Berrettini, hammer time is back

Nel tennis, come nella vita, ci sono giorni in cui non servono urla, né applausi scroscianti. Basta un colpo giocato al momento giusto, un passo deciso verso la rete, un sorriso che torna dopo tanta assenza. Berrettini-Zverev non è stata solo una partita, è stata una storia. Di quelle che meritano di essere raccontate con calma, lasciando che i dettagli emergano da soli, come con l’acqua che filtra dalle pietre.
Berrettini è tornato. Non nel senso atletico o statistico. È tornato nell’essere Matteo, quello che gioca con il cuore prima ancora che con la racchetta. Contro Zverev, che è una montagna da scalare – alta, spigolosa, ostinata – non ha cercato scorciatoie. Ha servito bene, sì. Ha tirato forte, anche. Ma soprattutto ha scelto. I momenti, i rischi, i silenzi.

Il primo set è stato un assolo tedesco. Scambi lunghi come viaggi in treno, gesti misurati, pochi fronzoli. Zverev, come spesso gli capita, ha provato a comandare. Riuscendoci. E portando a casa il set.
Ma Berrettini ha tenuto botta, nel secondo set ha resistito, cucendo il gioco come si rammenda una camicia cara: con pazienza, con cura. Poi il break decisivo e un secondo set che ha avuto un vincitore di cuore lì dove ogni punto pesa come una decisione d’amore. Matteo l’ha giocato da uomo maturo, che sa quando colpire e quando aspettare. Non ha tremato. Non ha esultato. Solo un piccolo cenno, quasi a dire “ci sono”.
Nel terzo set, si è compiuta l’impresa, è arrivato il break prima, il controbreak sul 5-5 e quando tutto sembrava perso, uno scambio lunghissimo, 48 colpi, vinto in cavalleria, con l’aiuto di un centrale fortemente a tinte azzure. Poi l’urlo del break decisivo, una fessura nella corazza di Zverev. Un errore del tedesco, una risposta profonda, un dritto carico d’intenzioni. E poi la gestione, senza fretta, senza esitare. Il punto finale è sembrato più una conferma che una liberazione.

A fine match, nessun gesto teatrale. Solo quel sorriso buono e le braccia al cielo, con la consapevolezza e la gioia di chi ha attraversato la tempesta e ha ancora la forza di guardare il cielo. Perché certi ritorni non hanno bisogno di parole. E Berrettini, oggi, ha parlato col tennis.

Carlo Galati