
Ci sono delle leggi che non rispondono a nessuna imposizione e che al proprio interno hanno il DNA dell’indipendenza. Una di queste leggi è quella del mercato, domanda e offerta. Curve che non possono mentire, indicatori neutrali influenzati dalla realtà. Non ci addentreremo troppo dentro concetti economici ma restando piuttosto alti possiamo affermare che, sì, il calcio femminile in Italia non lo vuole vedere (quasi) nessuno.
È andata infatti deserta l’asta dei diritti televisivi del campionato italiano, nessuno li ha comprati perché in fondo nessuno crede a questo investimento. E non perché chi vi scrive abbia qualcosa contro il calcio femminile, né perché si voglia in nessun modo imporre alcun ragionamento di natura patriarcale: è semplicemente la verità. Le aziende investono dove possono avere un ritorno e la grande industria televisiva ha detto no. Il prodotto non ci interessa.
E non interessa perché alla fine dei conti questo spettacolo lo guardano in pochi. Il movimento così com’è non è sostenibile, l’apertura al professionismo è stata più una mossa dettata più dal coinvolgimento generale che non un’evoluzione reale. Un po’ come nel rugby maschile degli anni 90: semplicemente non era il momento, semplicemente la base non era pronta. E non è pronta questa di base adesso: lo ha evidenziato il mondiale femminile: in quanti (siate sinceri) avete visto un match intero?
Le partite del campionato italiano finiranno su YouTube ed una trasmessa su Raisport per servizio pubblico. Ma è questa la strada giusta? Secondo noi no. Sarebbe meglio fermarsi e magari tornare ad una dimensione diversa senza voler fare il passo più lungo della gamba: si rischia di calciare alto, sopra la traversa della sostenibilità economica.
Carlo Galati