Jacobs, il campione smarrito a Tokyo

Tokyo non perdona. Non lo fa con i turisti, che arrancano nel dedalo delle sue strade, né con i campioni olimpici che tornano sullo stesso tartan con un corpo più pesante e una testa più ingombra. Marcell Jacobs, oro cinque anni fa su questa pista, stavolta ha trovato soltanto una semifinale e un cronometro impietoso: 10’’16. Per andare in finale serviva qualcosa sotto i 10’’, serviva insomma un altro Jacobs.

È stato lui stesso, con voce bassa e parole senza orpelli, a raccontare cosa significa sentirsi lontano da se stessi: “Una stagione di sofferenza come tante altre. Ho promesso che se avessi avuto ancora un anno così avrei pensato di fermarmi. E ci sto pensando. Correre 10’’16 è come tornare a quando facevo salto in lungo: mi sento pesante, poco fluido, l’opposto di quello che ero un anno fa”.

C’è la stanchezza che non è solo fisica. “Vivere venti ore su ventiquattro solo di atletica non è più semplice, non ho più ventidue anni. Ho bisogno di liberare la testa”. Poi le crepe che diventano dubbi: “Non voglio correre solo per partecipare. Qui a Tokyo ci speravo, pensavo che l’aria potesse darmi la spinta in più. Ma non è stato così. I miei figli mi vogliono a casa, mia moglie invece mi dice di continuare. Vediamo”.

Dentro c’è l’uomo più che l’atleta. I figli, il tempo che passa, le promesse fatte a se stesso. E un Europeo all’orizzonte, a Birmingham, con la possibilità di diventare il primo a vincere tre titoli consecutivi sui 100 metri. Un’idea che resta lì, sospesa, come il suo futuro.

Jacobs non ha chiesto applausi, non ha cercato giustificazioni, ha ammesso la fatica e la disillusione, ha lasciato un “vediamo” come unica finestra aperta. A noi non resta che sperare che quella finestra si trasformi in una porta, e che Marcell abbia ancora voglia di attraversarla, perché i campioni, anche quando inciampano, sanno sorprendere di nuovo. E l’Europa, tra un anno, potrebbe ancora essere il suo palcoscenico. Ancora una volta, forse davvero l’ultima.

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