Meno effetti, più identità: l’Italia firma una cerimonia di classe

Sobria, elegante, profondamente italiana. La cerimonia inaugurale di Milano-Cortina 2026 ha scelto una strada precisa e, per certi versi, controcorrente: rinunciare all’eccesso per puntare sulla misura. Una scelta che, inevitabilmente, la mette in relazione con l’ultima apertura olimpica di Parigi, spettacolare ma spesso sopra le righe, Celine Dion a parte, fino a diventare, in alcuni passaggi, l’emblema di un’estetica più rumorosa che memorabile.
A San Siro, invece, l’Italia ha raccontato se stessa senza urlare. Colori, musica, arte e sport si sono intrecciati in una narrazione coerente, dove ogni elemento aveva un senso preciso. Dall’omaggio alla bellezza classica con Amore e Psiche fino alla sequenza dedicata alla scienza con Samantha Cristoforetti, il filo conduttore è stato chiaro: costruire armonia, non stupire a tutti i costi.

La scelta di un linguaggio sobrio emerge anche nei simboli. Il braccialetto luminoso del pubblico, l’Inno eseguito tra Milano e Cortina, la Fiamma accompagnata da icone dello sport come Tomba e Compagnoni: tutto pensato per dare centralità al significato, non all’effetto. Persino i momenti più spettacolari — da Armani a Mariah Carey — non hanno mai travalicato il racconto, restando parte di un equilibrio complessivo.

È qui che si misura la differenza. Parigi aveva cercato l’impatto immediato, l’Italia ha scelto la durata. Meno provocazione, più identità. Meno artificio, più cultura. Una cerimonia che non ha avuto bisogno di eccedere per lasciare il segno e che, proprio per questo, restituisce l’idea di un Paese consapevole della propria storia e del proprio stile.
Milano-Cortina parte così: con un gesto di eleganza. E con la sensazione che, in un tempo dominato dal rumore, la sobrietà possa essere ancora la forma più potente di spettacolo.

Carlo Galati

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