Luna Rossa e Italrugby, il volto femminile della vittoria

Le donne vincenti sono l’emblema oggi dello sport italiano. Due sono le imprese compiute da squadre italiane, composte da atlete che hanno dedicato la loro vita a degli sport dalle forti tradizioni maschili e che hanno regalato gioie immense a loro e a tutti noi. Rugby e Vela, gioie azzurre, anzi rosa. Luna Rossa ha conquistato la Coppa America, l’ItalRugby battendo il Sudafrica, a casa loro, ha conquistato il pass per la coppa del mondo che si giocherà il prossimo anno in Inghilterra. Insomma, se non è storia questa, non sapremmo come definirla.

Ma andiamo per ordine, temporale nello specifico. La palla ovale ha nel suo tipico rimbalzo, l’incertezza del momento. Ma per quanto incerto sia, finisce sempre, in un modo o nell’altro nelle mani dei più forti. Che solitamente è il Sudafrica, nazione che ha trovato in questo sport significati che vanno oltre la mera esecuzione atletico/sportiva, ma che a cospetto delle azzurre ha sofferto, tremato e alla fine ceduto. A vincere infatti sono state le coraggiose ragazze guidate da Coach Ranieri rimontando due volte. Lo hanno fatto nel primo tempo con doppietta di Turani e la marcatura di Sillari. Nella ripresa l’Italia ha saputo soffrire e stringere i denti, vincendo per 23-19 e staccando il pass per il mondiale. Tanta, tantissima roba.

Non passa neanche qualche minuto, che dalle acque di Barcellona, lì dove solo una settimana fa l’acqua si confondeva con le lacrime di delusione, oggi quelle lacrime sono dolcissime perché hanno il gusto della vittoria. Una vittoria in Coppa America è il sogno di ogni velista, conquistarla rappresenta qualcosa che si avvicina al Nirvana spirituale. E se vogliamo aggiungerci qualcosa, mettiamoci il fatto che questo successo sia arrivato battendo le britanniche di Athena Pathway. Una piccola rivincita servita alla scuola britannica. Il women team di Luna Rossa Prada Pirelli è composto da Giulia Conti e Margherita Porro (timoniere), Maria Giubilei e Giulia Fava (trimmer), Alice LinussiMaria Vittoria Marchesini e Giovanna Micol: ricordiamoci questi nomi. Ricordiamoci di questi successi. Ad maiora.

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi: rugby, l’oro di Francia

La serata parigina si è accesa di orgoglio e passione quando la Francia ha trionfato nel rugby a 7, vincendo la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi 2024. In una finale mozzafiato allo Stade de France, i Bleus hanno superato le Isole Fiji, campioni in carica, con il punteggio di 28-7.

La finale è stata un incontro intenso fin dai primi minuti, con le Fiji che hanno messo subito sotto pressione la Francia con una meta fulminea che ha zittito il grande entusiasmo del pubblico presente: quasi 70mila le presenze sulle tribune. Ma i Bleus, guidati dal capitano Antoine Dupont, hanno risposto con determinazione, marcando subito la meta del pareggio e poi dilagando nella ripresa grazie al giocatore simbolo dei transalpini. Quel Dupont destinato a questa impresa già all’indomani della brutale sconfitta subita dalla nazionale francese nei quarti di finale del mondiale a XV giocato in casa, ad opera del Sud Africa. 

Si dice sia stata piuttosto influente sulla questione anche l’intervento del presidente Macron che ha caldamente suggerito l’operazione Olimpiade. Medaglia d’oro doveva essere, medaglia d’oro è stata, in un torneo che ha messo in mostra il bello di questo sport, diverso sicuramente dal rugby nella sua versione più classica; per i novizi questa è la versione più divertente, adatta ai ritmi olimpici, all’interesse televisivo, molto spettacolare, poco statico e veloce. Perfetto per il gioco figiano, ancor di più per quello francese. 

Un punto che la FIR non può più non considerare, investendo in questa specialità, preparando e formando atleti che siano eleggibili anche per questa disciplina, in ottica Los Angeles 2024. Non si può non passare dal 7 per la diffusione del 15 e viceversa. Le due cose sono collegate, le due cose devono convivere insieme. E siamo in ritardo. L’idea deve diventare azione come in Italia, provando a copiare, ancora una volta, il modello francese.

