata l’ultima tappa, oggi vince per distacco. Uno che non fa rumore, ma lascia il segno. Il decimo al Tour. Chapeau.
Ma la festa, la vera festa, è per Tadej Pogacar. Ventisei anni, dieci mesi, sei giorni. Quattro Tour. Più giovane di Merckx a scrivere la quarta croce sull’Alpe della leggenda. Un Tour dominato, quattro tappe vinte, maglia a pois sulle spalle come ciliegina, e sempre, sempre sul podio da sei edizioni consecutive. Una fedeltà alla grandezza che diventa abitudine. Il campione del mondo che torna a vincere la Grande Boucle, come non accadeva dal 1990 con LeMond. Ai suoi fianchi, come in un film visto più volte, Jonas Vingegaard, e poi il sorprendente Lipowitz, tedesco con un passato nel biathlon e un futuro che adesso ha contorni nitidi.
C’è anche un’Italia che canta. Lo fa con la voce di Jonathan Milan, friulano del 2000, che con le gambe lunghe e il sorriso timido ha conquistato la maglia verde. Non la si vedeva sulle spalle di un azzurro dal 2010, quando Petacchi chiuse un cerchio. Due tappe vinte, a Laval e Valence. Spingendo forte quando serviva, restando calmo quando bastava. Bitossi, Petacchi, Milan. Un tris che dice che qualcosa, anche da noi, si muove.
Il Tour chiude così, tra storia che si scrive e sogni che si inseguono. Con Parigi che sorride e Montmartre che applaude.
Carlo Galati