Poker di Davis

Non serve alzare troppo la voce per capire cosa significhi, per il tennis italiano, questa quarta Coppa Davis. È arrivata a Bologna, in una serata che sembrava uguale alle altre e invece no, portando con sé un sapore di rarità. L’Italia ha battuto la Spagna e insieme anche un pezzo della sua stessa storia: tre titoli consecutivi, un filo azzurro che non si vedeva più dai tempi del challenge round, quando il tennis aveva un passo diverso e i campioni in carica attendevano gli altri direttamente in finale. Quella porta è chiusa dal ’72, ma Volandri e i suoi hanno trovato il modo di attraversarla lo stesso.
Il cammino non ha lasciato briciole. Prima l’Austria ai quarti, poi il Belgio in semifinale: due singolari, due vittorie, senza bisogno di scavare troppo nelle energie. Il gruppo è arrivato alla finale lucidato dal lavoro e da un’abitudine nuova, quella di non sentirsi più ospite nelle grandi sfide. Contro la Roja è stato un 2-0 quasi garbato, deciso ma senza rumore di piatti rotti.

Ha aperto la strada Matteo Berrettini, che in Davis sembra viaggiare con biglietto di sola andata: undici vittorie di fila, un anno senza perdere un set, tredici ace infilati come soldatini e quella sua maniera educata di prendere la partita quando conta davvero. Due break costruiti nei momenti che pesano, come chi sa scegliere il punto esatto in cui voltare pagina.
Poi Flavio Cobolli, che ha dovuto remare più degli altri. Ha perso il primo set in fretta, ha salvato il salvabile al tie-break del secondo, e nel terzo ha strappato il break all’ultimo incrocio possibile, quando la strada sembrava già chiusa. Una vittoria in rimonta che dice più del punteggio: la paura c’è stata, ma non ha fatto danni.

Il doppio, Vavassori e Bolelli, non è servito, ma Bolelli ha comunque scritto il suo capitolo: tre Coppe Davis vinte, record italiano, e tre di fila, come non accadeva dal ’72 a nessuno al mondo. La fotografia finale è semplice: un gruppo che non si è mai creduto invincibile, ma che ha imparato a non sentirsi battuto. Forse le imprese nascono così, da un equilibrio sottile tra memoria e coraggio.

Carlo Galati