
Ventitré anni non sono pochi, in sport sono quasi un’era geologica. Nel frattempo cambiano le mode, i palloni, gli allenatori e spesso anche la memoria. Ma quel che resta, se resta, è la sostanza: la voglia di vincere, il senso di appartenenza, la capacità di alzarsi quando sembra finita. A Bangkok, davanti a una folla che rumoreggiava e applaudiva a ogni schiacciata, le ragazze dell’Italvolley hanno ripreso il filo lasciato a Berlino nel 2002. E lo hanno fatto a modo loro: soffrendo, cadendo, rialzandosi, stringendo i denti.
Finale contro la Turchia di Daniele Santarelli, un italiano in panchina dall’altra parte della rete. Una partita che non si dimentica facilmente: 3-2, parziali da montagne russe (25-23, 13-25, 26-24, 19-25, 15-8). Set giocati come duelli al sole, palloni che scottavano, altezze da vertigini. Non è stata la danza elegante della semifinale col Brasile: è stata piuttosto una battaglia, a chi teneva di più il braccio e la testa. Nel secondo e nel quarto set l’Italia ha vacillato, quasi smarrita. Nel quinto, invece, ha trovato energia e lucidità, come se la fatica fosse ossigeno.
Sylla ha trascinato con un cuore grande, De Gennaro ha coperto ogni angolo di campo con la leggerezza e la certezza delle grandi libere, Egonu e Antropova hanno chiuso i conti nei momenti che contano davvero. Facce tese, mani alzate, sguardi che non mollavano un centimetro. La 36ª vittoria consecutiva non è un numero sterile: è la conferma che questa squadra vive in una dimensione speciale.
Dopo l’oro olimpico di Parigi, dopo due Nations League vinte, adesso anche il titolo mondiale. È un cerchio che si chiude, ma non in silenzio: con urla, abbracci, lacrime. Un en plein che segna la storia della pallavolo italiana e mondiale.
E poi c’è Julio Velasco. Nel 1990 regalò all’Italia maschile il primo titolo mondiale, aprendo la strada alla Generazione di fenomeni. Oggi, trentacinque anni dopo, ha accompagnato le donne sul tetto del mondo. Non è un caso, non è mai un caso. È mestiere, cultura, testardaggine. È la mano ferma di chi sa che nello sport, come nella vita, si vince da squadra insieme.
Carlo Galati