
C’era una volta la Coppa Davis, una sorta di campionato del mondo di tennis che, ammantata di nostalgico romanticismo, l’Italia ha vinto quando ancora la televisione trasmetteva immagino in bianco e nero e l’orgoglio di far parte di quella squadra era il motore che univa tutto e tutti. Fino agli anni 90, fino a qualche anno fa. Poi di colpo, per i colori azzurri, la Coppa Davis è diventato un obbligo, più che un piacere.
Non giriamoci troppo attorno, per Jannik Sinner, numero 1 azzurro e portabandiera del nostro tennis, dopo la sanguinosa sconfitta agli Us Open, è evidentemente così, decidendo di dare forfait. “Devo recuperare” ha detto, mancando quella convocazione che invece avrebbe voluto Fabio Fognini, in polemica aperta con il capitano Filippo Volandri. Ma questo è un altro discorso, o forse l’altra faccia della stessa medaglia. Una medaglia che sa di polemica.
E Sinner non è nuovo a queste scelte; ricordiamo ancora la decisione di non rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo, per preparare al meglio, disse, la stagione americana sul cemento, preferendola al sogno di ogni sportivo, un sogno a cinque cerchi che non era (è) il suo. E poi, last but not least: come la mettiamo con i tanti tifosi, che hanno acquistato i biglietti per vedere Sinner a Bologna? Tanti di questi ragazzini, che dopo aver saputo della rinuncia di Berrettini per infortunio (fatto concreto), non saranno felici di non vedere il nostro giocatore più forte, giovane e vincente. Ci aggrappiamo a Musetti e Arnaldi, ci aggrappiamo a Lorenzo Sonego uno che con la Davis ha un conto aperto. Loro sì felici di esserci, felici di indossare l’azzurro.
Carlo Galati