Carlo Galati @thecharlesgram

Flowers of Italy

Tu chiamale, se vuoi, emozioni.
Dalla “bolla” del Flaminio, nell’Italia dei Dominguez, Troncon, De Rossi e compagnia, abbiamo trascorso anni interminabili ad inseguire quella scintilla che innescasse l’incendio di una Nazionale competitiva sul palcoscenico del Sei Nazioni.
Abbiamo raccolto qualche lampo episodico e un numero imprecisato di cucchiai di legno.
Anni di umiliazioni, di “vorrei, ma non posso”, di ironie ingenerose sulla inferiorità quasi genetica del rugby italiano rispetto ad altre squadre nobilitate da quattro quarti di nobiltà ovale, dal rugby sport nazionale, dalle scuole e dalle università popolate da giovani guerrieri.
All’improvviso, ma non tanto, la rifondazione azzurra post-mondiale, targata Quesada, apre uno squarcio di colore sul fondale nero delle delusioni infinite: prima l’Inghilterra, contro la quale rischiamo persino di vincere; poi la Francia, con quel maledetto palo a innescare la ghigliottina che taglia secca i punti della nostra prima vittoria contro i Galli, lasciandoci solo uno storico, ed amaro, pareggio.
Fino a oggi, all’Olimpico, contro una Scozia fin qui vigorosa e in palla, accompagnata anche nelle lande italiche dalle note rusticane di Flowers of Scotland e dal fascino antico delle cornamuse che garriscono al vento.
Proprio oggi i nostri ragazzi, novelli cuori impavidi, hanno deciso di scrivere la storia: lo hanno fatto arando ogni metro per ottanta lunghissimi minuti, sostenendo l’impatto fisico dei marcantoni in maglia blu, resistendo sulla linea del Piave per poi esplorare al contrattacco le verdi vallate delle Higlands, saccheggiando gli insediamenti nemici, difendendo il bottino fino alla fine della battaglia, con i muscoli, il cuore, il coraggio di quindici, e più, leoni.
Un pezzetto di storia, minore certamente, ma pur sempre storia.
Quel pezzetto di storia che oggi ci fa alzare la testa, guardando finalmente dritto negli occhi l’aristocrazia europea della palla dal rimbalzo sbilenco, per dire, senza il corollario di risatine di scherno, “ci siamo anche noi”.
Ci siamo, eccome, con un tricolore bianco, rosso e verde che sventola orgoglioso ad avvolgere la Cuttitta Cup.
Avanti così, Italia.

Paolo Di Caro

Il nuovo inizio dell’Italrugby

Per un momento, chiudendo gli occhi all’Olimpico, la sensazione che si aveva era quella mista tra l’incredulità e il rivivere un momento preciso di 24 anni fa. Le sensazioni identiche, l’emozione senza fine che ti toglie il fiato. Quasi fino alle lacrime. Un salto indietro a quel pomeriggio di inizio febbraio del 2000, la prima partita dell’Italia al Sei Nazioni con la Scozia. La prima vittoria, oggi come allora.

Perché quella conquistata dall’Italia di Quesada, in un meteorologicamente indefinibile pomeriggio di Roma, è una nuova prima vittoria che rappresenta gioco forza un nuovo inizio della storia dell’Italia nel Sei Nazioni. Una storia finora fatta di delusioni, appuntamenti mancati e sconfitte. Tante, troppe, dolorose. E così sembrava andasse anche in questo 2024, partito con prospettive diverse, incanalato verso quel nuovo ciclo che sembrava aver subito un brutale stop su un palo, a Lille.

Ed invece siamo qui a gioire, 31 volte come i punti segnati oggi e con un margine di solo due a segnare la linea netta tra il trionfo e l’ennesima buona prestazione figlia del ci siamo quasi. No, il quasi toglietelo. L’Italia c’è, il rugby può tornare a sorridere anche grazie a dei giovani che con l’Under 20 stanno vincendo con una continuità inattesa. È arrivato quel momento: il momento di consegnare a qualcun altro quel maledetto cucchiaio di legno. Quest’anno non è affar nostro. Finalmente.

