
C’è una solennità che profuma di storia nella Sala dei Corazzieri del Quirinale, quando lo sport entra in punta di piedi nelle stanze della Repubblica. È lì che l’Italia ha consegnato la sua bandiera a chi la porterà nel mondo, verso Milano-Cortina 2026. Ed è lì che Federica Brignone ha parlato con la voce ferma di chi sa che ogni traguardo è figlio di una strada mai dritta.
“Sono onorata e molto emozionata, la mia strada per arrivare oggi qui non è stata facile e scontata”, ha detto. E in quelle parole c’era tutto: la gloria, certo, ma anche la fatica. Perché la sciatrice italiana più vincente di sempre, a primavera, era caduta dentro uno di quegli inverni improvvisi che la carriera di un atleta a volte impone: una frattura scomposta al piatto tibiale e al perone, il dubbio delle Olimpiadi di casa che rischiava di diventare un sogno sospeso. Otto mesi dopo, Federica c’è. E questo, più di ogni medaglia, racconta chi è.
“Rispetto, lealtà, determinazione, divertimento. Piedi per terra nei momenti di gloria e coraggio per rialzarsi in quelli difficili”. Brignone parla come scia: senza fronzoli, con equilibrio. Sarà la sua quinta Olimpiade, ma anche la prima in Europa, in Italia, nel suo Paese. Un privilegio da vivere senza retorica, con gratitudine.
Ad accoglierla, lo sguardo complice del Sergio Mattarella, che non ha nascosto l’emozione: “Siamo contenti di vedere Brignone pronta e determinata. Contavamo su questo quando ci siamo sentiti mesi fa”. Parole che pesano come un incoraggiamento nazionale: perché quando l’Italia ospita i Giochi, non porta solo sport, ma cultura, ospitalità, identità.
Insieme a lei, altri cinque portabandiera: Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Amos Mosaner e la stessa Brignone a Cortina, Chiara Mazzel e René De Silvestro per la squadra paralimpica. Pellegrino ha dedicato il momento al nonno Gino, Fontana ha parlato di promessa ai giovani. Storie diverse, unite dallo stesso filo.
Ora resta la pista, che è sempre giudice severo. Federica ha accelerato, ha ritrovato naturalezza, ma la gara è un’altra cosa. Poco più di un mese dirà se il corpo seguirà il cuore. Intanto, però, la bandiera è già al suo posto: sulle spalle giuste, con la neve negli occhi e l’Italia dietro.
Carlo Galati