
Non c’è nulla di più semplice e nello stesso tempo di più complesso che vedere un pallone infilarsi in un canestro. Marco Belinelli lo ha spiegato bene, con parole che non sanno di retorica ma di vissuto: “Non c’è niente di così bello come fare canestro”. È il suo modo di dire addio, di voltarsi per l’ultima volta verso quel ferro che è stato compagno, nemico, specchio di una vita.
Nato a San Giovanni in Persiceto, Belinelli ha sempre avuto il passo del ragazzo di campagna che non si vergogna della polvere. Una palla come regalo, e da lì la necessità, non la scelta. Non ha mai preso in giro il basket, scrive. Non poteva. Chi cresce dentro la Virtus sa che la parola tradimento non è concessa.
Un amore inevitabile, coltivato tra mille scetticismi. Non era il più alto, non era il più forte. Ma aveva la mano, quella sì. E una testardaggine emiliana che non si lascia mettere in disparte. Così quando le occasioni sembravano chiuse, lui se l’è fatte aprire. Con i tiri dall’angolo, con i piedi veloci, con la convinzione che il prossimo canestro sarebbe stato quello buono.
Belinelli è stato il primo e resta l’unico italiano a vincere un titolo NBA. A San Antonio, nel 2014, fra i giganti. Un ragazzo che si era fatto Bologna, Treviso, poi i dieci aerei a settimana per inseguire un posto in rotazione. Tredici stagioni in NBA, quasi novemila punti, e un Three Points Contest messo in bacheca come la più naturale delle conseguenze. Chi l’aveva visto in palestra sapeva: ore e ore di tiro, sempre uguale, sempre diverso.
Poi il ritorno a casa, di nuovo Bologna. Tre scudetti, una Coppa Italia, quattro Supercoppe. A trentotto anni, ancora MVP della Serie A. Non è stata nostalgia, ma coerenza: chiudere dove aveva iniziato.
Belinelli è stato un tiratore, e i tiratori non si voltano indietro. Ha zittito critiche, costruito fiducia, dato senso a una generazione che nel basket italiano ha trovato in lui il proprio testimone.
È stato uno degli atleti migliori della nostra storia cestistica. E anche quando il tabellone resterà spento e i palazzetti silenziosi, una cosa resterà: l’eco di un pallone che entra nel canestro.