Carlo Galati @thecharlesgram

Mezzo spiedo alla francese


Stavolta non va bene, proprio per niente.
Stavolta la vittoria era nelle nostre mani, anzi nei piedi di Garbisi, in quei maledetti sessanta secondi nei quali gli dei del rugby decidono di prendersi gioco delle coronarie degli impavidi che, dopo tante partite in terra francese virtualmente finite dopo il primo tempo, resistono fino all’incredibile finale di Lille. Pareggiamo 13-13, con quel maledetto ovale che rotola giù dal sostegno a pochi secondi dalla fine del tempo a disposizione e costringe la nostra apertura a ricominciare da capo, concentrarsi e calciare in pochi secondi.
“Chi ha fatto palo”, avrebbe detto il mitico Ragionier Fantozzi.
Garbisi, proprio lui.
Quello delle lacrime di gioia di Cardiff.
Per una volta l’Italrugby, con Quesada in panca, esce dal campo infastidita da un risultato positivo, il primo coi transalpini a casa loro da quando calchiamo i campi del Sei Nazioni.
Stavolta l’avevamo vinta, pur fra mille attenuanti per la Nazionale numero 4 al mondo, non ultima l’espulsione di un suo uomo a fine primo tempo; ma da tempo non vedevamo una difesa così, tanta disciplina, applicazione e mentalità vincente.
Tommy Menoncello uomo della partita, e ci mancherebbe, con quell’aria da bulletto di periferia che scatta, placca, riparte, fa a sportellate con ogni fascio di muscoli gli si pari davanti.
Un pareggio, l’ovale sul palo a tempo scaduto, i francesi di Lille che scoprono il rugby in terre abituate, e si capisce dai fischi al calciatore, alla palla rotonda.
Istantanee da un pareggio in Francia, Sei Nazioni 2024, dopo la vittoria storica degli under 20.
Domani comprate l’Equipe e prenotate lo psicoterapeuta a un amico francese: noi saremo pure arrabbiati per una mancata vittoria, ma per loro è una tragedia nazionale.
Allos Enfants!

Paolo Di Caro

Il miracolo dell’Under 20

L’esercizio che bisognerebbe compiere, nella valutazione complessiva del movimento rugbystico italiano, dovrebbe andare oltre i risultati della prima squadra maschile, che sono sì il biglietto da visita di tutto ciò che ruota intorno alla ovale azzurro, ma che dietro in realtà ha una struttura che la sorregge. Una struttura fatta di piccole società serbatoio di squadre nazionali giovanili. E sono proprio da questo serbatoio che viene la più bella notizia per il nostro rugby. L’under 20 azzurra ha battuto i campioni del mondo francesi nella terza giornata del sei nazioni di categoria. In Francia.

Recita 20-23 il risultato a favore degli azzurri a Beziers. Se confrontiamo le strutture, le professionalità e gli investimenti che ruotano intorno ai ragazzi francesi campioni del mondo, riusciamo a capire sia il valore dell’impresa sul campo sia però la distanza siderale che c’è tra noi ed i nostri competitor internazionali, investimenti che andranno fatti per fare quel salto di qualità definitivo di tutto il movimento.

Come spiegare quindi questo risultato? Semplicemente con lavoro e abnegazione, passione e totale dedizione alla causa tutte caratteristiche fondamentali ma che, se lasciate da sole, possono esaurirsi o dimostrare la propria estemporaneità. All’U20 azzurra andrebbe fatta una statua. La speranza è che questi ragazzi riescano andare anche oltre. Nello specifico, crescere.


Carlo Galati @thecharlesgram

La riconferma dei campioni

Quarta volta campioni, come nessuno mai. Ripetendosi, come nel 2019, in Francia, come nel 2007, battendo in finale la Nuova Zelanda, come nel 1995. Se non credete alle coincidenze dovrete ricredervi, perché il Sud Africa nel solco di ciò che è stato ha scritto ciò che è: la squadra più forte al mondo.

Lo ha fatto per la quarta volta, dove mai nessuna altra squadra aveva osato spingersi, in una sorta di derby infinito con gli All Blacks per il predominio mondiale. Una partita vinta per 12-11 e aldilà del punteggio ha rappresentato il meglio del rugby mondiale, che non è solo dato dalle giocate spettacolari ma anche dalla concretezza, dalla forza fisica, dal saper ottimizzare quanto di buono si ha nel proprio DNA rugbystico, non snaturandosi mai. Ed è stato uno spettacolo, seppur con una sola meta durante tutta la partita, perché il rugby è anche questo. Impossibile vedere una partita con così tanta pressione e intensità difensiva.

Ed è proprio quando c’è da vincere queste partite che il Sud Africa rivendica il proprio status di corazzata. Non è mai facile trionfare, figurarsi ripetersi. E c’è un lungo filo rosso che lega queste due vittorie mondiali, un filo custodito dalla mediana, De Clerk/Pollard, oggi come ieri decisivi e a capo di una squadra che anche quando sembra sul punto di crollare, resiste e vince. Ancora e ancora una volta.

