Pietrangeli, il Capitano che sfidò il vento della politica

Coppa Davis. Nella foto Giulio Andreotti e Nicola Pietrangeli con la Coppa Davis. Roma, 14 settembre 1977 ARCHIVIO ANSA

Nicola Pietrangeli se n’è andato con lo stesso passo leggero con cui entrava in campo, racchetta di legno e sorriso sghembo, convinto che nel tennis, come nella vita, contasse anche un certo modo di starci dentro. E nella sua esistenza lunga e ruvida come una corda di budello, c’è un episodio che gli somiglia più di tutti: dicembre 1976, la finale di Coppa Davis in Cile.

L’Italia politica era un frullatore d’ansie, parole grosse e sospetti. A Santiago governava Pinochet, e da noi il Parlamento chiedeva il boicottaggio. C’era chi invocava il ritiro per non dare legittimità a una dittatura, chi parlava di diritti umani e chi sfruttava la situazione per un surplus di polemica. In mezzo, Nicola, il Capitano. Lui, che la Davis l’aveva respirata fin da ragazzo, che sapeva cosa significasse per una generazione che ancora giocava con i segni delle frustate del destino, non voleva che il tennis diventasse un vessillo da sventolare a seconda del vento romano.

Fece quello che sapeva fare meglio: prese il telefono, poi l’aereo, poi ancora il telefono. Parlò con tutti, soprattutto con Giulio Andreotti, presidente del Consiglio. Non alzò la voce, non tirò fuori ideologie: spiegò che la Davis non era un viaggio di piacere, ma un impegno sportivo, che ritirarsi significava lasciare che la politica decidesse del coraggio altrui. “Andiamo a giocare,” disse, “per rispetto del tennis. E del Paese.” Alla fine convinse Moro, e convinse un Paese intero che ogni tanto serve qualcuno disposto a esporsi.

Quella finale l’Italia la vinse, prima Davis della storia. Ma al di là dei trofei, resta l’immagine di Pietrangeli che cammina su un confine sottile: da una parte la ragion di Stato, dall’altra il bisogno ostinato di libertà che ha sempre abitato il suo tennis. Non fu un gesto di incoscienza, ma di responsabilità. Un modo suo di dire che lo sport non guarisce le ferite del mondo, però aiuta a non dimenticare come si sta in piedi.
Ora che Nicola non c’è più, quel gesto torna a brillare come un rovescio d’epoca: elegante, necessario, controvento.

Carlo Galati