Addio Benvenuti, pugile dell’Italia che seppe sognare

È morto Nino Benvenuti, a 86 anni. E con lui se ne va molto più di un pugile. Se ne va un pezzo d’Italia che sapeva sognare in grande ma con passo leggero, un’Italia che saliva sul ring con lo stile addosso e l’onestà negli occhi.

Lo ricordiamo tutti con l’oro olimpico di Roma ’60 al collo, con il tricolore sul petto e il sorriso da ragazzo perbene. Poi l’apoteosi: il Madison Square Garden, aprile ’67, il mondiale strappato a Griffith tra le luci di New York. E un’Italia che quella notte si sentì meno provinciale, grazie a quel sinistro elegante e a quella guardia alta, composta, come il suo modo di stare al mondo.
Benvenuti combatteva con intelligenza, non con la furia. Colpiva pulito, non cercava scorciatoie. Sul ring sembrava quasi danzare, mai una smorfia, mai un eccesso. Un campione, sì, ma di quelli che non hanno bisogno di urlarlo.

E quando perse, come contro Monzon, tenendo in piedi l’Italia intera, non cercò alibi, non lanciò accuse: “Era più forte di me”, disse. Oggi, una frase così pare d’altri tempi. E in effetti Benvenuti veniva da un altro tempo, dove il rispetto veniva prima della vanteria e la sconfitta era ancora una forma di dignità.

Fu volto televisivo, ambasciatore del pugilato, opinionista garbato. Sempre con il tono giusto, sempre con l’eleganza di chi conosce il sudore e non lo nasconde. Non aveva bisogno di fare il personaggio, gli bastava essere se stesso. E quello, per chi lo ha conosciuto o anche solo visto combattere, bastava eccome. Adesso che se n’è andato, resta il rimpianto per un certo modo di essere sportivo, e uomo. Un modo che non si insegna più, un modo di vivere e combattere che ci dice che anche tra le corde si può stare con grazia. E che si può vincere senza fare rumore.