Sofia Goggia, l’abitudine di tornare

Che sapore ha un secondo posto? Per chi è nato con la vittoria nelle vene potrebbe essere una condizione anomala del proprio essere, un fattore esogeno che rischia di compromettere la stabilità di un equilibrio, quello dell’atleta, che si basa su tanti piccoli incastri. Eppure c’è un secondo posto che regala un sorriso a chi 10 mesi fa lo ha perso durante la discesa della Casola nera, a Ponte di Legno, pista che si prese tibia e perone, lasciandola nel buio del tunnel dell’incertezza. Ecco perché questo secondo posto è quella luce che la riporta lì dov’era. A competere con le migliori. Questo secondo posto nel Super G di Creek River è il segno di una donna che sa soffrire e, soffrendo, andare forte.

Creek River è una pista che si prende tutto, che non fa sconti, le sue curve sono strette come lame, i suoi salti pretendono ginocchia d’acciaio e poi tecnica, coraggio, un pizzico di follia. Sofia c’è arrivata con il solito carico di aspettative e quella capacità di accendersi nelle sfide difficili. E lo ha fatto, fermando il cronometro a pochi centesimi dalla vincitrice, l’austriaca Cornelia Hutter. Una sfida al limite, un distacco di 16 centesimi che è quasi niente, ma che nello sci è tutto.

La sua discesa è stata un dialogo serrato con la montagna, fatto di traiettorie disegnate al limite, di istinto e ragione che si incontrano in pochi secondi. Ogni curva un azzardo, ogni salto una scommessa. E il pubblico l’ha capito, regalando a Sofia un applauso che sapeva di ammirazione vera, quella che si riserva a chi ha le stimmate della campionessa. 

Un secondo posto, dicevamo, che vale per chi conosce il peso di un infortunio e le notti a inseguire la forma migliore. Vale per chi sa che, nello sport, i risultati sono anche il frutto di ciò che non si vede: il sudore, la fatica, le lacrime. E Sofia, di tutto questo, è una maestra.

Le prossime gare diranno dove può arrivare questa stagione. Ma a Creek River, abbiamo visto più di un risultato: abbiamo visto un’idea di sport, quella che Gianni Brera chiamava l’arte di soffrire e far sognare. Sofia, da vera artista, ha lasciato il segno.

Carlo Galati @thecharlesgram