
Nel frastuono eterno di Roma, tra sanpietrini che hanno visto più storia che sport, Simon Yates ha messo il punto su una frase cominciata sette anni fa. Allora, nel 2018, sembrava destinato a dominare il Giro. Poi il crollo sul Colle delle Finestre, Froome che vola, lui che si spegne. Una ferita aperta. Che oggi, con la maglia rosa sulle spalle e la Coppa senza fine tra le mani, finalmente si chiude.
Yates ha vinto un Giro d’Italia meno luccicante, ma più vero. Una corsa decimata dai ritiri, dove i favoriti annunciati si sono persi per strada: Evenepoel e Roglič fuori presto, Thomas svanito col passare dei giorni. Così è emersa una classifica nuova, fresca, quasi inedita. Ma non per questo meno degna. Isaac Del Toro, 20 anni e un futuro che promette tempesta, ha chiuso secondo. Richard Carapaz, il più esperto, terzo. Poi Derek Gee e Damiano Caruso, gli ultimi a mollare.
Ma davanti a tutti, c’era lui. Simon. L’inglese silenzioso. Quello che non fa proclami e non cerca riflettori. Ha corso con la testa prima che con le gambe, come fanno i corridori che hanno imparato che non sempre vince chi attacca per primo. A volte vince chi sa aspettare.
La svolta è arrivata sul Monte Grappa, nella penultima tappa: lì ha fatto selezione, staccato gli ultimi rivali rimasti e preso la maglia rosa. Un attacco secco, senza fronzoli, come il suo stile. Poi, nella cronometro finale di Roma, non ha tremato: gambe ferme, sguardo dritto, cuore sotto controllo. Vittoria netta. Vittoria meritata.
Yates non ha urlato, non ha pianto. Ha sorriso appena, con lo sguardo basso. Come chi sa che certe vittorie si gustano in silenzio. E forse, dopo tutto, è proprio così che si vince un Giro d’Italia: pedalando forte quando serve, e parlando poco quando non serve. Simon Yates lo ha fatto. E ha vinto. Sul serio, stavolta.
Carlo Galati