Carlo Galati

Il tempismo sudafricano

Undici minuti. Tanti o pochi che siano, dipende dal punto di osservazione da cui si valuta anche il più oggettivo degli elementi, hanno riscritto il valore del tempo, perlomeno nel concetto che lo lega al rugby. Undici sono i minuti che separavano l’Inghilterra dalla sua quinta finale mondiale, la seconda consecutiva. Undici minuti che hanno riscritto la storia di un mondiale, in favore del Sud Africa.

I campioni in carica, la squadra che aveva già perso con la Francia prima e con l’Inghilterra poi, la squadra che invece si ritrova in finale dopo aver vinto di un punto sui transalpini e di un punto sugli inglesi. Roba da non crederci se non fosse reale. Reale (e regale), è stata la mischia africana capace di ribaltare un finale già scritto, una storia a cui mancava solo il punto finale. Invece no, il punto finale lo ha messo Pollard.

Come nel 1995, la finale sarà tra Nuova Zelanda e Sud Africa, emisfero sud a rappresentare l’elite del rugby mondiale. Quasi trent’anni fa, quella partita rappresentò un passaggio storico molto importante che segnò la storia di un continente e lanciò un segnale di fratellanza all’umanità intera. I tempi oggi sono bui come allora. Possa quel raggio di luce, attraversare la storia e regalare nuovamente sorrisi. Con il rugby come protagonista; non resta che goderne.

Carlo Galati

La forza della semplicità

Chi ha giocato a rugby, chi anche solo una volta ha disputato un match sa che uno dei dettami ripetuti alla nausea rimanda alla concezione del fare le cose semplici. Senza barocchismi inutili, senza fronzoli ma dritti al punto. O dritti alla meta. Fate voi, il concetto è quello.

Capita, nel rugby, che forse in maniera piuttosto anticonformista rispetto a quasi la totalità degli altri sport, la squadra più forte del mondo, la Nuova Zelanda, sia quella che forse applica al meglio questo principio. A farne le spese, ultima tra le tante, l’Argentina, che poco o nulla ha potuto contro lo strapotere della semplicità dei tutti neri, bloccando la strada ai sogni sudamericani battuti per 44-6 nella prima delle sue semifinali del mondiale. E lo ha fatto semplicemente giocando a rugby con principi facili: superiorità sui punti di incontro, gestione degli stessi, apertura palla fuori e metà. Less is more.

Ed è in questa semplicità che troviamo record, quasi come conferma della semplice straordinarietà, come quella di Will Jordan che segnando altre tre mete raggiunge a quota otto mete altre tre leggende di questo sport come Johan Lomu, Bryan Habana e Julian Savea. Less is more, once again. Ed è su questo solco che la Nuova Zelanda sta tracciando la strada verso la vittoria. Un solco profondo, di quelli segnati dalla storia.

Carlo Galati

Lamaro in bocca

Ci sono dei momenti, prima di un match così importante, che pensi che sì, si possa fare, che possano esserci motivi per sperare in qualcosa di diverso rispetto ad uno spartito che sembra già scritto e delle note che rimandano sempre lo stesso motivo. Dopo la sconfitta con la Nuova Zelanda, ci si è lasciati con la speranza che l’occasione della vita poteva essere con la Francia. Così non è stato. Ed i motivi sono molteplici, i principali dei quali si ricollegano ad uno strapotere transalpino, sceso in campo nella sua versione migliore, tirato a lucido per l’obiettivo finale.

Ma ridurre solo a questo la spiegazione del 60-7 finale non renderebbe giustizia a quanto visto in campo: troppi gli errori per la squadra di capitan Lamaro: sui punti di incontro, nei placcaggi, nei momenti decisivi del match. La Francia, questa Francia, non ne aveva bisogno. Eppure si è ricaduto nuovamente nei soliti errori, come fantasmi del passato che si fa fatica a scacciare definitivamente e che tornano puntualmente quando te lo aspetti. Perché sai che sono lì, come una spada di Damocle, che colpisce la testa prima che il corpo.

Ed è proprio sul piano fisico che si è segnato il divario, incolmabile in molti momenti, soprattutto nella pressione costante sui punti di incontro, che hanno costretto la mischia azzurra a rinforzarsi, uomo dopo uomo, fase dopo fase, lasciando spazi aperti dove i francesi hanno aperto la miglior bottiglia di rugby champagne. Il rugby è uno sport maledettamente semplice da raccontare, vivere e giocare, uno sport dove inevitabilmente vince sempre il più forte. Che a questo livello non è (quasi) mai l’Italia.

Carlo Galati